Fabrizio De André ha scritto alcune delle canzoni di protesta più intense della musica italiana, e molte stanno in un solo disco: Storia di un impiegato, uscito nel 1973.
È un album che racconta una storia dall'inizio alla fine, quella di un impiegato che, dopo aver guardato da lontano le rivolte del Sessantotto, decide di ribellarsi da solo. Costruisce una bomba per il Parlamento, sbaglia bersaglio e finisce in cella, dove scopre cosa significa lottare insieme agli altri. Ecco le canzoni, una per una, e cosa raccontano.
Indice
- Un concept album nato dal Maggio francese
- Canzone del maggio: nessuno può chiamarsi fuori
- Dalla rabbia ai sogni: i brani che portano alla bomba
- Il bombarolo: la rivoluzione che finisce in un'edicola
- Verranno a chiederti del nostro amore: la canzone più commovente
- Nella mia ora di libertà: dal gesto solitario alla lotta insieme
Un concept album nato dal Maggio francese
Storia di un impiegato esce nel 1973, cinque anni dopo il Sessantotto. I testi sono firmati da De André con Giuseppe Bentivoglio, le musiche con Nicola Piovani, lo stesso che anni dopo vincerà l'Oscar per la colonna sonora de La vita è bella. Come già La buona novella e Non al denaro non all'amore né al cielo, è un concept album: nove brani che raccontano un'unica storia.
Queste le canzoni, in ordine:
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Introduzione
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Canzone del Maggio
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La bomba in testa
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Al ballo mascherato
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Sogno numero due
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La canzone del padre
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Il bombarolo
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Verranno a chiederti del nostro amore
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Nella mia ora di libertà
Il protagonista è un impiegato sui trent'anni, conformista e solitario. Nell'Introduzione ripensa al Maggio francese, vissuto da spettatore, e la Canzone del maggio gli rovescia addosso il senso di colpa. Il brano è un adattamento libero di Chacun de vous est concerné, un canto di Dominique Grange nato nella Parigi delle barricate, e ruota attorno a un'idea forte: davanti all'ingiustizia nessuno può chiamarsi fuori, nemmeno chi è rimasto a casa (“Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti”). È la scintilla di tutto il disco.
Canzone del maggio: nessuno può chiamarsi fuori
Il disco si apre con l'impiegato che ripensa a quei giorni e ascolta un canto nato proprio nel Maggio francese. De André lo adatta liberamente in italiano: l'originale è Chacun de vous est concerné, cioè "ognuno di voi è coinvolto", della cantautrice francese Dominique Grange, e diventa Canzone del maggio.
Il messaggio è un dito puntato contro chi ascolta: anche chi è rimasto a casa, chi ha chiuso le finestre e ha aspettato che la protesta passasse, ha una responsabilità (“Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti”). Davanti all'ingiustizia, stare zitti è comunque una scelta. Nessuno può davvero dirsi innocente.
È l'idea che manda in crisi l'impiegato. E che, cinquant'anni dopo, suona ancora come una domanda rivolta a chiunque guardi una manifestazione dal balcone.
Dalla rabbia ai sogni: i brani che portano alla bomba
Tra la presa di coscienza e la bomba ci sono quattro brani meno conosciuti, ma indispensabili per seguire la storia.
- La bomba in testa. È l'inizio della trasformazione. L'impiegato vive il suo lavoro in modo passivo e rassegnato, ma l'esempio dei ragazzi del Sessantotto lo scuote. Decide di unirsi idealmente a loro, con cinque anni di ritardo, però a modo suo: da solo, senza un movimento alle spalle, scegliendo la strada della violenza. La rabbia che gli cresce dentro è la bomba del titolo.
- Al ballo mascherato. È il primo sogno. L'impiegato immagina una festa in maschera e fa saltare in aria tutti i simboli del potere. Religione, cultura, patria, famiglia: ogni volto rappresenta un pezzo dell'autorità borghese da cui si sente schiacciato, e l'obiettivo è strappare la maschera agli ipocriti.
- Sogno numero due. Il sogno prosegue in tribunale, con un testo recitato più che cantato. Il giudice smaschera l'impiegato: quella strage, gli spiega, ha rinnovato il sistema invece di abbatterlo. E dietro il gesto rivoluzionario c'era anche una brama di potere tutta personale: eliminando i potenti, l'impiegato si è ritagliato un posto al loro fianco.
- Canzone del padre. Il giudice gli concede una vita tranquilla e integrata, e l'impiegato sceglie di prendere il posto di suo padre, sistemato a metà strada tra i "piccoli" e i "grandi" della società. È lì che scopre la miseria di quella vita: l'ipocrisia, le paure meschine, la fragilità del mondo borghese. Capisce l'inganno, e il disgusto è così forte da svegliarlo dal sogno ("Ora aspettami fuori dal sogno, ci vedremo davvero, io ricomincio da capo").
Al risveglio, l'impiegato decide di passare ai fatti.
Il bombarolo: la rivoluzione che finisce in un'edicola
È tra le canzoni più famose del disco. L'impiegato costruisce un ordigno artigianale, deciso a farlo esplodere davanti al Parlamento, il simbolo del potere che vuole colpire. Per gran parte del brano parla in prima persona, con risentimento e una certa arroganza, contro tutti quelli che a suo dire non capirebbero il suo gesto.
Poi, verso la fine, la prospettiva cambia di colpo: la voce passa alla terza persona e racconta l'attentato come farebbe un cronista. La bomba manca il Parlamento e fa saltare un'edicola (“C’è chi lo vide ridere davanti al Parlamento, aspettando l’esplosione che provasse il suo talento; c’è chi lo vide piangere un torrente di vocali, vedendo esplodere un chiosco di giornali”).
La grande rivoluzione individuale si riduce a un chiosco di giornali distrutto: difficile trovare un'immagine più ironica per dire che la violenza solitaria lascia le cose esattamente come sono.
Verranno a chiederti del nostro amore: la canzone più commovente
Dopo l'attentato, l'impiegato immagina cosa succederà alla donna con cui ha vissuto. I giornalisti la cercheranno, le metteranno davanti i microfoni e le chiederanno della loro storia. Già nel finale del Bombarolo il volto di lei spuntava dalle pagine dei giornali, accanto alla notizia della bomba: ora quell'esposizione diventa il cuore della canzone.
Il centro del brano è proprio questo: una storia d'amore privata che rischia di diventare spettacolo. L'impiegato teme che lei consegni la loro intimità, anni di vita insieme, a gente abituata a nutrirsi di attenzione, e che lo faccia in fretta, riducendola a qualche frase da intervista.
Immagina la scena con amarezza: lei truccata e più bella che mai davanti alle telecamere, come con lui non era mai stata, e lui raccontato come un uomo già vecchio. Un amore lungo e complicato, appiattito in un pezzo di cronaca in cambio di un momento di notorietà.
Dentro questa paura c'è anche il bilancio della coppia. Nessuno dei due è riuscito a cambiare l'altro, eppure qualcuno, alla fine, li ha cambiati entrambi: il lavoro, le abitudini, le regole di una vita normale. È qui che il brano si lega al resto del disco, e il risentimento si scioglie in amarezza: anche lei, come lui, è rimasta prigioniera degli stessi meccanismi.
La canzone si chiude con una domanda aperta: se lei continuerà a lasciare che siano gli altri a scegliere per lei, o se finalmente sceglierà da sola (“Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai”). È la stessa domanda che attraversa tutto il disco, spostata dalla politica alla vita di coppia. Per molti è il brano più bello dell'album, e uno dei più toccanti mai scritti da De André.
Nella mia ora di libertà: dal gesto solitario alla lotta insieme
L'ultimo brano è ambientato in carcere. Il titolo si riferisce all'ora d'aria, l'unico momento della giornata in cui i detenuti possono uscire in cortile. L'impiegato decide di rinunciarvi: preferisce restare in cella piuttosto che respirare la stessa aria delle guardie.
In cella, però, succede la cosa più importante: l'impiegato scopre gli altri. I compagni di prigionia, ognuno con la sua storia, diventano la comunità che gli era sempre mancata, e la rivolta, fino a quel momento un fatto privato, diventa collettiva. È la lezione che De André affida al finale: da soli si piazzano bombe che colpiscono edicole, insieme si può davvero cambiare qualcosa.
Il disco si chiude riprendendo il messaggio della Canzone del maggio, quello da cui era partito tutto: nessuno può chiamarsi fuori.