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Il Capitale di Marx


L’opera principale nata dalla collaborazione di Marx ed Engels è Il Capitale.
In essa, Marx analizza il modo in cui si è venuta a formare la società capitalistica con le sue sovrastrutture politiche e sociali. Di particolare importanza è lo studio circa le modalità di accumulo del capitale da parte della borghesia attraverso il furto operato ai danni della classe operaia.
Ammesso che la fonte di ogni valore economico è il lavoro (come aveva già asserito Adam Smith), il profitto del capitalista deriva dalla sottrazione di parte del lavoro dell’operaio, che non viene quindi pagata (pluslavoro) e che viene accumulata dal capitalista. Di fatto, il capitalista, proprietario delle macchine e dei mezzi tecnici di produzione, opera quindi un furto ai danni dell’operaio: gli corrisponde un salario da fame, che è in realtà equivalente solo a parte del valore creato dall'operaio con il suo lavoro (plusvalore), e trattene per sé il resto con cui forma il capitale.

Con il denaro sottratto agli operai, il capitalista può acquistare nuove macchine, alle quali legare, in una sorta di schiavitù, altri operai, impossibilitati dalla scarsità delle loro disponibilità economiche a rinunciare al loro lavoro vessante. In questo modo l’operaio continua lavorare al solo fine di creare condizioni di vita migliori per il capitalista, mentre egli cade in uno stato di sempre maggior sfruttamento ed alienazione del frutto della propria forza-lavoro. È evidente, quindi, lo stretto legame tra capitale e alienazione del lavoro dell’operaio, un legame perverso che consente al capitalista di accumulare tanto piú quanto maggiore è lo sfruttamento del lavoratore, ridotto a proletario. Tale situazione è però destinata ad esser rovesciata dalla lotta di classe, che è destinata a sfociare in rivoluzione ed all’espropriazione degli espropriatori (i capitalisti) da parte degli espropriati (i proletari) ed alla dittatura del popolo che porterà alla costituzione di una nuova società senza sfruttatori né sfruttati.
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