Occasum
Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
«Terra della sera, Occasum, ultimo bagliore di quella luce che, sorta nell'aurora del mattino, ha signoreggiato il giorno. La parola esprime un destino a cui non ci si può sottrarre. Il sole non si può fermare. Il tramonto è inevitabile. L’Occidente è la terra destinata a ospitare questo tramonto».
U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente
Alessio Giordano, 5ªA
Liceo delle Scienze Umane “D. Pace”
Guglionesi (CB), A.S. 2015/2016
Prefazione a cura di Marco Sceppa
L'essere secondo Parmenide: rotondo e identico in ogni sua parte, simile a una sfera.
Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
A Ilaria e Michele
«Siamo noi forse alla vigilia della più mostruosa trasformazione della terra intera e dello spazio storico-temporale a cui essa è legata? Siamo noi forse alla vigilia di una notte che prelude a un’alba nuova? Siamo in cammino verso il luogo storico di questo tramonto della terra? Sta sorgendo solo ora questa terra della sera (Land des Abends)? Questo Occidente (Abend-Land) diverrà – al di sopra dell’“Occidente (Occident)” e dell’“Oriente (Orient)” e attraverso ciò che è europeo – il luogo della storia futura più originariamente conforme al destino (geschickten Geschichte)? Siamo noi oggi uomini della terra del tramonto, nel senso rivelato dal nostro passaggio attraverso la notte del mondo?»
M. Heidegger, Lettera sull’«umanismo»
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Alessio Giordano 5ªA Liceo delle Scienze Umane “D. Pace” Guglionesi (CB) A.S. 2015/2016
Indice
Verso il pensiero aurorale?
- Di Marco Sceppa pag. 4
Capitolo 1 – Introduzione pag. 9
- Capitolo 2 – Pensiero senza qualità
- Pag. 15
All’ombra dei lumi – pag. 16
Analitici o continentali? – pag. 18
Una considerazione inattuale – pag. 20
La scienza in retrospettiva – pag. 22
La domanda filosofica in Jaspers – Capitolo 3 – Il tramonto dell’Occidente pag. 30
- Capitolo 4 – Il metodo incompleto
- Pag. 56
La crisi del sistema scolastico – pag. 57
Il Rapporto Faure (1972) e la “città educativa” – pag. 59
Il Rapporto Delors (1996) e la “testa ben fatta” – pag. 62
Epistemologia della complessità – pag. 64
Pensare da sé – pag. 65
Il metodo incompleto – Appendice – I fondamenti analitici del sapere
- Pag. 70
Scetticismo e incoerenza del pensiero formale – pag. 73
Kurt Gödel e il Primo Teorema dell’Incompletezza – Considerazioni sull’opera pag. 79
- Glossario pag. 84
- Note pag. 90
- Bibliografia pag. 98
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Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
Verso il pensiero aurorale?
Di Marco Sceppa
“Occasum. Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente”. Già il titolo del lavoro di Alessio Giordano fornisce delle cifre, di cui si tenterà la decifrazione, per un’adeguata comprensione di questa tesina, affascinante ma non facile.
La filosofia, per sua natura, nasce dalla “domanda”. A sua volta, la domanda nasce da uno stato di inquietudine, da dissonanze, da una mancanza di senso nella comprensione dell’esistente. In questo caso è il concetto di il vero κρίσις nodo da cui partire per cercare di dipanare il complesso nodo interpretativo del lavoro in esame. Crisi di un paradigma interpretativo, crisi del senso della filosofia, crisi nella ricerca del senso dell’essere. L’esigenza che muove il filosofo – almeno secondo tutta una tradizione – dovrebbe essere l’esigenza di conoscere il “perché” c’è ciò che c’è e accade ciò che accade (la loro “causa prima”), più che l’esigenza di conoscere il “come” (il modo) di ciò che è e accade. Ora, se è vero che la scienza moderna nasce puntando sul “come”, non solo non rinuncia per questo al “perché”, ma anzi, proprio nell’occasione della sua istituzione, ritiene che la conoscenza del “come” permetta di mostrare e dimostrare nell’unico modo possibile il “perché”. Così si è cominciato a disquisire se ciò sta a rappresentare il legame inscindibile e reciprocamente stimolante tra scienza e filosofia, o se invece ne sta a indicare, nonostante tutte le istanze di mediazione, l’insanabile contrapposizione in quanto ci sarebbe un tentativo di reciproca invasione di campo. Da cui la questione ancora aperta: possono, le ragioni della filosofia (la ragione filosofica), essere in grado di dare anche le
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indicazioni per descrivere il mondo (il come del mondo) e per risolvere i problemi – sulla base di questa descrizione – dei nostri rapporti con esso, oppure l’esigenza conoscitiva radicale (cioè l’esigenza conoscitiva fondante tutte le esigenze di conoscenza) propria della filosofia, in quanto destinata a rimanere pura esigenza, si preclude per questo ogni reale contributo a una descrizione del mondo? Il filosofare che di fatto non è fantasticheria ma è ricerca della verità, deve assorbire in sé l'atteggiamento scientifico e il modo di pensare scientifico. L'atteggiamento scientifico ha la caratteristica di distinguere continuamente tra il sapere coercitivo, cioè il sapere unito al sapere del metodo che ad esso ci conduce, e il sapere conscio dei limiti del senso in cui esso è valido. Inoltre l'atteggiamento scientifico è la pronta disposizione dello scienziato ad accettare ogni possibile critica alle sue ipotesi. Per lo scienziato, la critica è una condizione di importanza vitale. Egli non può essere mai abbastanza criticato, affinché venga provata la sua intuizione. Anche l’esperienza di una critica ingiustificata è produttiva per un vero ricercatore. Chi si sottrae alla critica, non vuole sapere (nel vero senso della parola); la perdita dell’atteggiamento scientifico e del modo di pensare è al tempo stesso la perdita della veracità del filosofare.
Se ciò è vero, tutto contribuisce a che la filosofia si unisca alle scienze: la filosofia fa presa sulle scienze in modo tale da rendere realmente presente il loro senso proprio. La filosofia che vive nelle scienze dissolve il dogmatismo che appare sempre di nuovo nella scienza stessa (questo surrogato così poco chiaro della filosofia), ma soprattutto la filosofia diventa garante consapevole dello spirito scientifico, contro l’ostilità alla scienza. Il vivere filosoficamente è inscindibile da quell’atteggiamento che la scienza richiede inesorabilmente. Solo in tal modo l’uomo potrà cercare di
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Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
rispondere al complesso problema gnoseologico sul rapporto scienza-filosofia. Ma, come ben evidenzia “Occasum”, forse non è tanto la frattura tra scienza e filosofia il vero problema filosofico dei nostri tempi. Forse, al contrario, è l’incestuosa unione tra i figli della madre il vero Σοφία problema. Quando la tecnica non è solamente strumento dell’umano agire ma “pastore” dell’essere uomo, il pensiero umano diviene pensiero calcolante, sottolinea Alessio Giordano. Da qui al nichilismo il passo è breve.
Nel complesso lavoro di Alessio Giordano, il rapporto scienza-filosofia si lega intrinsecamente alla tematica del tramonto, tematica emersa da una letteratura filosofica precisa. Gran parte delle opere prese in esame, o quantomeno le più strategiche ai fini dell’economia del testo, risalgono ad un periodo storico ben determinato: il primo dopoguerra, e per primo dopoguerra intendiamo gli anni successivi al primo conflitto mondiale e precedenti il secondo. E soprattutto risentono della condizione della nazione che ha dato i natali agli autori protagonisti di questo lavoro: la Germania. La rapida industrializzazione del paese, che in un breve periodo di anni si era convertito da un’economia agricola a una maturità tecnologica, aveva provocato nella coscienza collettiva di molti strati della popolazione una sensazione di inutilità, ben presto identificata con la miseria individuale dell’esistenza borghese quotidiana. Il proverbiale malessere della “Jahrhundertwende” aveva trovato poi in Germania una cassa di risonanza nella percezione di un’estrema divaricazione tra la cosiddetta “Alte Kultur” e la “Neue Kultur”, tra quell’immagine di un paese dei poeti e dei pensatori che l’aveva distinta nell’età dell’umanesimo classico, e la mancanza di prospettive che sembrava siglare il loro tempo. Ma come ben evidenzia Alessio Giordano sulla
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linea di Galimberti, forse la prospettiva di un tramonto non è inquadrabile solamente in termini sincronici ma anche (e questo è il problema) diacronici. In sostanza, è la civiltà occidentale che sarebbe “costitutivamente” destinata all’abisso. Non tanto l’Occidente geografico, l’Europa per intenderci. Proprio il pensiero calcolante, il pensiero della tecnica, il pensiero della sera sono indirizzati verso il sonno dogmatico dell’utile. Il pensiero altro, dell’aurora più che del tramonto, avrà bisogno di un nuovo linguaggio, di un nuovo paradigma. Importante, e questa tesina lo conferma, è rendersi conto della crisi del vecchio paradigma ed iniziare ad incamminarsi ed errare verso un nuovo pensiero aurorale. Errare senza avere paura di errori, perché se nel pensiero calcolante l’errore è un crimine, nel pensiero aurorale è una necessità.
Come ogni buon lavoro, “Occasum” semina ancor più dubbi di quanti non ne tenti di risolvere. La domanda che ha partorito questo saggio è complessa; la risposta, forse, impossibile da ottenere. Sappiamo che è lì, da qualche parte. Nostro compito è ricercarla, indagare sempre. Soprattutto quando le esigenze di vita ci conducono a domandare con sempre più insistenza; quando tutto intorno a noi sembra aver perduto il senso, quando tutto si inscurisce. All’uomo di lettere il compito di svelare, di chiarire, di rendere manifesto, accorgendosi di quanto sia difficile “trovare l’alba dentro l’imbrunire”.
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Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
«La storia del pensiero occidentale non comincia pensando il più considerevole, ma comincia lasciandolo nella dimenticanza. Il pensiero occidentale comincia quindi con una negligenza, se non addirittura con una sconfitta».
M. Heidegger, Che cosa significa pensare?
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1 – Introduzione
«La questione della verità, che è la questione dell’errore, mi ha tormentato in modo particolare fin dagli inizi dell’adolescenza».
E. Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione
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Da un lato, Karl Jaspers, nel suo celebre testo “Introduzione alla filosofia”, ci ricorda che
“Talete, il primo dei filosofi greci, venne deriso da una servetta che lo vide cadere in un pozzo perché camminava guardando le stelle. Pretendeva di guardare ciò che è lontano, inetto com’era a rendersi conto di ciò che è vicino”.
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Si comprende facilmente che quest’atteggiamento ironico nei confronti del pensatore di Mileto si erge a ipostasi dell’obiezione contro la filosofia: la critica della sua utilità (a cosa serve la filosofia?).
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Dall’altro lato, invece, abbiamo la schiera di chi considera la come l’ideale più alto e desiderabile per l’uomo.
βίος θεωρητικός
Ce ne parla, ad esempio, Ovidio, nelle sue “Metamorfosi”, quando dice:
“Mentre gli animali volgono lo sguardo verso terra, […] egli dette all’uomo un volto sublime e gli ingiunse di guardare il cielo e di volgere il dritto sguardo alle stelle”,
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o ancora, come riporta Gregorio di Nissa:
“Il cielo e non la terra è la patria dell’uomo”.
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Insomma, se da una parte c’è un estremo pragmatismo, in antitesi abbiamo una concezione di pensiero che definisce animali coloro i quali volgono lo sguardo verso i propri piedi, invece che rivolgerlo verso il cielo. In forza di ciò, ho tentato di inquadrare in questo breve testo quel luogo che tutti reclamano e di cui nessuno riesce a impossessarsi, a metà strada tra terra e cielo, tra materia e spirito, tra cervello e
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Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
anima: la mente. Cercheremo di fare chiarezza sul problema della nostra conoscenza, non solo per evitare di cadere nel pozzo in cui è finito Talete, ma anche per non smettere di osservare quel cielo stellato che è sopra di noi, capace di “riempire la mente con sempre nuova e crescente ammirazione e rispetto”.
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Anzitutto, è necessario prendere coscienza di essere individui pensanti, capaci di attuare un ragionamento logico, e di comprendere bene chi siamo e cosa ci circonda. Questi sono i presupposti necessari che dobbiamo porci per iniziare a strutturare in maniera rigorosa e fondamentale le nostre conoscenze; abbiamo bisogno di ciò che ci aiuta a pensare da soli: un metodo, che sia in grado di tradurre la complessità del reale, permettendoci di avvicinarci al mistero delle cose.
Ho chiamato il mio lavoro: “Occasum”, che in latino significa “tramonto”, ma avrei potuto benissimo intitolarlo: “Téchne”, dato che ogni pagina, ogni frase è una critica alla cultura moderna e contemporanea, che è, innanzitutto, una cultura tecnica, che si esplica quindi per mezzo di quella che Kant definisce “mathesis universalis”, cioè la tendenza anticipatrice e organizzatrice tipica del pensare matematico.
Heidegger, in riferimento a ciò, parla di “pensiero calcolante”, individuando nel modo di pensare occidentale la tendenza al calcolo e la riduzione di tutto lo scibile alla sua possibile previsione da parte della scienza. Secondo il pensatore tedesco, al giorno d’oggi, ci compete solo il far di conto; da ciò l’inferenza che non possiamo adottare una visione del mondo che non cada inevitabilmente sotto il profilo dell’utile. La qualità del pensiero di cui oggi noi disponiamo è egemone al punto che, ormai, non sappiamo più che cosa è bello, cosa è brutto, cosa è vero o santo, perché siamo attratti subito da cosa è utile. Le riflessioni di
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Alessio Giordano 5ªA Liceo delle Scienze Umane “D. Pace” Guglionesi (CB) A.S. 2015/2016
Heidegger sul problema della tecnica possono essere riassunte in tre grandi osservazioni:
- Il mondo si trasforma in un enorme apparato tecnico;
- L’uomo non è preparato a questa radicale trasformazione;
- Risulta essere assente un pensiero che funga da alternativo al pensiero come calcolo (Denken als Rechnen).
Ma cosa diciamo quando affermiamo che siamo nel “tramonto dell’Occidente”? Che l’Occidente è giunto al suo “tramonto”? Non anticipiamo altro che il senso espresso da più di duemila anni dalla nostra cultura che, come dice il nome, è “occidentale”, cioè “serale”, avviata a un “tramonto”, a una “fine”. L’evento occidentale è sempre stato presso la sua fine, ma solo ora, con Nietzsche e poi con Heidegger e Jaspers, comincia a prenderne coscienza. Ma che cosa davvero finisce, proprio oggi, quando sembra che tutto il mondo insegua senza esitazione la via occidentale, fino ad annullare la specificità che finora ha reso riconoscibile l’Occidente e soprattutto la sua distanza dall’Oriente? Finisce la fiducia che l’Occidente aveva riposto nel progressivo dominio da parte dell’uomo sugli enti di natura, oggi divenuti, al pari dell’uomo, materiali della tecnica. Ma la tecnica non ha alcun fine da raggiungere né alcuno scopo da realizzare, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità, la tecnica “funziona” secondo quelle procedure che, pur nel loro rigore e nella loro efficacia, si rivelano incapaci di promuovere un orizzonte di senso. E sulle ceneri della categoria di “senso”, che dell’Occidente è sempre stata l’idea guida, si affacciano le figure del nichilismo, le quali, nel proiettare le loro ombre sulla “terra della sera”, indicano, a ben guardare, la direzione del tramonto.
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Introduzione Tramonto dell'Occidente, tesina
Questa tesina di maturità descrive il tramonto dell'Occidente.
«La questione della verità, che è la questione dell’errore, mi ha tormentato in modo particolare fin dagli inizi dell’adolescenza». E. Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione.
Da un lato, Karl Jaspers, nel suo celebre testo “Introduzione alla filosofia”, ci ricorda che “Talete, il primo dei filosofi greci, venne deriso da una servetta che lo vide cadere in un pozzo perché camminava guardando le stelle. Pretendeva di guardare ciò che è lontano, inetto com’era a rendersi conto di ciò che è vicino”. Si comprende facilmente che quest’atteggiamento ironico nei confronti del pensatore di Mileto si erge a ipostasi dell’obiezione contro la filosofia: la critica della sua utilità (a cosa serve la filosofia?). Dall’altro lato, invece, abbiamo la schiera di chi considera la βίος θεωρητικός come l’ideale più alto e desiderabile per l’uomo. Ce ne parla, ad esempio, Ovidio, nelle sue “Metamorfosi”, quando dice: “Mentre gli animali volgono lo sguardo verso terra […] egli dette all’uomo un volto sublime e gli ingiunse di guardare il cielo e di volgere il dritto sguardo alle stelle”, o ancora, come riporta Gregorio di Nissa: “Il cielo e non la terra è la patria dell’uomo”.
Insomma, se da una parte c’è un estremo pragmatismo, in antitesi abbiamo una concezione di pensiero che definisce animali coloro i quali volgono lo sguardo verso i propri piedi, invece che rivolgerlo verso il cielo. In forza di ciò, ho tentato di inquadrare in questo breve testo quel luogo che tutti reclamano e di cui nessuno riesce a impossessarsi, a metà strada tra terra e cielo, tra materia e spirito, tra cervello e Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente anima: la mente. Cercheremo di fare chiarezza sul problema della nostra conoscenza, non solo per evitare di cadere nel pozzo in cui è finito Talete, ma anche per non smettere di osservare quel cielo stellato che è sopra di noi, capace di “riempire la mente con sempre nuova e crescente ammirazione e rispetto”.
Anzitutto, è necessario prendere coscienza di essere individui pensanti, capaci di attuare un ragionamento logico, e di comprendere bene chi siamo e cosa ci circonda. Questi sono i presupposti necessari che dobbiamo porci per iniziare a strutturare in maniera rigorosa e fondamentale le nostre conoscenze; abbiamo bisogno di ciò che ci aiuta a pensare da soli: un metodo, che sia in grado di tradurre la complessità del reale, permettendoci di avvicinarci al mistero delle cose. Ho chiamato la mia tesina di maturità: “Occasum”, che in latino significa “tramonto”, ma avrei potuto benissimo intitolarlo: “Téchne”, dato che ogni pagina, ogni frase è una critica alla cultura moderna e contemporanea, che è, innanzitutto, una cultura tecnica, che si esplica quindi per mezzo di quella che Kant definisce “mathesis universalis”, cioè la tendenza anticipatrice e organizzatrice tipica del pensare matematico. Heidegger, in riferimento a ciò, parla di “pensiero calcolante”, individuando nel modo di pensare occidentale la tendenza al calcolo e la riduzione di tutto lo scibile alla sua possibile previsione da parte della scienza. Secondo il pensatore tedesco, al giorno d’oggi, ci compete solo il far di conto; da ciò l’inferenza che non possiamo adottare una visione del mondo che non cada inevitabilmente sotto il profilo dell’utile. La qualità del pensiero di cui oggi noi disponiamo è egemone al punto che, ormai, non sappiamo più che cosa è bello, cosa è brutto, cosa è vero o santo, perché siamo attratti subito da cosa è utile. Le riflessioni di Heidegger sul problema della tecnica possono essere riassunte in tre grandi osservazioni:
- Il mondo si trasforma in un enorme apparato tecnico;
- L’uomo non è preparato a questa radicale trasformazione;
- Risulta essere assente un pensiero che funga da alternativo al pensiero come calcolo (Denken als Rechnen).
Ma cosa diciamo quando affermiamo che siamo nel “tramonto dell’Occidente”? Che l’Occidente è giunto al suo “tramonto”? Non anticipiamo altro che il senso espresso da più di duemila anni dalla nostra cultura che, come dice il nome, è “occidentale”, cioè “serale”, avviata a un “tramonto”, a una “fine”. L’evento occidentale è sempre stato presso la sua fine, ma solo ora, con Nietzsche e poi con Heidegger e Jaspers, comincia a prenderne coscienza. Ma che cosa davvero finisce, proprio oggi, quando sembra che tutto il mondo insegua senza esitazione la via occidentale, fino ad annullare la specificità che finora ha reso riconoscibile l’Occidente e soprattutto la sua distanza dall’Oriente? Finisce la fiducia che l’Occidente aveva riposto nel progressivo dominio da parte dell’uomo sugli enti di natura, oggi divenuti, al pari dell’uomo, materiali della tecnica. Ma la tecnica non ha alcun fine da raggiungere né alcuno scopo da realizzare, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità, la tecnica “funziona” secondo quelle procedure che, pur nel loro rigore e nella loro efficacia, si rivelano incapaci di promuovere un orizzonte di senso. E sulle ceneri della categoria di “senso”, che dell’Occidente è sempre stata l’idea guida, si affacciano le figure del nichilismo, le quali, nel proiettare le loro ombre sulla “terra della sera”, indicano, a ben guardare, la direzione del tramonto. Un tramonto già inscritto nell’alba di quel giorno in cui l’Occidente ha preso a interpretare se stesso come dominio dell’uomo sulle cose. In questa prospettiva ci proponiamo di rispondere ad alcune domande che rappresentano l’essenza e le conclusioni ultime di questa mia tesina:
- Cosa è la filosofia?
- Qual è il rapporto tra la filosofia e la scienza?
- Qual è il rapporto tra la scienza e la tecnica?
- E, posto che alla filosofia rimanga qualche scopo, le compete forse quello di salvare l’uomo dall’abisso (Ab-grund) tecnologico, massima espressione della volontà di potenza?
Quando ci si trova a parlare di argomenti complessi, talvolta, le persone tendono ad assumere due atteggiamenti fra loro speculari, ma intrinsecamente legati: abbandonano il dialogo, o lo affrontano come se si sentissero veramente esperte circa quell’argomento, rifiutando ogni tesi che vada contro le loro idee a riguardo. Quest’approccio è giustificato dal fatto che tutti noi fatichiamo ad accettare ipotesi alternative sulle domande cardinali della nostra esistenza, nei confronti delle quali la filosofia da sempre ha tentato di rispondere. Si potrebbe paragonare la nostra riluttanza a quella che proviamo quando rifiutiamo comprendere un trucco di magia che ci ammalia. Il mistero che aleggia intorno al senso del nostro esser-gettati (Geworfen) nel mondo ci fa sentire importanti, e ci spinge a credere, a buon motivo, di essere liberi, di poter scegliere se operare il bene o il male, di occupare una posizione privilegiata nell’universo, a discapito delle altre forme di vita; ma è davvero così? Intendo dire, è davvero lecito arrestarsi di fronte al problema della nostra esistenza e non domandarsi quale sia la vera natura del nostro cōgĭto? Daniel Dennett (nel suo libro “Consciousness Explained”) ci mette in guardia:
“I misteri sono eccitanti, dopo tutto fanno parte delle cose che rendono la nostra vita divertente… Una volta che il segreto è svelato non si può più tornare indietro nello stato di piacevole mistificazione che prima ci ammaliava”.
Scopo di questo mio lavoro è l’umile tentativo di proporre una via alternativa, un nuovo metodo che permetta di relazionarci con la complessità del mondo, in modo innovativo ed efficiente; non ridurre i fenomeni che ci circondano ai loro elementi costitutivi né astrarli dal contesto e ipostatizzarli. Ogni oggetto deve essere compreso e assimilato come rappresentazione di un soggetto che lo conosce, un soggetto sottoposto egli stesso a condizionamenti culturali, storici e sociali. Il compito che ci proponiamo è quello di andare a esaminare la scienza, intesa come metodo di conoscenza della realtà e, non per ultima, la filosofia, cercando di capire se essa, in qualche modo, sia ancora in grado di venirci in soccorso in questo particolare momento della nostra storia, caratterizzato da un’apoteosi delle tecnologie e del pensiero pragmatico, che detronizza le materie umanistiche da quella posizione preminente di cui godevano in passato. Questi saranno i presupposti da cui partiremo per la ricerca di un nuovo metodo, atto a comprendere meglio il reale. Nella mia tesina di maturità ho anche portato avanti dei collegamenti con le varie materie scolastiche.
Collegamenti
Tramonto dell'Occidente, tesina
Filosofia - Martin Heidegger, Karl Jaspers.
Scienze - Epistemologia, limiti e possibilità della scienza.
Pedagogia - Rapporti europei sull'istruzione (Lifelong Learning).
Sociologia - Edgar Morin e l'epistemologia della complessità.
Matematica - Kurt Gödel e il Primo Teorema dell'Incompletezza.
Storia - La crisi del paradigma occidentale e i disordini socio-culturali del primo Novecento.