Un dio dichiarato morto in piena età del boom economico. Un ferroviere dell'Ottocento che lancia una locomotiva contro l'ingiustizia. Un poeta spadaccino che sfida ipocriti e conformisti. Francesco Guccini, nato a Modena nel 1940, cresciuto tra l'Appennino e Modena e poi trasferitosi a Bologna, non ha mai scritto slogan. Ha raccontato storie, e attraverso quelle storie ha protestato contro la guerra, l'ipocrisia, i soprusi, con uno stile inconfondibile: il suo.
Ecco le sue canzoni di protesta più famose, e quello che hanno ancora da dire.
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Dio è morto, la canzone censurata dalla Rai e trasmessa dal Vaticano
Nel 1967 i Nomadi incidono una canzone di Guccini dal titolo che sembra fatto apposta per scandalizzare: Dio è morto. La Rai la censura e non la trasmette. A mandarla in onda, invece, è Radio Vaticana.
Il paradosso si spiega ascoltandola. L'attacco richiama Urlo, il celebre poema del poeta americano Allen Ginsberg, che si apre con lo sguardo sulle migliori menti di una generazione distrutte. Guccini fa lo stesso con i ragazzi della sua epoca, e mette in fila tutto quello che, secondo lui, ha tradito i loro ideali: la politica ridotta a carriera, il perbenismo, il razzismo, gli odi tra partiti, i campi di sterminio.
È in tutto questo che Dio (che qui simboleggia i punti saldi e i valori) "muore". E nel finale la canzone cambia direzione: una generazione nuova può farlo risorgere, ripartendo da ciò che quella vecchia ha distrutto. È una canzone di rabbia che si chiude con una speranza, ed è forse per questo che dopo quasi sessant'anni continua a essere cantata.
La locomotiva, il ferroviere che sfidò i treni dei ricchi
È la canzone più amata da chi segue Guccini, quella con cui per anni ha chiuso i concerti, con il pubblico in piedi a cantare. Esce nel 1972, nell'album Radici, e parte da una storia vera.
Il 20 luglio 1893 un fuochista di ventotto anni, Pietro Rigosi, si impadronì di una locomotiva alla stazione di Poggio Renatico e la lanciò a tutta velocità verso Bologna, finché alle porte della città non fu deviata con una manovra su un binario morto, schiantandosi contro dei vagoni merci in sosta. Non si è mai capito fino in fondo perché lo avesse fatto.
Guccini prende quella cronaca e ne fa un'epopea di oltre otto minuti. Nella sua versione il ferroviere diventa un anarchico che si scaglia contro un treno di lusso, simbolo dei privilegi dei ricchi, in nome della giustizia per chi lavora. La locomotiva si trasforma in una specie di bestia mitologica, e il gesto di un singolo diventa il simbolo di una ribellione collettiva.
La realtà fu meno epica: Rigosi sopravvisse allo schianto, gravemente ferito. Ma la forza della canzone sta proprio lì, nel modo in cui una notizia dimenticata diventa una leggenda. È il metodo di Guccini: prendere una storia piccola e farla parlare di qualcosa di molto più grande.
L'avvelenata, la protesta contro tutti, compreso sé stesso
Nel 1976 la protesta di Guccini cambia bersaglio. Un critico musicale, Riccardo Bertoncelli, aveva stroncato sulla rivista Gong il suo album del 1974, Stanze di vita quotidiana, e lui risponde con L'avvelenata, contenuta nell'album Via Paolo Fabbri 43 (che prende il nome dall'indirizzo della sua casa di Bologna). Bertoncelli viene citato per nome: "Un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare ca**ate".
Ma la canzone va molto oltre la polemica personale. Guccini se la prende con i critici, con l'industria discografica, con chi pretende di dirgli cosa deve cantare e con chi lo vuole a tutti i costi "impegnato". E soprattutto se la prende con sé stesso, con un'autoironia feroce: si mette alla berlina insieme a tutti gli altri, rifiutando qualsiasi aura da intellettuale o da guida di una generazione.
Guccini non si è mai sentito un profeta, e diffidava di chi voleva trasformarlo in un simbolo. Con Bertoncelli, tra l'altro, finì con una riconciliazione.
Cirano, contro ipocriti e conformisti
Vent'anni dopo, nel 1996, Guccini torna alla protesta prendendo in prestito un personaggio della letteratura: Cyrano de Bergerac, protagonista della commedia di Edmond Rostand del 1897, a sua volta ispirata a uno scrittore francese del Seicento realmente esistito. Nell'opera di Rostand, Cyrano è un poeta e spadaccino coraggiosissimo, con un naso enorme, che ama in segreto la cugina Rossana e scrive per un altro le lettere d'amore che lei riceve.
La canzone, nata da un'idea musicale di Giancarlo Bigazzi e un testo di Beppe Dati ampiamente riscritto da Guccini, è inserita nell'album D'amore di morte e di altre sciocchezze. Nella prima parte è un attacco furioso contro gli ipocriti, i conformisti, i falsi profeti e i potenti. Ma qua e là la rabbia si scioglie in una malinconica dichiarazione d'amore.
È la protesta di un uomo solo contro la mediocrità, più che quella di una generazione. Ed è anche un autoritratto, nemmeno troppo nascosto: quello di chi preferisce perdere piuttosto che rinunciare alla libertà di dire ciò che pensa.
Le canzoni di protesta meno conosciute
Primavera di Praga, uscita nel 1970 nell'album Due anni dopo, è dedicata a Jan Palach, lo studente di vent'anni che nel gennaio 1969 si diede fuoco in piazza San Venceslao, a Praga, per protestare contro l'occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Guccini, cantautore di sinistra, si schiera senza esitazioni con chi subisce i carri armati.
Piccola storia ignobile, del 1976, racconta di una ragazza rimasta incinta, lasciata sola da chi le stava intorno e costretta ad abortire di nascosto, quando in Italia l'aborto era ancora un reato. È un atto d'accusa contro l'ipocrisia di una società che prima giudica e poi si volta dall'altra parte.