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Γεγόναμεν ἅπαξ, δὶς δὲ οὐκ ἔστι γενέσται· δεῖ δὲ τὸν αἰῶνα

μηκέτι εἶναι: σὺ δὲ οὐκ ὢν τῆς αὔριον καιρὸς ἀναβάλλῃ τὸν

καιρόν: ὁ δὲ βίος μελλημεσμῷ παραπόλλυται καὶ εἰς ἕκαστος

ἡμῶν ἀσχολούμενος ἀποθνῄσκει.

Μύριος ἦν ὄνειρο ε

τρόνος ρο ἠοῦ ἄτ ι ρος

ἠῶ ἦλθες τὠ λοιὸς μύριος

εἰς Ἅιδην Τίς μοῖρα ζωῆς

ῦ ολεί εηαι ἢ ὅζον ὅζζον

ζηιγμὴ καὶ ζηιγμῆς εἲ ηι

ταμηλόηερον Μικ ή ζεσ

ζωή ηεθλιμμένη· οὐδὲ γὰρ

αὐηὴ ἠδεῖ ἀλλ ἐτθ οῦ

ζησγνοηέρον θανάηοσ

Introduzione

Ho tratto l'ispirazione per questo lavoro da un quadro di P. Gauguin che si intitola appunto "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?". Egli lo dipinse in un mese di lavoro, lavorandovi febbrilmente, nel 1897 quando aveva deciso di suicidarsi, come una sorta di testamento spirituale, cosa di cui parlò poi in molte lettere.

Nella tela sono poste queste tre domande inquietanti e senza risposta che ogni uomo si pone da sempre: sulla propria origine, sul mistero della propria esistenza transitoria e sulla propria fine.

L'opera va letta come un ciclo vitale: a destra è raffigurato un neonato, che già dal momento della nascita è lasciato nell'indifferenza di chi lo circonda; al centro un giovane che sta cogliendo un frutto, simbolo della gioventù che coglie la parte migliore dell'esistenza; all'estrema sinistra una vecchia raggomitolata su di sé, simile ad una mummia peruviana, in attesa della morte, che sembra riflettere angosciosamente sulla vacuità di senso dell'esistenza.

Partendo dal quadro appunto ho cercato di analizzare questo ciclo dell'esistenza, concentrandomi su quegli argomenti che mi sembra abbiano maggiormente contribuito a far comprendere il vero senso di ogni tappa percorsa dall'uomo nel cammino della vita.

Ho dunque iniziato da biologia per comprendere proprio come scientificamente ha origine un essere umano e come possa avvenire quello che è il miracolo della vita.

Successivamente ho analizzato l'infanzia: forse il periodo più ricco e denso di tutta l'esistenza umana. È in questo primo stadio della vita che si sviluppano le capacità affettive e cognitive e vengono apprese le norme e i modelli di comportamento necessari all'inserimento nella società.

Il termine infanzia deriva da infans, che in latino significa "che non sa parlare": e per lungo tempo il bambino è stato considerato più per quello che (ancora) non è e non sa fare anziché per quello che è e che sa fare.

Progressivamente, però, la pedagogia e successivamente la psicologia hanno scoperto molte caratteristiche del modo in cui il bambino vede ed elabora la realtà.

Un primo contributo ci è stato dato senza dubbio, nel mondo greco, da Plutarco in "Sull'educazione dei figli", in cui viene sottolineata la duttilità della mente del bambino e l'esigenza di curarne l'educazione in ogni dettaglio, in particolare fornendogli esempi retti, non usando la violenza, e soprattutto non caricandoli delle proprie aspettative, schiacciando la libera espressione della loro personalità ed opprimendoli.

Tali concetti sono stati poi ripresi ed ampliati, nel mondo latino, da Quintiliano, il primo insegnante nella storia romana ad avere una cattedra d'eloquenza con stipendio pubblico, il quale, nel suo trattato sulla formazione del perfetto oratore, l'Institutio oratoria appunto, si occupò della psicologia dell'apprendimento, introducendo per la prima volta il gioco nell'educazione infantile e sfruttando quella competizione e quei meccanismi di invidia, per le lodi ed i premi che magari un insegnante può rivolgere ad un altro, che si innescano nella mente del bambino.

Mente che è stata poi analizzata, in maniera molto più approfondita da Freud, che si rese conto di quanto sia effettivamente complessa la psiche del bambino e di quanti eventi, apparentemente insignificanti ed ai quali viene dato dagli adulti poco peso, possano determinare dei traumi duraturi o comunque siano decisivi per la formazione delle varie caratteristiche della personalità di un individuo adulto.

Alla luce di ciò, appare chiaro quanto sia potuto essere incisivo un intervento all'interno di quest'età, così delicata, da parte di un regime autoritario, come quello fascista, che mirava a plagiare i futuri cittadini, i fascisti del domani, introducendosi nelle istituzioni scolastiche e nella vita dei bambini attraverso organizzazioni, come i Figli della Lupa o i Balilla, volte ad inglobare ogni aspetto della formazione infantile ed adolescenziale.

Per quanto riguarda poi la giovinezza, dopo aver letto Il ritratto di Dorian Gray, mi è sembrato indicato inserirlo, dal momento che, in particolare nel secondo capitolo, nel discorso che Lord Henry fa a Dorian ho riscontrato un messaggio particolare su quest'età, ovvero che, per quanto sia bella e per quanto sia difficile comprenderlo mentre la si vive, non è possibile vivere in un'eterna giovinezza, continuando a provare quei piaceri che sono riservati ad essa, ma essa è destinata a sfiorire e a lasciare il posto ad altro: ai rimpianti soprattutto, di quelle passioni a cui non si è ceduto e di quelle esperienze che non si è avuto il coraggio o la possibilità di compiere.

Come nel caso di Leopardi, che pur rendendosi conto che questa era "l'ora felice dell'esistenza", nel chiuso della prigione di Recanati, non poté mai goderne a pieno sia per le aspirazioni che il padre riponeva su di lui, sia per la freddezza e l'austerità della madre, sia per l'ignoranza che lo circondava, sia per quel sentimento di repulsione e allo stesso di tempo di riverenza, essendo egli un aristocratico, provato dagli altri abitanti, che gli impediva di avere delle relazioni sociali normali.

Ciò lo portò, una volta raggiunta la maturità, al rimpianto di quell'età ormai perduta, che egli non aveva potuto vivere.

E questo passaggio tra l'infanzia e la maturità venne espresso pienamente da Blake col contrasto tra le canzoni dell'innocenza e quelle dell'esperienza, e in particolare tra le poesie "L'agnello" e "La tigre", che simboleggiano appunto queste due fasi dell'esistenza.

Il limite, la fine, consiste poi ovviamente nella morte. Luciano ne sottolineò il potere "democratico", in quanto dinanzi alla morte tutti sono sullo stesso piano e non vi sono più distinzioni di nessun genere.

Questo momento può essere però affrontato in maniera diversa e Tacito, nella sua opera, ci espone due morti completamente opposte: da un lato quella stoica di Seneca, dall'altro quella particolare di Petronio.

La morte viene comunque intesa come il processo finale e necessario del percorso della vita e la stessa filosofia è spesso intesa come preparazione alla morte.

Nonostante ciò, uno dei più grandi stoici, quale Marco Aurelio, rimase ugualmente ossessionato dal pensiero della morte e dal senso di vanità della vita ad essa connesso, e, durante tutto l'arco della sua esistenza, tentò in qualche modo di auto convincersi della necessità di questo momento.

Un momento a cui gli uomini comuni tendono a non pensare, ad ignorare, in modo da poter essere stimolati a vivere senza rimanere in uno stato di costante timore ed anzi quasi nell'illusione di poter essere immortali e di poter sopravvivere per sempre, una illusione cagionata, secondo la mitologia greca, dalle cieche speranze di Prometeo.

La creazione di una nuova vita

Il concetto dell'origine della vita è stato trattato fin dall'antichità nell'ambito di diverse religioni e della filosofia.

Le conoscenze che oggi possediamo riguardo all'embriologia sono state conquistate anno dopo anno, non senza difficoltà, seguendo un percorso particolarmente impervio.

Partendo da supposizioni fantasiose e procedendo, con il passare del tempo, con analisi e osservazioni sempre più precise, si è acquisita oggi una conoscenza accurata del processo di formazione ed evoluzione dell'embrione.

Riguardo alle origini preistoriche dell'embriologia, a causa di documentazioni particolarmente povere, si può solamente risalire ad alcune supposizioni: per esempio, si ignorava la relazione tra il rapporto sessuale e la gravidanza e si supponeva che il parto fosse dovuto allo spirito di un antenato che tornava a vivere, ad un cibo che aveva fatto entrare nel ventre della donna l'anima di un animale o al potere fecondativo di pietre, piante, elementi naturali o pianeti.

Solo successivamente si intuì tale collegamento e si suppose che l'embrione derivasse dall'unione dell'uomo e della donna.

Ma il dibattito riguardo a ciò rimase acceso per molto tempo ancora: una delle dispute più animate fu quella riguardo al ruolo delle cellule riproduttrici.

Per alcuni studiosi del passato una nuova vita aveva origine esclusivamente dal seme, cioè dallo spermatozoo.

Nel 1694 il biologo Nicolas Hartsoeker arrivò persino a sostenere che nella testa di ogni spermatozoo era racchiuso un «omuncolo», ossia un essere umano in miniatura.

Secondo altri naturalisti, gli «ovisti», invece, la nuova vita era contenuta nell'uovo.

Tra questi vi fu l'italiano Lazzaro Spallanzani che, studiando la fecondazione delle rane, ebbe la geniale idea di mettere dei «calzoncini» ai maschi durante l'accoppiamento, così da raccogliere il liquido seminale e utilizzarlo per fecondare in provetta le uova femminili: era dunque un precursore della fecondazione in vitro.

Nonostante risultasse evidente che soltanto il liquido contenente spermatozoi vitali era in grado di fecondare le uova, Spallanzani non riuscì a comprendere totalmente la portata dei risultati ottenuti e, fortemente condizionato dalle sue idee «oviste», attribuì agli spermatozoi un ruolo secondario, di semplice stimolo nei confronti dell'uovo.

Soltanto nel 1924 due ricercatori francesi, Prevost e Dumas, dimostrarono che queste cellule sono gli attori maschili della fecondazione e, al pari dell'uovo, contribuiscono con il loro patrimonio genetico a una nuova vita.

Ed è proprio questo il vantaggio della riproduzione sessuata: ogni genitore contribuisce per metà al corredo cromosomico del figlio, l'altra metà è fornita dall'altro genitore.

Poiché nei cromosomi sono contenuti i geni che determinano le caratteristiche di un individuo, il nuovo organismo non è una copia né dell'uno né dell'altro genitore ma possiede geni, cioè caratteristiche, di entrambi i genitori e anche nuove combinazioni di geni: ciò produce dunque quella variabilità di caratteri studiata dalle leggi di Mendel.

  • Legge della dominanza: i caratteri genetici non si mescolano negli ibridi ma sono controllati da forme alternative, dette alleli, che esistono in coppie nei singoli organismi: incrociando due individui di linee pure che differiscono per un solo carattere si ottengono, nella prima generazione, individui in cui si manifesta solo uno dei due caratteri (detto dominante) mentre l'altro (detto recessivo) rimane latente e non si manifesta.
  • Legge della segregazione: durante la formazione dei gameti, gli alleli si separano, o segregano, casualmente in modo tale che ciascun gamete riceve con la stessa probabilità l'uno o l'altro di essi, perciò, reincrociando tra loro gli individui della prima generazione, si ottengono fenotipicamente 1/4 degli individui con il carattere recessivo e 3/4 con il carattere dominante (di questi ultimi genotipicamente 2/3 sono eterozigoti, 1/3 è omozigote).
  • Legge dell'assortimento indipendente: nella formazione dei gameti, gli alleli di differenti geni si distribuiscono l'uno indipendentemente dall'altro: incrociando individui che differiscono tra loro per due o più caratteri, ogni coppia di alleli per ciascun carattere viene ereditata in maniera del tutto indipendente dall'altra. Si hanno così tutte le possibili combinazioni degli alleli di ciascuna coppia e la comparsa di individui con caratteri nuovi.

Nell'uomo, come in quasi tutti gli altri mammiferi, l'embrione si sviluppa nel corpo della madre.

Tale processo comprende alcuni eventi fondamentali:

  • L'aumento rapido del numero di cellule che avviene in seguito alla riproduzione cellulare per mitosi;
  • La formazione di differenti tipi di tessuti che avviene in seguito al differenziamento delle cellule;
  • La formazione di organi con funzioni diverse.

Inizialmente dalla tuba, lo zigote inizia a scendere lentamente verso l'utero.

Circa 12 ore dopo la fecondazione, esso si divide mediante mitosi, per segmentazione, in due piccole cellule identiche, dopo altre 12 ore in quattro, poi in otto e così via, finché forma un embrione che per il suo aspetto prende il nome di morula.

In questa fase le cellule sono totipotenti, cioè ciascuna di esse può produrre qualunque tipo di tessuto (se isolata può formare anche un individuo intero) perché nel programma genetico ha potenzialmente tutte le specializzazioni.

Poi, man mano che lo sviluppo procede, le cellule si differenziano, ossia iniziano a specializzarsi e perdono le loro potenzialità.

Le divisioni cellulari continuano e le cellule, che nel frattempo sono circa un centinaio, si dispongono a formare una sferetta cava, la blastocisti o blastula.

A questo punto avviene la gastrulazione, cioè la formazione della gastrula: la blastula subisce un'invaginazione formando il blastoporo (che darà origine all'ano) e l'archenteron (che sarà il futuro tubo digerente).

Intanto, circa una settimana dopo la fecondazione, la blastocisti si spinge in profondità nella parete dell'utero, che è spessa e ben irrorata di sangue per nutrire l'embrione: avviene così l'annidamento, che segna l'inizio della gravidanza.

Non appena la blastula penetra nella parete dell'utero, le cellule esterne formano delle estroflessioni, i villi coriali, che si aprono la via tra le cellule della parete uterina.

Durante la seconda settimana si forma il sacco amniotico, ripieno di liquido, che circonderà e proteggerà l'embrione durante tutto il suo sviluppo.

I movimenti delle cellule che avvengono durante la gastrulazione determinano poi anche la formazione dei tre foglietti embrionali, finissimi strati di cellule sovrapposte:

Successivamente l'embrione assume anche una precisa configurazione spaziale: nella linea mediana si forma una colonna di cellule, la corda dorsale (abbozzo della futura colonna vertebrale) che stabilisce la simmetria del corpo, la posizione della testa e della parte posteriore.

La prima parte del corpo che si sviluppa è la testa e il primo a formarsi è il cervello, che ha origine da un ispessimento dell'ectoderma che si ripiega su se stesso, la placca neurale.

In seguito, le vescicole cerebrali s'ingrossano e i bordi di un solco che percorre tutto l'embrione si uniscono formando il midollo spinale.

Il cuore, posto nella regione toracica, all'inizio non è altro che un grosso vaso sanguigno che inizia a battere.

In questi stadi è difficile distinguere l'embrione umano dall'embrione di un pesce, di un uccello o di una scimmia: non ha né braccia, né gambe, né faccia, e addirittura, a livello del collo, ha fessure che ricordano le branchie dei pesci.

Come aveva già osservato Darwin, questo fatto dimostra che la nostra specie ha molto in comune con le altre specie di vertebrati, soprattutto durante i primi stadi di sviluppo.

Ben presto, però, l'embrione assume una forma umana riconoscibile: un mese e mezzo dopo la fecondazione misura 1,5 cm, la colonna vertebrale è ben visibile e la crescita diviene più rapida.

Il fenomeno più sbalorditivo è la rapidissima proliferazione delle cellule nervose, i neuroni.

Il ritmo è impressionante: circa 250 000 neuroni al minuto.

A due mesi tutte le principali parti del corpo si sono formate, incluso lo scheletro, le dita delle mani e dei piedi sono completamente separate, anche la faccia inizia a formarsi e all'estremità opposta si nota una sorta di coda: l'embrione è lungo 2,5 cm.

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Sintesi

Biologia - Embriologia

  • Greco: Plutarco (sull'educazione dei figli) - Luciano (I dialoghi dei morti)
  • Greco classico: Eschilo, dal Prometeo Incatenato vv. 226/250 - Marco Aurelio, da "A se stesso", pensieri sulla morte
  • Latino: Quintiliano (Institutio oratoria)
  • Latino classico: Tacito, dagli Annales XV, 63/64 - XVI 18/19
  • Filosofia: Freud e la psiche del bambino
  • Storia: l'Opera Nazionale Balilla
  • Inglese: Oscar Wilde (The Picture of Dorian Gray) - William Blake (Song of Innocence/Song of Experience)
  • Italiano: Giacomo Leopardi
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