Statua di cicerone e una donna e un uomo che hanno paura di invecchiare

La paura di invecchiare non l'abbiamo inventata noi. Più di duemila anni fa Cicerone, il grande oratore e politico romano, le dedicò un intero libro, il De senectute, cioè "Sulla vecchiaia". Lo scrisse nel 44 a.C., a 62 anni, come una difesa punto per punto dell'età matura.

Il risultato è sorprendentemente attuale: un elogio degli anni che passano, che smonta uno a uno i luoghi comuni sulla giovinezza.

Indice

  1. Le quattro accuse contro la vecchiaia
  2. La forza non è tutto
  3. Ogni età ha la sua stagione
  4. Il frutto maturo e l'albero piantato per gli altri

Le quattro accuse contro la vecchiaia

Quando scrive il De senectute, Cicerone non attraversa un buon momento. Ha da poco perso la figlia Tullia, morta nel 45 a.C., e da anni, con il potere nelle mani di Giulio Cesare, è stato messo ai margini della vita politica. Sceglie di affidare le sue riflessioni a un personaggio lontano nel tempo: Catone il Censore, il celebre politico romano, che a 84 anni conversa con due giovani amici, Scipione e Lelio.

I ragazzi gli chiedono come faccia a portare così bene l'età. Catone risponde elencando i motivi per cui, di solito, la vecchiaia viene considerata un'infelicità. Sono quattro: allontana dalle attività, indebolisce il corpo, toglie i piaceri e avvicina alla morte. Il resto del dialogo è una risposta, accusa per accusa.

La forza non è tutto

La prima risposta di Catone usa un'immagine marinara. Su una nave, mentre i giovani si arrampicano sugli alberi, corrono sul ponte e svuotano la stiva, il timoniere anziano resta seduto a poppa con il timone in mano. Sembra che non faccia niente, eppure è lui a guidare la nave. Le grandi imprese, dice Catone, non si compiono con la forza, la velocità o l'agilità del corpo, ma con il giudizio, l'autorevolezza e il consiglio. E queste qualità, con l'età, non solo non si perdono: di solito crescono.

Anche sulla memoria Cicerone ha una risposta. La memoria si indebolisce, ammette Catone, ma solo se non la si esercita. Per dimostrarlo racconta la storia del poeta greco Sofocle, che scrisse tragedie fino a tarda età. I figli lo trascinarono in tribunale sostenendo che fosse ormai incapace di badare ai propri beni. Lui, per tutta risposta, lesse ai giudici la tragedia a cui stava lavorando, l'Edipo a Colono, e chiese se sembrasse l'opera di un uomo senza più la testa. Fu assolto.

Ogni età ha la sua stagione

Ogni fase della vita ha i suoi tempi e le sue qualità. La debolezza dei bambini, l'impeto dei giovani, la serietà dell'età adulta e la maturità della vecchiaia sono, per Catone, come i frutti delle diverse stagioni. Ognuno va raccolto a suo tempo.

Ecco perché la sua vecchiaia non è un'attesa passiva. Catone racconta di aver imparato il greco da anziano, con l'entusiasmo di chi vuole placare una lunga sete. E cita il legislatore ateniese Solone, che si vantava di invecchiare imparando ogni giorno qualcosa di nuovo.

C'è poi una frase che sembra pensata per l'ossessione di oggi. Catone dice di apprezzare il giovane che ha in sé qualcosa del vecchio e il vecchio che conserva qualcosa del giovane. Chi segue questa regola, aggiunge, potrà invecchiare nel corpo, ma mai nell'animo. La giovinezza, insomma, non è un'età da trattenere a ogni costo, bensì un atteggiamento che si può portare con sé.

Il frutto maturo e l'albero piantato per gli altri

E la vicinanza della morte? Catone la affronta con un'immagine, quella di un frutto. Quando è acerbo, bisogna strapparlo dall'albero con la forza; quando è maturo, cade da solo. Allo stesso modo, la morte dei giovani è una violenza, mentre quella degli anziani arriva come qualcosa di naturale, la fine di un ciclo compiuto.

C'è poi un'altra immagine del libro, che Catone usa per spiegare perché i vecchi restano utili, e che riassume bene tutto il discorso: quella del contadino che, già anziano, pianta alberi di cui non vedrà mai i frutti. Lo fa per le generazioni che verranno dopo di lui. È forse il senso più profondo della vecchiaia secondo Cicerone: un'età in cui si smette di vivere solo per sé e si comincia a pensare a ciò che si lascia.

Cicerone non ebbe il tempo di godersi la sua, di vecchiaia. Nel dicembre del 43 a.C., meno di due anni dopo aver scritto il libro, fu ucciso dai sicari di Marco Antonio, a 63 anni. Il suo albero, però, lo aveva piantato. Dopo duemila anni, il De senectute continua a ricordare a chi teme le rughe che ogni età ha qualcosa da offrire, compresa quella che arriva dopo la giovinezza.

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