Liceo Classico “Eugenio Montale” anno 2009/2010
Taedium vitae
Un rapido sguardo al “Mal di vivere” nella filosofia e nella letteratura
Riccardo Damiani | 2
Sommario
Introduzione……………………………………..…………….p.4
I. Martin Heidegger……………………………………….p.5
II. Alberto Moravia………………………………………..p.8
III. Arthur Schopenhauer………………………………..p.10
IV. Søren Kierkegaard……………………………………..p.13
V. Charles Baudelaire……………………………………..p.16
VI. Giacomo Leopardi…………………………………….p.20
VII. Lucio Anneo Seneca………………………………..p.23
VIII. Tito Lucrezio Caro…………………………………p.25
IX. Quinto Orazio Flacco……………………………….p.27
Conclusione……………………………………………………..p.29
Bibliografia……………………………………………………....p.30 | 3
Introduzione
«La nostra società rifiuta i pessimisti, i depressi, gli angosciati. Il mal di vivere è quindi una malattia dei tempi moderni che bisogna curare a colpi di antidepressivi? Oppure, come ci insegnano i grandi malinconici della storia, è la sola ragione di vita, in quanto segno del progresso del pensiero e della coscienza? La grandezza dell'uomo, in fondo, sta anche nelle sue ferite.» 1
Il mal di vivere, di cui la depressione nervosa è considerato l'ultimo stadio, vive una contraddizione nella società contemporanea. Questa condizione viene accresciuta molto più di quanto si cerchi di combatterla. La nostra società narcisistica ed edonistica, che ha come valore dominante la ricerca costante di un piacere immediato (garantito da bisogni artificiali che richiedono spese ingenti per prodotti inutili), surrogato di felicità, è ostile ad ogni forma di tristezza. Il dover essere felici a tutti i costi stressa e colpevolizza l'individuo insoddisfatto del suo vivere. I malinconici e i depressi sono classificati dalla medicina, sono considerati malati da curare chimicamente dall'industria farmaceutica. La società consumistica ricicla ciò che è scomodo, anormale e debole. Questi incompresi (infatti per lo più non capiscono la radice della loro tristezza) sono considerati dei parassiti, in quanto la collettività deve sostenere il costo sociale della depressione, ammortizzando le assenze ripetute, le cure continue e la bassa produttività. Perché quindi i depressi sono visti in maniera così negativa? Perché rappresentano lo scheletro nell'armadio della società edonistica la quale, funzionando unicamente sul “morale della truppa”, non può tollerare queste Cassandre che oscurano l'umore consumistico a colpi di “a che pro?”. I depressi sono dei disillusi, hanno la lucidità di chi ha spezzato le illusioni che la cecità comune ha sfruttato per alleggerire il peso dell'esistenza.
Nel 1994 uno studio della prof.ssa americana di psichiatria Kay Redfield Jamison dimostra che c'è uno stretto legame tra depressione e ispirazione artistica. In tutte le epoche tra i creativi di tutte le discipline c'è un'alta percentuale di depressi e il tasso di suicidio è più alto rispetto al resto della popolazione. Tutto accade come se il dolore interiore illuminasse la natura e il senso (o il nonsenso) della vita, come se obbligasse a porsi domande su se stessi e sull'esistenza. Ma la società odierna non ha più bisogno di verità, né di lucidità, ma soltanto di efficienza. Essa allontana dunque i depressi, o malinconici che siano, ergendo a modelli i campioni dell'efficienza, offerti all'ammirazione delle masse, come gli sportivi di alto livello le cui performance esigono una «mente d'acciaio» che escluda il minimo briciolo di dubbio e di indecisione.
Ma quali sono le soluzioni scelte dalle persone affette da mal di vivere? Come si è evoluto, come è cambiato questo sentimento attraverso i secoli, attraverso le correnti di pensiero che hanno caratterizzato il pensiero occidentale? Noia, angoscia, spleen, taedium vitae e mal di vivere sono facce diverse della stessa medaglia? Ma, soprattutto, sono state solo negative per l'umanità? Cercherò di dare una risposta a queste domande in relazione agli autori da me scelti per questa tesina. Storia del mal di vivere: dalla malinconia alla depressione.
1 Minois George, | 4
Martin Heidegger
Il XX secolo è un periodo di catastrofi, di morte e di distruzione; gli orrori portati dalle guerre e dalle crisi mondiali hanno un effetto notevole sulla cultura, che tende ad essere permeata da un pessimismo diffuso. Il mal di vivere nelle sue più svariate forme è più presente che mai. Il sentimento della noia e dell'angoscia sono affrontati da vari autori, quali Moravia, Heidegger, Sartre e non solo (anche Kafka, Huysmans, Beckett solo per citare i più noti). La noia è una delle componenti principali e più sintomatiche del mal di vivere, se non la maggiore. Heidegger affronta l’abbandono al nulla attraverso la situazione emotiva della noia profonda. In Concetti fondamentali della metafisica distingue tre diverse forme di noia, le prime due non autentiche lasciano spazio al terzo concetto fondamentale di noia profonda, la differenza consiste anche nel rapporto con lo scorrere del tempo.
Il primo tipo di noia è la “noia occasionale” e si riferisce all'oggetto, che non desta più il nostro interesse. Essa può scaturire da una situazione di impazienza o quando, per esempio, si è costretti a fare ciò che non ci interessa. Questo tipo di tedio è un “venir-annoiati” da qualcosa di esterno al soggetto, la sensazione è quella di “venir-lasciati-vuoti”. Il tempo interno in questo caso scorre più velocemente per i nostri sensi, al contrario quello esterno ci sembra rallentato (molto simile ai concetti di tempo interiore e tempo esteriore di Bergson).
Come stato psicologico essa è legata alla quotidianità e non è altro che una caduta di interesse per qualcosa che prepara il rivolgersi dell’interesse ad altro. Va dunque considerata come uno stato transitorio, tra una faccenda e l’altra.
Nel formulare questo concetto Heidegger si è avvalso delle teorie di Kierkegaard sulla noia e di Agostino sul tempo. In particolare Agostino sostiene che la lunghezza del tempo (negando le tesi di Aristotele secondo il quale è oggettivo, empirico, quantificabile) è legata unicamente alla percezione, esiste solamente nel nostro animo, che la plasma in base al suo sentirsi annoiato. Egli “Come nega che la lunghezza sia legata alla quantità di tempo passato o futuro può esser lungo o breve ciò che non è”. “[...]
2 Aristotele diceva che il tempo per un verso, esso è stato e non è più, per un altro verso esso sarà e non è ancora” 3. Logicamente il tempo sembrerebbe essere costituito dal nulla, l'unica evidenza (in quanto l'attimo è troppo sfuggevole per essere percepito) è il rapporto tra divenire e tempo, che sono imprescindibili. L'anima può quindi “contare” il tempo, in quanto determina un «prima» e un «poi» riguardo alla propria esistenza. In questo modo Agostino, e Heidegger dopo di lui, cercò di “[...] Il tempo esisterebbe o meno, se non esistesse l'anima?”
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Confessioni,
2 Agostino, XI.
Fisica,
3 Aristotele, IV, 10, 217b.
4 Ivi, 14, 223a. | 5
La seconda forma di noia, che possiamo chiamare “noia insita”, consiste in un “annoiarsi-di” e si riferisce questa volta al soggetto (questo tipo di tedio è molto simile a quello esposto da Kierkegaard nei Diaspalmata). Il nulla emerge dalla propria interiorità e va a sospendere ogni interesse per qualsiasi oggetto che ci circondi e per ogni situazione in generale. La lunghezza del tempo non ci appare più, dal momento che la nostra coscienza si svuota e il tempo si ferma ai nostri occhi; non prestiamo più attenzione alla sua durata, ma “semplicemente presentifichiamo”. In questo modo “il nostro sé” si svuota della sua “origine e del suo avvenire” temporale, ferma il proprio tempo e si ciò che annoia. Tutto questo è provocato dall'indolenza del soggetto annoiato: «ciò che annoia non viene dall’esterno, sorge dall’esser-ci stesso».
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A queste due forme di noia temporanee e legate alla dimensione della quotidianità ne può tuttavia subentrare un’altra che può anch’essa iniziare con il prendere sempre più le distanze da qualcosa di determinato, ma diviene poi sempre più profonda e non cerca nemmeno di riprendersi volgendo l’interesse in altra direzione. Quest'ultima categoria di tedio, la più forte e importante è la «noia profonda come “uno si annoia”» (l'“uno” indica il diventare del soggetto un “indifferente nessuno”). L’oggetto a cui eravamo intenti fino a poco fa si allontana nelle sue determinazioni particolari, ma nessun altro oggetto si fa avanti per rivendicare la nostra attenzione. Ogni particolarità tende a rifluire in una totalità che diventa sempre più indifferenziata, una totalità che va dissolvendosi. La noia autentica ha un effetto paralizzante che impedisce a chi ne è colpito di poter fare qualsiasi cosa anche la più interessante, anche la cosa più nuova e creativa che si possa proporre; noia che impedisce anche il rapporto con gli altri perché la mancanza di interesse e di novità percepita ci portano ad essere infastiditi e irritati, spostando la colpa del nostro malessere al di fuori di noi stessi.
Un altro sentimento molto simile alla noia profonda, di cui Heidegger parla in Che cos'è la metafisica? è l'angoscia. Essa pone l'uomo di fronte al nulla, al niente stesso, e per alcuni istanti di pura angoscia gli si presenta nella sua potenza di annientamento. L'angoscia fa vedere all'uomo l'insignificanza e la nullità dei fini che gli vengono proposti nella sua esistenza quotidiana. L'angoscia è diversa dalla paura, la seconda infatti è fobia di qualcosa di determinato, la prima è paura del niente, dell'annichilimento. Essa si prova davanti alla prospettiva dell'annullamento dell'esistenza. Ciò che hanno in comune noia e angoscia è che non riguardano il mio me quotidiano, ma il puro esserci, l'“uno”. In entrambe l'io che quotidianamente sono e le cose del mondo che quotidianamente distinguo si dileguano. L'“indifferente nessuno”, in cui mi trovo in entrambi i casi, è nell'angoscia di fronte al niente, nella seconda di fronte alla totalità dell'ente, al quale però non è permesso di agire dalla sua paralisi.
Per Heidegger nella noia, come nell'angoscia ma anche nella gioia, si può cogliere la totalità. «Anche quando, e proprio quando, noi siamo particolarmente occupati dalle cose e da noi stessi ci soprassale questo “tutto” per esempio nella noia autentica. Essa è ancora lontana quando ad annoiarci è solo questo libro o quello spettacolo, quell'occupazione o quell'ozio, ma affiora quando “uno si annoia”. La noia profonda, che va e viene nella profondità dell'esserci come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli esseri,
Concetti fondamentali della metafisica
5 Heidegger, , cit., p. 169. | 6
e con loro noi stessi in una strana indifferenza. Questa noia rivela l'ente nella sua totalità» .
6 E nella totalità l'ente scompare, dissolvendosi.
“Non si tratta della noia che si può combattere con le distrazioni, la conversazione o i piaceri, ma di una noia, si potrebbe dire, fondamentale; e che consiste in questo: più o meno bruscamente, in casa propria o in pubblico, o davanti a un paesaggio bellissimo, tutto si svuota di contenuto e di senso. Il vuoto è in noi e fuori di noi. Tutto l’universo rimane colpito dall’annullamento. La noia è una vertigine, ma non una vertigine tranquilla, monotona; è la rivelazione dell’universale mancanza di senso.”
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Ma questo senso, secondo Heidegger, non va propriamente cercato nella noia, ma nell'angoscia. Infatti questa sensazione del nulla non è altro che il sentimento della morte. Questo sentimento nella tradizione precedente ad Heidegger era per lo più stato considerato come distruttivo, dal momento che, in vista della morte, ogni nostra azione perde di significato e, non a caso, di fronte al senso di questo carattere distruttivo della morte l'uomo è ricorso alla religione, cioè al convincimento che la morte non sia la fine di tutto; così era anche per Platone, che concepiva la morte come apertura di una nuova e più alta prospettiva di vita. Per Heidegger, invece, con essa finisce tutto e vivere per la morte significa condurre la propria esistenza nella piena consapevolezza che il nostro orizzonte di vita è limitato, senza però far perdere di significato alla vita o approdare alla religione, come invece è sempre stato tradizionalmente. Heidegger dice infatti che sono proprio il carattere finito dell'esistenza e l'angoscia che ne deriva a conferire un senso alla vita: è proprio l'angoscia, ovvero l'aver sempre presente la finitudine della propria esistenza, a dare un senso autentico alle scelte che si compiono. Infatti, si può parlare di “esistenza autentica” solo nel caso in cui vi sia progettualità e libertà assoluta nelle scelte: ma le scelte, se inquadrate in un orizzonte di vita infinito, non hanno senso, non sono progettuali fino in fondo. La vita eterna sarebbe una condanna. Nella vita terrena il numero di anni di cui si dispone è finito, come anche il numero di scelte che si possono fare; e poi, oltre ad essere limitate, le scelte che si possono fare si escludono a vicenda e, spesso, non sono reversibili. Ecco perché per Heidegger l'esistenza è autentica quando è pervasa dall'angoscia che scaturisce dal prendere coscienza della nostra finitudine: e il vivere-per-la-morte ha dunque una valenza altamente positiva, in quanto rende autentiche le scelte e, con esse, la vita.
Was ist die Metaphysik?,
6 Heidegger, Siebte Auflage, Frankfurt 1955, tr. It. A cura di F. Volpi,
Che cos’è la metafisica, Segnavia, Adelphi, Milano 1987, p.66
Un apolide metafisico,
7 Cioran, Adelphi | 7
Alberto Moravia
Rimanendo sempre sul tema della noia nel XX secolo è interessante citare un libro di Alberto Moravia proprio incentrato su questo argomento, dall’omonimo titolo La noia. “Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà: per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte di inverno. La tira sui piedi ed ha freddo al petto, la tira sul petto ed ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente”.
Queste sono le parole con cui Dino, il protagonista del romanzo, definisce il rapporto che ha con il suo malessere. Dino inizia a patire la noia già da bambino, risultando per questo motivo, mediocre e lento anche negli studi. Da adulto divenuto pittore, dichiara di sentirsi soffocare ancor più che in passato.
“Avevo sperato, come ho già detto, che la pittura avesse debellato la noia; ma mi accorsi quasi subito che non era così. Ripresi, dunque, a soffrire di noia nonostante la pittura; anzi, poiché la noia interrompeva automaticamente la pittura, mi resi conto della intensità e frequenza del mio vecchio male con maggiore precisione di quando non dipingevo”. La noia, con il passare degli anni, non gli permetteva più nemmeno di dipingere. Davanti alla tela bianca
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Dino non riesce a usare i suoi pennelli, non è più capace di colmare quell’incomunicabilità tra la tela (la realtà) e lui stesso. Quest’incomunicabilità ci è descritta con un’altra metafora:
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