Apollonio Rodio e la nuova epica
In età ellenistica letterati come Callimaco espressero avversione nei confronti di coloro che, rifacendosi al genere epico, restavano ancorati a gusti tradizionalisti, giustificati soprattutto dall’esigenza del popolo non colto che prendeva parte a tutta una serie di occasioni collettive, come agoni poetici e festività religiose, nel corso delle quali poeti itineranti, alla maniera degli antichi rapsodi, perpetuavano l’usanza delle recitazioni epiche; a discapito del pubblico ristretto e selezionato dell’élite culturale alessandrina cui si rivolgeva l’esclusiva e raffinata produzione dei poeti dotti.
Apollonio con le Argonautiche, ricerca e realizza quell’ideale di originalità ed elaborazione letteraria che è uno dei capisaldi della poetica alessandrina. Egli si è reso artefice di ripensamento del genere epico, rinnovandolo dal suo interno.
Le notizie sulla vita di Apollonio Rodio si ricavano dal lessico bizantino Suda. Si pensa che sia nato tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C. nell’Egitto tolemaico; tuttavia ci sono opinioni discordanti per quanto riguarda il luogo di nascita: secondo alcuni Naucrati, differentemente per un’ipotesi più sostenuta si pensa ad Alessandria, dove operò e si dedicò a studi e ricerche erudite nell’ambito del Museo alessandrino, ottenendo l’impiego di direttore dal 260 a.C. al 246 a.C.
Evento fondamentale della sua vita fu l’esilio volontario a Rodi, che si pensava legato all’insuccesso della lettura pubblica delle prime parti della sua grande opera, ma, secondo il lessico Suda, quest’esilio fu determinato dalla delusione per il comportamento del suo antico discepolo Eratostene. La data di morte è ignota.
L’unica opera che si è conservata intera sono le Argonautiche, ma si possiedono moltissimi frammenti di opere minori registrabili in due gruppi: opere poetiche e opere filologiche in prosa; tra queste ultime, nelle opere antiche sono citate le monografie. Tra le opere poetiche ricordiamo le “Fondazioni”, uno scritto in esametri ispirato alla storiografia antica e narrava della fondazione di Alessandria, Naucrati, Cauno, Cnido e Rodi.
Un poemetto in coliambi, intitolato Κανοβος, nel quale si ritrova uno spiccato interesse per l’eziologia e si narra dell’origine di alcuni culti alessandrini.
Le Argonautiche
Le Argonautiche sono state conservate grazie a manoscritti papiracei. Il poema narra l’avventura della conquista del vello d’oro; i libri I e II raccontano il viaggio compiuto per mare dagli Argonauti da Pagase alla Colchide.
Il libro I mostra i protagonisti di questa ardua impresa e successivamente descrive le modalità dei riti propiziatori e della partenza della nave Argo. Presto gli eroi si fermano a Lemno, a Cizico e a Misia, dove Eracle abbandona il gruppo di eroi.
Nel libro II si narra della seconda parte del viaggio fino all’arrivo in Colchide: lo sterminio dei Bebrici, l’incontro con il profeta cieco Fineo e l’incontro con i figli di Frisso.
Il libro III ha come argomento il soggiorno in Colchide, dove, a causa di Afrodite ed Eros, nasce la storia d’amore tra Giasone e la principessa Medea, che aiuta l’eroe a superare le prove a cui il re Eeta lo sottopone; il libro IV racconta della conquista del vello d’oro di Giasone, ancora una volta aiutato dalle arti magiche di Medea, e infine le numerose peripezie affrontate per fare ritorno in Tessaglia.
La storia degli Argonauti era nota già agli antichi dei tempi di Omero. Rispetto al racconto tradizionale, Apollonio apportò alcuni scarti importanti, a livello di antefatto del viaggio: Giasone torna a Iolco non per pretese dinastiche, ma per riappacificarsi con lo zio, re Pelia. Le altre modifiche apportate al mito mirano a dare l’idea di una Medea meno violenta e sanguinaria.
La ripresa dei temi epici non è una ripetizione passiva della tradizione, ma è il frutto di uno studio letterario che allude alle regole tradizionali, ma con una scelta opportuna esprime la nuova sensibilità dei tempi.
Nelle Argonautiche ci sono numerosi esempi dell’uso di una tecnica particolare, quella dell’intertestualità, con la quale il poeta fa emergere il suo genio e crea un testo nuovo, che allude, in modo più o meno evidente, al modello, ma possiede una continua pienezza di significati. Per questo motivo l’opera richiede un’interpretazione attenta e capace di cogliere i metodi con cui l’arte erudita del poeta si rapporta al modello.
Un altro elemento con il quale questo tipo di arte si rapporta all’esegesi omerica, dandole rilievo, perché ignorare il modello avrebbe potuto impedire la comprensione del testo poetico. Dopo il proemio, uno dei richiami più palesi è il catalogo degli eroi. L’episodio che narra la relazione tra Giasone e Ipsipile a Lemno ricorda la storia d’amore tra Odisseo e Calipso.
A questo punto Apollonio inserisce un elemento originale: l’assemblea delle donne a Lemno, che è un “rovesciamento” dell’assemblea degli eroi presente nell’Iliade, e il viaggio di ritorno di Giasone riprende il viaggio di Odisseo. Infatti, Giasone affronta Scilla e Cariddi, le sirene, le vacche del Sole e Circe.
La differenza sostanziale tra il viaggio di Odisseo e quello di Giasone sta nel fatto che quest’ultimo ha un percorso circolare, nel senso che Giasone torna al punto di partenza non solo fisicamente, ma anche a livello psicologico; è un vagare inconcludente e senza progresso. Analizzando l’opera, si nota come il sentimento che accompagna Giasone per tutta la durata del viaggio sia lo sconforto dinanzi al succedersi incessante delle difficoltà e delle sventure, alle quali porta sollievo solo l’intervento divino.
Un’altra rivisitazione originale del rapporto con il modello si ritrova nell’esordio del IV libro, che contiene la richiesta alla Musa di cantare le sofferenze di Medea. Essa è un incipit dell’Iliade e dell’Odissea, sintesi della fusione dei due poemi, con una differenza a livello di temi e contenuti; qui le Muse cantano le pene d’amore di una donna.
Il rinnovamento della tecnica narrativa
Apollonio realizza la sua opera ricorrendo al rinnovamento della tecnica narrativa. A livello di dimensione, struttura, contenuti e organizzazione, il poema presenta richiami alla tetralogia tragica.
I motivi eroico-guerreschi e avventurosi, tipici dell’epos tradizionale, sono affiancati dal tema dell’amore, che permette un’analisi psicologica dei personaggi profonda e ampia; difatti il vero motore dell’azione, così come aveva avuto questo ruolo nella tragedia di Euripide, è il personaggio creato da Euripide e quello di Apollonio. Sono entrambi intraprendenti, così come è ripresa la passività di Giasone; si parla quindi di demistificazione dell’eroe tradizionale.
Giasone borghese costituisce di per sé un eroe anomalo, una sorta di eroe o antieroe oppresso nella sua fragile umanità dal tragico confronto con il suo destino. Nel suo atteggiamento è costantemente ravvisabile un senso di abbattimento per le prove che deve affrontare e che supera grazie all’intervento di altri; questo suo ruolo passivo è ancora più evidente se accostato a quello di Medea.
La conquista del vello d’oro custodito da un drago si realizza solo grazie all’intervento di Medea, vera eroina dell’azione. Contrariamente a Giasone, la cui figura si mostra passiva e atipica nel contesto epico, Medea è risoluta, decisa e impavida davanti al drago, mentre Giasone la segue spaventato, obbedisce a Medea e ordina solo di tornare verso la nave. Anche dopo aver ottenuto il vello è quasi intimorito dal pensiero che qualcuno possa sottrarglielo.
Alla narrazione lineare e uniforme Apollonio sostituisce una narrazione più libera, operando accelerazioni e rallentamenti, che inducono il lettore a riflettere sui fatti.
Un altro fattore che suggerisce l’innovazione dell’opera di Apollonio è la compresenza di passato mitico e presente storico, garantita dall’interesse eziologico, che permette anche una storicizzazione del mito mediante l’analessi, ovvero la ripresa dell’antefatto mitico; in tal modo mito e storia si fondono e costituiscono le basi di un racconto che va dalle epoche più remote a quelle più recenti.
La presenza dell’autore è molto evidente; infatti, l’autore interviene spesso commentando in prima persona il suo racconto, dimostrando la sua consapevolezza e maestria compositiva. La lingua delle Argonautiche è quella di dizione omerica; tuttavia, l’intento innovativo è presente anche sul piano linguistico e stilistico, in quanto l’autore adopera un aggiornamento della lingua tipicamente epica.
Il vello d’oro e Medea
«…Ma già con gli occhi insonni li aveva visti il dragone al loro arrivo, e tendeva verso di loro il collo lunghissimo; soffiava terribilmente, e risuonava la riva del fiume e la sconfinata foresta. L’udivano i Colchi, anche quelli che vivevano molto lontano dalla terra Titania di Eea, lungo il corso del Lico, che, staccandosi dal fragoroso Arasse, riunisce le sue sacre correnti a quelle del Fasi, e correndo insieme sfociano insieme nel Mare Caucasio.
Le donne a letto si svegliarono per lo spavento e, piene d’angoscia, abbracciarono i bimbi che dormivano sul loro seno, anch’essi scossi dal sibilo. E come, in una foresta che brucia, si volgono innumerevoli ardenti spire di fumo, via via montando dal fondo, l’una di seguito all’altra; così il mostro scuoteva le sue enormi volute, coperte di aride squame.
E mentre lui si allungava, ecco che Medea fu davanti ai suoi occhi e con voce soave invocò il Sonno in aiuto, il dio supremo, che affascinasse la fiera; e chiamò anche la regina notturna, infernale, che le fosse benevola e le concedesse l’impresa.
La seguiva atterrito il figlio di Esone; e il serpente, stregato dall’incantesimo, scioglieva la lunga spina dalle spire nate dal suolo, e allungava i suoi infiniti anelli, così come quando sul mare in bonaccia si rovescia un’onda scura, muta, senza frastuono; ma tuttavia teneva alzata l’orribile testa, bramoso di avvolgere entrambi nelle mascelle mortali.
Medea intinse un ramo di ginepro, tagliato da poco, nella mistura, e sparse il filtro possente sopra i suoi occhi, pronunciando le formule: lo circondò l’odore del filtro e lo addormentò. La bocca cadde, poggiata a terra, e gli anelli innumerevoli si distesero dietro nel folto della foresta.
Obbedendo a Medea, Giasone staccò dalla quercia il vello d’oro; ed essa intanto, immobile, spargeva il suo filtro sopra il capo del mostro, finché Giasone ordinò di tornare alla nave; e a quel punto lasciarono il bosco ombroso di Ares.
Come una fanciulla riceve sopra la veste la luce della luna piena, che splende sul tetto della sua stanza, ed il suo cuore è lieto dell’incantevole lume; così godeva il figlio di Esone, alzando il vello nelle sue mani; sopra le bionde guance e sopra la fronte, al baleno del vello, venne un rossore, come di fiamma.
Grande come la pelle d’una giovenca d’un anno o di un cervo, quello che i cacciatori chiamano cerbiatto, così era il vello, tutto d’oro e coperto di bioccoli, pesante; e mentre Giasone avanzava, la terra ai suoi piedi rifletteva passo su passo la luce. Andava portandolo, ora sopra la spalla sinistra, lasciandolo pendere fino ai piedi dall’alto del collo, ora lo raccoglieva tra le mani, temendo d’incontrare un uomo o un dio che glielo rubassero…»
Italo Svevo (Ettore Schmitz)
Il suo vero nome fu Ettore Schmitz; figlio di un ebreo di origine tedesca e di un’italiana, Italo Svevo cresce cittadino austriaco fino al 1918, viene educato in un collegio tedesco (1874-78), vive in una città di confine, Trieste, marginale alla cultura italiana e a quella austriaca, ma, a causa dei traffici commerciali e della sua posizione geografica, profondamente immersa nella mentalità mitteleuropea, caratterizzata da differenze linguistiche e sentimenti irredentistici.
In questa città crocevia di più popoli e “crogiuolo europeo”, Svevo viene influenzato maggiormente dalla cultura europea piuttosto che da quella italiana. Lo pseudonimo “Italo Svevo” sta difatti a rappresentare la sua consapevolezza di appartenere a due tradizioni culturali diverse, quella italiana e quella germanica.
Rimane 18 anni impiegato alla banca Union (1880-98) e nel 1896 sposa la ricca Livia Veneziani. Dal 1907 al 1920 inizia la formazione culturale di Svevo e la sua produzione letteraria. Muore nel 1928 a Motta di Livenza per incidente d’auto.
Il pensiero di Svevo
Nel pensiero di Svevo confluiscono filoni culturali contraddittori e, a prima vista, difficilmente conciliabili: da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il marxismo; dall’altro il pensiero negativo di Schopenhauer e Nietzsche. Quanto all’evidente influenza di Freud, in essa agiscono elementi sia positivisti che antipositivisti.
Questi spunti contraddittori sono in realtà assimilati da Svevo in un modo originalmente organico, riconducibile a una precisa modalità operativa: dal positivismo e da Darwin, ma anche da Freud, Svevo riprende la propensione a valersi di tecniche scientifiche di conoscenza e il rifiuto di qualunque ottica di tipo metafisico, spiritualistico o idealistico, nonché la tendenza a considerare il destino dell’umanità nella sua evoluzione complessiva.
Tra l’altro anche il marxismo non viene accettato da Svevo come soluzione sociale, ma solo come strumento analitico e come prospettiva critica di giudizio sulla civiltà europea e sui suoi meccanismi economici e sociali.
Anche da Schopenhauer Svevo riprende alcuni strumenti di analisi e di critica, ma non la soluzione filosofica ed esistenziale: non accetta infatti la proposta di una saggezza da raggiungersi con la “noluntas” (la rinuncia alla volontà) e con il soffocamento degli istinti vitali.
Dal filosofo tedesco egli desume soprattutto la capacità di cogliere gli “autoinganni” e il carattere effimero e inconsistente delle ideologie e dei desideri dell’uomo.
Lo stesso atteggiamento Svevo rivela nei confronti di Nietzsche e Freud. Da Nietzsche riprende la teoria della pluralità dell’io e la critica spietata dei valori borghesi; mentre da Freud riprende lo studio razionale e scientifico della psicanalisi senza accettarla però come ideologia o come terapia.
La malattia e l’inettitudine
La causa principale del disagio esistenziale di Svevo trova le sue radici all’interno dell’ideologia borghese di quel tempo: Svevo si sente “un diverso” proprio per il fatto che i canoni e gli stereotipi della sua civiltà gli impongono un “modus vivendi” totalmente in contrasto con il suo modo di concepire l’esistenza.
Coloro che non rispettano questi modelli “precompilati” di “uomo normale” (“sano”), sono considerati diversi (“ammalati”). È proprio per questo motivo che Svevo, nella “Coscienza di Zeno”, difende i diritti dei cosiddetti “ammalati” rispetto ai “sani”.
La nevrosi, per Svevo, è anche un segno positivo di “non rassegnazione” e di “non adattamento” ai meccanismi alienanti della civiltà, la quale impone lavoro, disciplina, obbedienza delle leggi morali, sacrificando la ricerca del piacere.
L’ammalato è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio. La terapia lo renderebbe sì più normale, ma a prezzo di spegnere in lui le pulsioni vitali. Per questo Svevo difende la propria inettitudine, che è una forma di resistenza all’alienazione circostante.
L’inetto è colui che non si adatta ed è separato dal contesto, avendo dentro di sé costantemente disadattamento alla vita, colui che è eternamente insoddisfatto.
Spostando l’asse della speculazione discorsiva sugli interessi che l’autore coltivava, è opportuno, ai fini di una più chiara visione della sua poetica, sollevare il vivo interesse che Svevo nutriva per la “sorte del singolo”, minacciato nella sua identità e nella sua libertà individuale dalle coercizioni dell’ambiente.
Siffatto aspetto verte a fornire una spiegazione della singolare condizione dell’“inetto”, colui il quale non accetta di vivere quotidianamente secondo le regole del conformismo sociale: “un diverso”, “un divergente”, che si oppone alla figura del borghese medio, attivo e votato al successo.
Nei romanzi sveviani l’inetto è il “malato” che osserva lucidamente, portando allo scoperto, la rete di mistificazione, inganni, censure e rimozioni che il mondo dei “sani” ignora, per una sorta di autoinganno collettivo, con cui sostiene la sua visione ottimistica del progresso.
Il tema dell’inettitudine, insieme con quello della vecchiaia e della morte, costituisce un motivo costante della narrativa e della meditazione di Svevo.
Con la sua ottica divergente, il personaggio sveviano fa lucidamente la diagnosi della propria condizione alienata, professa la propria inettitudine, bloccando in sé definitivamente ogni residua possibilità di azione.
E, quanto più è acuta la sua sofferenza della vita, tanto più viva è la sua aspirazione a realizzarsi in esperienze totali, tanto più il personaggio è immobilizzato nei gesti, incapace cioè di un qualsiasi atto valido alla costruzione di se stesso.
Suo destino è di subire la realtà: la sua “malattia” è nella disposizione, tutta borghese, a guardare a quel destino da una prospettiva individualistica, che reca già in sé l’inevitabilità della sconfitta.
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- Greco: Apollonio Rodio
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