Computer, password, business, spoiler: gli anglicismi nella lingua italiana sono ovunque, ma non tutti colmano una lacuna. Alcuni danno un nome a cose per cui l'italiano non ha una parola sua, altri prendono il posto di termini che esistono già e funzionano benissimo.
A fare la differenza sono i settori da cui arrivano, il modo in cui l'italiano li trasforma e il fatto che da noi nessun ente decide quali parole straniere accogliere.
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Internet, tecnologia e moda: dove nascono gli anglicismi
Questi termini si concentrano in settori specifici. Si concentrano soprattutto in informatica, tecnologia, business e moda, cioè negli ambiti più moderni, dove le novità arrivano in fretta e spesso hanno già un nome inglese.
L'informatica è il caso più evidente. Computer, webcam, scanner, touchscreen, modem e password si usano nella forma inglese, anche quando esiste un corrispettivo italiano.
Nell'economia e nell'impresa la situazione è simile. Parole come business, marketing, spread, manager e import-export in qualche caso avrebbero un equivalente italiano, ma nell'uso di tutti i giorni vince quasi sempre l'inglese.
Poi c'è il guardaroba. Top, pullover, jeans, blazer, insieme a blush, eyeliner ed extension per i capelli, sono entrati nel vocabolario di moda e cosmesi senza nemmeno passare dalla traduzione.
Alla base c'è la diffusione globale della cultura anglofona. I contatti tra inglese e italiano esistono da secoli, ma oggi colpiscono per portata e per la rapidità con cui le parole nuove entrano nell'uso.
Il linguista Paolo Zolli, nel saggio Le parole straniere, ha spiegato il meccanismo così: "Il passaggio di parole da una lingua all'altra sarà tanto più facile e frequente quanto più stretti saranno i rapporti tra le popolazioni parlanti quelle lingue". Conta anche il prestigio di una lingua: per secoli è toccato all'italiano, tanto che la terminologia musicale delle principali lingue europee è di origine italiana.
Come cambiano le parole inglesi in italiano
Una volta entrate, le parole inglesi possono anche cambiare forma o significato. L'italiano le adatta, le accorcia, le mescola e a volte cambia loro il significato.
Alcune arrivano quasi immutate. Sono sostantivi come break e trend, oppure aggettivi come single (nel senso di "senza partner") e low-cost, come in "un volo low-cost".
I verbi invece si fanno italiani. Stalkerare, twittare e taggare prendono la desinenza -are e si coniugano come quelli della prima coniugazione: io taggo, tu twitti, loro stalkerano.
Con le parole composte può succedere che metà si perda per strada. Per cui il beauty case diventa "beauty" e la slot machine diventa "slot".
Altre volte inglese e italiano si fondono nella stessa parola. Ne nascono neologismi ibridi come cyber-bullismo e baby-prostitute, metà importati e metà costruiti in casa.
C'è poi chi cambia ruolo nella frase. Fashion e glamour in italiano funzionano come aggettivi: si dice "la tua borsa è fashion" o "i negozi più glamour di Milano", dove in inglese servirebbe una forma diversa.
Infine, il significato può spostarsi del tutto. Fare shopping da noi riguarda moda e cosmesi, mentre per il pane si "fa la spesa". E il box auto è il garage, un uso che in inglese non esiste. Anche zapping arriva dall'inglese e indica il passaggio rapido da un canale tv all'altro, un significato presente anche nella lingua d'origine.
Quando un anglicismo serve davvero
Per capire se una parola inglese è indispensabile, i linguisti distinguono due casi. I prestiti di necessità entrano perché in italiano un'alternativa valida non c'è, o non c'è proprio alcuna alternativa.
Due esempi sono brunch e spoiler. Per indicare il pasto a metà tra colazione e pranzo, o l'anticipazione che rovina il finale di una serie, l'italiano non ha una parola altrettanto immediata.
I prestiti di lusso funzionano al contrario. Si scelgono anche quando la parola italiana esiste, spesso perché il suono inglese sembra più esotico.
- background: formazione, esperienze pregresse
- trend: tendenza
- leader: guida, capo
- fake: falso, bufala
- step: passo
- gap: divario
- performance: prestazione
La differenza si sente quando le parole escono dall'ufficio e arrivano a tutti. Provvedimenti politici battezzati jobs act e spending review avevano a disposizione formule come "riforma del lavoro" e "revisione della spesa", comprensibili anche da chi l'inglese non lo conosce.
Attenzione però: la distinzione tra necessità e lusso divide gli studiosi. Zolli la definiva "comoda, pratica", ma colpevole di peccare "di semplicismo": secondo lui ogni lingua ha gli strumenti per nominare le cose nuove. Il suo esempio è il pomodoro: dove il francese ha accolto la parola straniera tomate, l'italiano ha preferito coniarne una propria.
Il saggista Antonio Zoppetti, nel Rapporto sull'anglicizzazione dell'italiano, indica le strade alternative. Si può creare un neologismo come pomodoro, italianizzare come "rivoltella" sul modello di revolver, oppure allargare il significato di una parola esistente, come "tamponare", che oggi indica anche il fare i tamponi.
Francia contro Italia: chi regola le parole nuove
L'italiano si è dimostrato più accogliente verso le parole anglosassoni di altre lingue europee, e il paragone più netto è con il francese. Oltralpe la lingua lotta perché i termini inglesi vengano sostituiti il più possibile con equivalenti francesi.
In Francia questo compito spetta all'Académie française, che regola la lingua e indica come formare parole nuove quando serve un concetto nuovo. In Spagna esiste un organismo simile, la Real Academia Española. Il tentativo di sostituzione viene comunque fatto.
In Italia il punto di riferimento è l'Accademia della Crusca, che però ha un ruolo diverso. Offre pareri sulle questioni linguistiche e non impone norme, ma attraverso il gruppo Incipit suggerisce o sostiene alternative italiane alle nuove parole inglesi.
Il risultato è un dibattito che va avanti da anni ed è stato definito una nuova "questione della lingua". Coinvolge linguisti, giornalisti, educatori e opinione pubblica, con posizioni molto distanti tra loro.
Da una parte ci sono le visioni neopuriste, come quella del linguista Arrigo Castellani. Dall'altra opinioni più tolleranti, come quella del linguista Tullio De Mauro: in mezzo c'è chi teme una decadenza dell'italiano e chi, magari perché lavora nell'informatica o nel business, usa questi termini ogni giorno senza farsi problemi.
Anche la storia delle lingue va messa nel conto. L'inglese stesso è cambiato profondamente sotto l'influenza del francese: "use" è di origine francese, eppure nessun anglofono la sente come una parola straniera. Lo stesso potrebbe succedere, tra qualche generazione, a molti anglicismi di oggi.
Per il linguista Roberto Gusmani, del resto, il prestito ha poco della perdita e molto dell'arricchimento: una lingua offre un modello e l'altra crea da quello un elemento nuovo. Senza un arbitro, a decidere quali anglicismi restano è chi parla: l'innovazione nasce nel singolo e solo dopo si estende a tutta la comunità.