Introduzione: il pensiero di Schopenhauer
Schopenhauer utilizza come punto di partenza la differenza kantiana tra fenomeno e noumeno, ma la concepisce inversamente: il fenomeno è considerato nientemeno che sogno e illusione, illustrato con la figura del velo di Maya […], mentre il noumeno è la realtà, la vera essenza a cui bisogna aspirare in termini di percezione e comprensione.
Egli studia nella sua opera principale, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, la contrapposizione tra queste due percezioni. Schopenhauer sostiene infatti che il mondo non esista se non nel rapporto tra soggetto e oggetto che caratterizza la rappresentazione, celante appunto la vera realtà delle cose (noumeno), considerazione che anche Juan Ramon Jimenez fa durante quello che viene considerato il suo secondo stile, ad esempio in “Inteligencia, dame el nombre exacto de las cosas” oppure “Yo no soy yo”.
Schopenhauer sostiene che dalla nascita ogni essere umano sia imprigionato in un ciclo di nascita e morte (dal
ṃ
sa sāra
quale non si può liberare se non con la lacerazione di questo velo di Maya e con la conseguente comprensione della realtà. Egli ritiene che la rappresentazione, cioè la realtà che ci si para davanti, sia nient'altro che una “fotocopia mal inchiostrata”, celante la vera realtà delle cose.
Tutto ciò che ci appare è dunque ingannevole, non possiamo fare affidamento su di esso poiché lo vediamo solo dall’esterno (metafora del castello […]). L’unica manifestazione concreta che viviamo anche dall’interno, e quindi con maggiore affinità e comprensione, è la nostra corporeità: è questa infatti lo strumento con cui analizzare il fenomeno.
Proprio tramite l’interpretazione del nostro corpo Schopenhauer individua una ed una sola realtà sostanziale: la volontà di vivere, che è unica (unicum impersonale), inconsapevole (è innata, insita in ogni cosa), eterna e cieca (incausata). Sulla base di tutto ciò, S. identifica nella volontà il male dell’essere, la ragione di sofferenza per tutto ciò che esiste: volere significa desiderare, desiderare significa mancare di qualcosa, mancare di qualcosa significa soffrire; quindi volere è soffrire.
A questo proposito S. concepisce la metafora del pendolo […]. Per porre dunque fine a questo continuo oscillare tra noia e disperazione l’unica soluzione è eliminare la voluntas, contrapponendovi la noluntas.
Il filosofo descrive tre “vie di liberazione” dal dolore, ovvero arte, morale e ascesi […]. Solo la terza però può essere considerata valida, poiché non presenta i limiti che celano le prime due.
L’Ascesi si rivela dunque come unica possibilità di eliminazione del dolore; questo processo, adottato da S. dalle dottrine orientali come Induismo e Buddismo, prevede la mortificazione totale del corpo, eliminando completamente i bisogni e i desideri di qualsiasi entità (fisica e morale) tramite castità, digiuno, umiltà, povertà, sacrificio, rinuncia dei piaceri, rassegnazione, ecc.
La soluzione che Schopenhauer propone come unica diviene allora l’abbattimento della volontà: questo però non è possibile.
Strumento della critica: il suicidio
A sostegno di questa obiezione mi avvalgo della concezione che egli stesso ha del suicidio per sviluppare un ragionamento: secondo il filosofo, il suicidio è solo una manifestazione della volontà di vivere un’altra vita.
< Un tale gesto, infatti, non scalfisce la volontà di vivere in se stessa, ma sopprime soltanto una sua particolare oggettivazione, il fenomeno, l’individuo > .
Dopo l’atto, < la volontà può continuare a incarnarsi in molti altri fenomeni, risorgendo sempre e di nuovo, come il sole che dopo il tramonto, torna a splendere in tutto il suo fulgore >.
Consapevoli di questo, è necessario evidenziare che sebbene la volontà sia un unicum impersonale, la sofferenza dell’uomo (che è il punto di partenza per cui Schopenhauer sviluppa la sua filosofia) è comunque una percezione individuale, nonostante sia “comune a tutti”.
Togliersi la vita è senza dubbio l’atto più estremo a cui una persona possa ricorrere per sopprimere il proprio senso di insoddisfazione o la propria sofferenza. Senza trascendere i confini del pensiero schopenhaueriano, a un uomo non interessa se, dopo la sua morte, la volontà riconfluirà in altro essere che non sia entro i limiti della sua percezione, proprio perché il dolore è una questione individuale.
Questa considerazione diviene doverosa per il passo seguente della critica: se il suicidio, constatato quanto appena detto, viene comunque considerato l’espressione di una volontà, e quindi inutile per risanare la sofferenza dell’uomo, com’è possibile che un atto che rientra nell’arbitrarietà di un uomo, rappresenti l’eliminazione della volontà?
Come può un uomo eliminare la propria volontà a vivere una vita ascetica? Già nella definizione stessa di ascesi emerge questa
Impegnandosi
contraddizione.
Sulla base di tutto ciò, mi azzardo a correggere quella che a parer mio è un’imprecisione nella filosofia di Schopenhauer. Il reale aspetto problematico della volontà di vivere emerge nel momento in cui ne siamo schiavi, condizione in cui ci troviamo dalla nascita, come dice il filosofo.
Infatti nel corso della vita acquisiamo la così detta “capacità d’agire” e la “capacità d’intendere e volere”, che sebbene siano concetti giuridici esprimono quello che è il reale sviluppo dell’arbitrarietà dell’uomo.
L’ascesi dunque non è un’eliminazione della volontà, ma un suo imbrigliamento nei limiti che noi stessi decidiamo di imporre. Il fiume impetuoso della volontà non dev’essere svuotato della sua acqua, altrimenti si potrà arrivare solo all’apatia, all’assenza di dolore.