La comunicazione
Ho scelto questo tema perché credo che la comunicazione sia lo strumento principale che rende possibile l’interazione sociale e quindi lo scambio e la cooperazione tra gli uomini. Gli uomini comunicano in un’infinità di modi, e per esprimere emozioni diverse.
Considerando gli strumenti di comunicazione, nell’arco di sei millenni si sono succedute cinque tipi di culture: la cultura orale, che fa uso della parola parlata, la cultura grafica, che fa uso delle tecniche raffigurative, la cultura manoscritta, che adopera la scrittura, la cultura tipografica e la cultura dei media elettrici ed elettronici, nella quale le informazioni vengono inviate in modo sempre più rapido.
Ogni qual volta si è verificata una delle suddette rivoluzioni, gli uomini si sono divisi in due fazioni: da un lato quella degli apocalittici, che ritenevano che l’introduzione di una nuova tecnica di comunicazione avrebbe arrecato all’uomo soltanto danni irreparabili, dall’altro quella degli integrati che affermavano che da essa sarebbero venuti soltanto benefici.
Il primo apocalittico di cui ci è giunta notizia è il filosofo Platone, che cercò di ridurre l’importanza e la funzione della scrittura a vantaggio dell’oralità che egli considerava fondamentale per mantenere in esercizio la memoria e per sviluppare l’intelligenza.
Il linguaggio verbale è usato con codici diversi da tutti i popoli. Con pochi suoni combinati tra di loro è in grado di esprimere un numero infinito di concetti. Se la cultura orale era una cultura incentrata sulla memoria, la scrittura impara a fare a meno di essa, il testo diventa una memoria artificiale, un’estensione della mente.
La nascita della scrittura provocò una rivoluzione senza precedenti, abbattendo gli ostacoli rappresentati dalle dimensioni dello spazio e del tempo. Cominciano a delinearsi le prime forme di letteratura che nel corso dei secoli prenderanno le forme più disparate, le più importanti senza dubbio sono rappresentate dalla cultura prima greca e poi latina.
All’interno di queste si sono sviluppati moltissimi generi letterari, ognuno dei quali mirava a comunicare ai lettori determinati messaggi, talvolta non facilmente esplicabili, soprattutto se andavano ad urtare contro quelle che erano le idee della classe dirigente.
L’originalità ad esempio della favolistica di Fedro nel saper conciliare la protesta contro i potenti che opprimono senza via di scampo gli umili, con un linguaggio in grado di interessare le giovani menti degli scolari e quelle delle classi meno colte, attraverso l’uso di personaggi spesso desunti dal mondo animale e vegetale.
I temi delle favole di Fedro sono i vizi e i difetti degli uomini ai quali il poeta guarda con tristezza e spesso con un cupo pessimismo, atteggiamenti che gli provengono dallo spirito moralistico con cui tende a misurare i comportamenti degli uomini.
Ne risulta una galleria di tipi umani raffigurati attraverso l’allegoria e il simbolismo degli animali: la prepotenza ad esempio si incarna nel leone, la furbizia nella volpe, l’arroganza nel lupo, la debolezza nell’agnello etc.
Le “morali” di Fedro, e la stessa allegoria del mondo animale, non sono soltanto mere espressioni di buon senso, bensì esprimono anche una mentalità sociale, ossia il punto di vista delle classi subalterne della società romana.
Egli è davvero l’unico a dare voce al mondo degli schiavi e degli emarginati, promuovendo modelli di uomini e regole di vivere: perché le sue favole vogliono essere sì divertenti, ma insieme vogliono anche istruire, diventando il mezzo per comunicare a tutti, seppur in modo non del tutto esplicito, la vera faccia della prepotenza e della violenza.
Ma il secondo grande passaggio storico nella storia delle tecniche della scrittura è stata l’invenzione della stampa nel tardo umanesimo, da parte di Gutenberg. Questa nuova invenzione ha aperto le porte verso un nuovo mondo, ovvero quello della comunicazione di massa, che riusciva a raggiungere un pubblico più vasto, attraverso ad esempio la pubblicazione dei quotidiani e delle riviste.
A metà del 600 iniziò la “pubblicità” sulla stampa: sulla gazzetta a Parigi appare un primo annuncio pubblicitario, in Italia le prime gazzette appariranno fra il 1630 e il 1650.
I primi decenni del XX secolo portarono la massima confluenza tra arte e pubblicità. Il futurismo dilata il mondo dell’arte, fino a comprendere quello della comunicazione pubblicitaria.
Molti futuristi, servendosi della scrittura, della grafica, dell’immagine e dei disegni, ci dimostrano che nei primi decenni del Novecento l’avanguardia aveva scoperto le nuove regole della comunicazione, in una società dominata dalla velocità, dalla simultaneità e dalla modernità.
Scopo dei futuristi d’altronde era quello di fondare un’arte “destinata non ai musei ma alla strada”. Essi proclamavano la completa rottura con il passato, anche mediante la distruzione di biblioteche e musei, essi volevano liberare l’Italia da quella che ritenevano la sua “fetida cancrena di professori, archeologi e antiquari”.
Al passato contrapponevano la moderna civiltà della macchina, la bellezza, l’estasi e il passo di corsa. Tutto ciò comportò un’etica nuova, che rifiutava l’immobilità pensosa ed il sonno.
In Italia, il futurismo andò sempre più, politicamente parlando, verso destra, in senso nazionalista ed interventista, fino a sfociare dopo la guerra nel fascismo e diventare l’arte ufficiale del regime.
Il monopolio dell’informazione e l’importanza riconosciuta alle tecniche della propaganda furono aspetti tipici delle dittature fascista e nazista, la propaganda su vasta scala, condotta con tecniche nuove fu la loro arma vincente.
Così la comunicazione trae origini dal principio ma soprattutto abbraccia tutto ciò che compone la storia anche se la forma di essa si è evoluta sempre di più nel corso del tempo. Ad oggi noi assistiamo ad un panorama in cui la comunicazione assume tutte le forme possibili grazie alle invenzioni tecnologiche ma soprattutto costituisce uno dei punti cardini per lo scambio di qualsiasi tipo di dati in ogni campo.
È stato questo il motivo che mi ha spinto alla scelta di questo tema poiché credo che la comunicazione sia oltre che l’elemento fondamentale che sta alla base di qualunque rapporto, sia un valore importantissimo che non solo favorisce lo scambio di opinioni, di informazioni e di impressioni ma contribuisce alla crescita del singolo uomo e della società.
Il futurismo letterario
Durante i primi decenni del nuovo secolo si verifica una rottura delle modalità estetiche che radicalizza il contrasto, già manifestatosi nel tardo Ottocento, tra esperienze artistiche e società borghese. Tale rottura con il passato viene ora stimolata dall’accelerazione verso la modernità.
La tensione al nuovo non si manifesta solo come bisogno individuale di libertà creativa, ma dà origine a gruppi intellettuali con un programma o “manifesto” i cui fondamenti sono il rifiuto violento della tradizione e la polemica verso la situazione delle arti nel proprio tempo.
Dal momento che si tratta di far “tabula rasa” delle vecchie istituzioni codificate per far emergere il nuovo, le avanguardie hanno un carattere eversivo, rivoluzionario.
È comune alle avanguardie storiche una forte carica di provocazione, dettata dal disprezzo dell’eredità del passato, sia classica sia romantica, e dal desiderio di rinnovamento dei mezzi espressivi e linguistici; tutti gli intellettuali protagonisti di queste avanguardie ebbero in comune il rifiuto della tradizione, di un’arte inadeguata rispetto alle esigenze della modernità.
Differenti furono i modi in cui si espresse tale rifiuto e le alternative che furono realizzate o teorizzate. Il futurismo fu il primo movimento d’avanguardia organizzato come tale e che ispirò altre esperienze ed assunse forme e atteggiamenti assai diversi nei vari paesi europei.
Il movimento futurista fu fondato da Filippo Tommaso Marinetti, che il 20 febbraio 1909 pubblicò il primo manifesto del Futurismo sul giornale francese “Le Figaro”.
Pur con contraddizioni, ambiguità, contrasti interni il futurismo presenta tutte le caratteristiche dell’avanguardia: è aggressivo e movimentista, ha un programma di vita, di azione, di eversione e cerca di abbracciare ogni aspetto della vita pratica e artistica.
Il futurismo ha prodotto in Europa il primo manifesto della modernità coinvolgendo subito tutte le arti; i futuristi per primi riconobbero l’incidenza sulla moderna società della macchina e delle tecnologie industriali e compresero i rapidi mutamenti della sensibilità contemporanea, provocati dai nuovi mezzi di comunicazione e trasporto.
Si scatenavano invece furiosamente contro ogni forma di “passatismo”, contro le vecchie abitudini, le vecchie istituzioni, musei e biblioteche, i patrimoni culturali e artistici ereditati dal passato, le città secolari, tutte cose che secondo i futuristi avevano l’odore della muffa e della putrefazione.
Quando il futurismo nasce ha di fronte a sé l’eredità classica e l’accademismo incarnato in Italia dalle “3 corone”, Carducci, Pascoli e d’Annunzio.
All’immobilismo scolastico e accademico i futuristi oppongono lo sperimentalismo più dinamico e distruttivo delle convenzioni; all’ideale di ordine, armonia ed eleganza contrappongono la carica dirompente delle parole in libertà.
Nei primi anni del Novecento, alla tradizione ottocentesca si oppone anche il crepuscolarismo, che con il futurismo condivide l’idea dell’unità arte-vita; tuttavia la concezione futurista della vita è del tutto opposta a quella crepuscolare.
Quanto il crepuscolarismo è avverso alla modernità, tanto il futurismo è entusiasta dei suoi prodotti più tipici: la macchina e la velocità. Il crepuscolare è rinunciatario, assume toni dimessi, grigi, malinconici e si esprime in sordina; il futurista è prepotente, aggressivo, dinamico, vivace, chiassoso.
I crepuscolari vantano l’intimità delle pareti domestiche, il sapore delle cose buone e familiari, la tranquillità della vita di provincia; i futuristi esaltano invece il caos e l’attività frenetica delle grandi città industriali.
I crepuscolari guardano nostalgicamente al passato e alle piccole cose quotidiane, mai al futuro; i futuristi invece sono sempre titanicamente protesi verso un futuro esaltante.
In letteratura i futuristi perseguono soprattutto la ricerca di temi nuovi, desunti dalla vita della moderna città industriale, colta nel suo dinamismo e nel suo disordine.
Ma temi nuovi richiedono forme nuove. L’antica sintassi non può reggere alla successione rapida delle impressioni suscitate dalla velocità. Il verso tradizionale non può adattarsi ai nuovi ritmi.
Per questo Marinetti, nei suoi “manifesti” proclama la distruzione della struttura sintattica e prescrive l’abolizione dell’aggettivo qualificativo, dell’avverbio, della punteggiatura, l’uso del verbo all’infinito, l’impiego nella scrittura anche di caratteri musicali e matematici, di segni tipografici e colori diversi, di onomatopee, di “parole riplasmate e deformate a scopo rumoristico”.
Questi precetti eversivi sono a fondamento della poetica di Marinetti delle “parole in libertà”: dopo aver rinunciato alla logica, alla scrittura razionale, all’ordine consapevole dei significati, il futurista si affida ad una dimensione intuitiva, che procede per immagini e analogie.
Pur rinnegando i maestri simbolisti, il futurismo mostra di aver assimilato la lezione simbolista nell’uso della tecnica dell’analogia, in quella volontà di suggerire più che dire, di provocare l’intuizione più che enunciare.
I futuristi sono contrari alla scissione tra poesia e società, operata dagli scrittori della rivolta antiborghese in nome dell’autonomia dell’arte. Essi cercano, contro la parola incomunicabile ed esoterica degli scrittori decadenti, la parola pubblicitaria e spettacolare, parola più che scritta. Declamata nelle piazze o nei teatri. Il loro obiettivo è l’inserimento dell’artista nella società non il suo isolamento.
Il futurismo costituisce l’esito estremo, sul piano del linguaggio e dell’azione, delle forme e dei contenuti di diverse pratiche artistiche, di quella ricerca di protagonismo che caratterizza le classi intellettuali italiane all’inizio del Novecento, nel confronto con i nuovi caratteri del mondo industriale.
La lotta condotta dal futurismo contro i modi di comunicazione tradizionali e contro la tradizione in blocco mira a trascinare la parola nel flusso della realtà, nel movimento del presente verso il futuro, a una identificazione dei processi artistici con l’immediata materialità di una vita continuamente trasformata e potenziata dai mezzi industriali.
Nel contesto italiano il futurismo rappresenta un tentativo di modernizzazione a tutti i costi, di adesione incondizionata agli aspetti più barbarici della nuova civiltà industriale.
Sul piano della letteratura e della poesia esso produce in Italia risultati piuttosto scarsi, anche se svolge un ruolo essenziale nella disintegrazione dei linguaggi tradizionali, nella diffusione del verso libero, nella rottura di ogni separazione tra poesia e prosa.
Manifesto del futurismo
“Le Figaro” 20 febbraio 1909
- 1-Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
- 2-Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
- 3-La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità penosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
- 4-Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità.
- 5-Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
- 6-Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
- 7-Non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
- 8-Noi siamo sul patrimonio estremo dei secoli! poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
- 9-Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore.
- 10-Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
- 11-Noi canteremo le locomotive dall’ampio petto, il volo scivolante degli aeroplani. È dall’Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo.
XVII canto del Paradiso-Divina Commedia
Qual venne a Climenè, per accertarsi di ciò ch’avea incontro a sé udito, quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; 3
tal era io, e tal era sentito e da Beatrice e da la santa lampa che pria per me avea mutato sito. 6 6
Per che mia donna «Manda fuor la vampa del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca segnata bene de la interna stampa: 9
non perché nostra conoscenza cresca per tuo parlare, ma perché t’ausi a dir la sete, sì che l’uom ti mesca». 12
«O cara piota mia che sì t’insusi, che, come veggion le terrene menti non capere in triïangol due ottusi, 15
così vedi le cose contingenti anzi che sieno in sé, mirando il punto a cui tutti li tempi son presenti; 18
mentre ch’io era a Virgilio congiunto su per lo monte che l’anime cura e discendendo nel mondo defunto, 21
dette mi fuor di mia vita futura parole gravi, avvegna ch’io mi senta ben tetragono ai colpi di ventura; 24
per che la voglia mia saria contenta d’intender qual fortuna mi s’appressa: ché saetta previsa vien più lenta». 27
Così diss’ io a quella luce stessa che pria m’avea parlato; e come volle Beatrice, fu la mia voglia confessa. 30
Né per ambage, in che la gente folle già s’inviscava pria che fosse anciso l’Agnel di Dio che le peccata tolle, 33
ma per chiare parole e con preciso latin rispuose quello amor paterno, chiuso e parvente del suo proprio riso: 36
«La contingenza, che fuor del quaderno de la vostra matera non si stende, tutta è dipinta nel cospetto etterno; 39
necessità però quindi non prende se non come dal viso in che si specchia nave che per torrente giù discende. 42
Da indi, sì come viene ad orecchia dolce armonia da organo, mi viene a vista il tempo che ti s’apparecchia. 45
Qual si partio Ipolito d’Atene per la spietata e perfida noverca, tal di Fiorenza partir ti convene. 48
Questo si vuole e questo già si cerca, e tosto verrà fatto a chi ciò pensa là dove Cristo tutto dì si merca. 51
La colpa seguirà la parte offensa in grido, come suol; ma la vendetta fia testimonio al ver che la dispensa. 54
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