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“Il pensiero”

di Andrea Cavallo – Classe V^G

« Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza. »

(Dante Alighieri, “Inferno”, Canto XXVI, vv.

118-120)

Percorso tematico

  • Introduzione
  • Prima parte: il pensiero come razionalità e il suo ruolo fondamentale nella scienza e nella conoscenza.
  • L’attività mentale alla base della filosofia.
  • Ai limiti del razionale: la matematica dell’infinito.
  • Ai limiti del razionale (2): gli elettroni e la meccanica quantistica.
  • Seconda parte: la repressione del pensiero come strumento di potere diretto e indiretto.
  • I totalitarismi: nazismo, fascismo, comunismo sovietico.
  • La società del Novecento e il problema dell’omologazione.
  • Italo Svevo: Zeno contro la “sanità”.
  • Eugenio Montale.
  • George Orwell’s “1984”: the dystopian society of the “Big Brother”.
  • Terza parte: il pensiero accostato all’ “amore” come binomio indispensabile per la vita dell’uomo.
  • Seneca e lo stoicismo: meditazione filosofica e interesse verso il prossimo.
  • I pensatori dell’ “humanitas”: Terenzio e Giacomo Leopardi.
  • Dante: “virtute” e “canoscenza” strette in un legame indissolubile.
  • Conclusioni
  • Bibliografia

Introduzione

Al giorno d’oggi su tutto possiamo dubitare tranne sul fatto che gli uomini siano un’entità determinata e che essi siano intrinsecamente inseriti, anche se neanche il più illustre scienziato riuscirebbe a spiegarne il senso, nel miracolo dell’esistenza.

Neanche possiamo negare che esista uno scenario in cui essa si snoda, comunemente chiamato “mondo”, che costituisce una sorta di “palcoscenico” dove tutti noi, che possiamo definirci i personaggi della commedia (o tragedia) della vita, svolgiamo la nostra parte. A continuazione di questa metafora per così dire “corneilliana” (basti pensare all’ “Illusion comique”), o perché no “pirandelliana”, si può affermare che ciò che più occupa e preoccupa l’uomo è capire quale regista metta in scena questo “spettacolo” o, in altri termini, su cosa poggi il “palcoscenico”. È qui che entra in gioco il pensiero: esso è lo strumento di cui noi tutti siamo forniti per cercare di dare una risposta e, indipendentemente dal fatto che essa sia determinabile o no, ci permette di compiere atti dei quali, proprio perché è caratteristica intrinseca e quasi “quotidiana” di tutti gli uomini, non comprendiamo appieno la straordinarietà.

Scopo di questa breve analisi è dunque affrontare un percorso, basato sugli studi inerenti al quinto anno di liceo, che dimostri come il pensare sia alla base di tutte le scienze, empiriche o umanistiche che siano, e di tutte le altre rimanenti attività compiute dall’uomo, e che senza di esso non ci si potrebbe definire tali. La prima parte riguarderà il pensiero semplicemente come attività razionale volta allo studio empirico e metafisico dell’essere che porta inevitabilmente il filosofo, come il matematico o il fisico, a spingersi fino ai limiti della conoscenza. Nella seconda parte invece ci si soffermerà a considerare come uno dei più efficaci strumenti di potere sia proprio la repressione delle facoltà intellettuali del singolo individuo, toccando avvenimenti storici relativamente recenti che hanno condizionato la società di oggi, ma anche a livello di letteratura europea. Infine nella terza e ultima parte si tratterà del necessario collegamento che si instaura tra il pensiero e l’ “amore”: con questo termine mi riferisco alla Virtù (per rifarmi a Dante), intesa come insieme dei rapporti che ci legano in modo civile e “umano” a tutti coloro che ci stanno intorno; che stanno alla base della nostra emotività, del nostro sentimento; che ci permettono di non ridurre l’uomo a una “macchina” esclusivamente pensante. Questi due termini, che possono sembrare contraddittori, si incastrano allora perfettamente per forgiare quella magnifica manifestazione dell’essere che è l’uomo.

Prima parte: pensiero e conoscenza

La più immediata accezione del pensiero che possa venire in mente è probabilmente quella che lo identifica con la ragione e con la conoscenza: che cos’è esso, infatti, se non un prodotto dell’attività del nostro cervello, della razionalità? Forse sarebbe più corretto dire che questo è il ruolo che principalmente le scienze filosofiche e naturali gli attribuiscono, com’è giusto: tuttavia, cosa su cui tornerò in modo più approfondito nel momento conclusivo, ciò costituisce anche il rischio più grande per le stesse scienze, e cioè la chiusura in un dogmatismo che le porti a considerare la ragione come unica valida risposta ai problemi dell’ “homo sapiens sapiens”. Ma andiamo con ordine e analizziamo prima di tutto come la filosofia fondi le sue radici su questo argomento.

Non vi è dubbio che senza le facoltà intellettuali umane, uniche nel regno animale, la filosofia non potrebbe esistere. Come immediata conseguenza di ciò, sin dagli albori della civiltà l’attività filosofica ha diretto i suoi studi verso le cause che rendono possibile la conoscenza, la “gnoseologia”, e cosa stia alla base del mondo empirico, l’ “ontologia”. Basti pensare al sommo Platone, colui che ha posto le basi del pensiero filosofico occidentale. Egli aveva elaborato una particolare teoria, tutta incentrata sull’importanza dell’anima, che vedeva la realtà generata da un mondo metafisico in cui stanno le Idee (“iperuranio”) la cui conoscenza, irraggiungibile a livelli di completezza massimi, riservati solo agli dei, si fondava sul concetto di “reminescenza”: l’anima, immortale, scorge le Idee ma ne dimentica la visione quando precipita nel corpo; compito dell’uomo, ma di fatto quasi esclusivamente del filosofo, è allora quello di riportare all’anima la memoria del mondo delle idee.

Questa idea dell’apprendere come ricordare riconduce immediatamente alla cura dell’anima professata da Socrate: la conoscenza è, di fatto, un conoscere meglio se stessi, riportando alla luce dell’intelletto ciò che l’anima ha dimenticato nel momento della reincarnazione. Gli studi filosofici successivi continuano la strada intrapresa dal filosofo ateniese, a cominciare dal suo allievo Aristotele, fino ad arrivare all’ “epoca buia” del Medioevo in cui le certezze classiche vanno in crisi a favore di un’ignoranza dilagante e una stagnazione dell’uso del pensiero. È forse per questo che, quasi duemila anni dopo gli studi platonici, un immenso pensatore proveniente da un periferico paesino della Francia sentì la necessità fondare una “scientia penitus nova” da cui ebbe vita la filosofia nonché la matematica moderna. Ciò che più interessa è che il punto di partenza di René Descartes, o più semplicemente Cartesio, non è lo studio della realtà ma la messa in dubbio (“scetticismo metodologico”) di ogni conoscenza fino ad ora considerata vera. Il risultato ultimo di questa operazione, non a caso, è la constatazione che tutto possiamo falsificare tranne il fatto che l’uomo pensi. Cartesio definisce dunque l’uomo come “res cogitans” e sviluppa i suoi studi successivi per deduzione da questa unica certezza.

Particolarmente significativa e coerente con questa analisi trovo un’affermazione che sintetizza in poche righe il pensiero del filosofo

«

francese: Volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l'una dall'altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione […] perché in ogni circostanza della vita l'intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi

»

possano attendersi (da “Discorso sul metodo”). Ciò che egli vuole dire è che tutte le scienze, se sostenute dalla ragione, sono utili ad affrontare le circostanze della vita e allo stesso tempo esclude però da esse ogni particolarismo egoistico.

È interessante notare che il dubbio metodico che è servito fin qui a rifondare la filosofia ritorna all’incirca due secoli dopo a testimonianza però della crisi della stessa filosofia e delle scienze. Mi riferisco ad esempio all’esistenzialismo ed in particolare alla fenomenologia di Edmund Husserl: egli attua quella che lui chiama “riduzione eidetica”, sostanzialmente molto simile al dubbio cartesiano. Al contrario del suo collega francese, però, Husserl non arriva a definire una “sostanza pensante” ma ammette che rimanga un “residuo fenomenologico” che è la coscienza. Il filosofo ceco, ritenendo erroneo il risultato di Cartesio, non vuol dire che il pensiero non sia importante, ma anzi dà importanza agli “Erlebnisse”, le esperienze vissute che si danno nella mente tramite il ricordo, la percezione. Dunque ciò che egli non condivide è l’arrivare a definire tramite il dubbio una “sostanza”: il nostro sguardo, che diventa quello di uno spettatore disinteressato, è infatti diretto per Husserl non verso le cose empiriche, bensì verso le essenze.

Per non abbandonare l’esistenzialismo, nel pensiero del tedesco Martin Heidegger, ed in particolare nel secondo periodo della sua riflessione filosofica, si assiste a una strenua difesa del pensiero “autentico”. Egli parte da una critica a tutta la tradizione metafisica precedente che comprende autori a lui molto vicini cronologicamente: il suo obiettivo, di cui non si parlerà approfonditamente in questa sede, è rivendicare il primato dell’essere sull’ente. Esso, attraverso il pensiero autentico, si dà sottoforma di linguaggio, che diventa la “casa dell’essere”; l’uomo, continuando questa metafora, deve essere invece il “pastore dell’essere”, cioè deve custodirlo e difenderlo dal pensiero inautentico. Esso è anche chiamato da Heidegger pensiero “tecnico”, logico, scientifico: infatti, da Platone in poi, la verità è diventata mera correttezza e non più non-nascondimento, svelatezza (come invece per Heidegger deve essere). Egli non nega la validità degli oggetti scientifici, ma sostiene che sia un pensiero diverso da quello autentico su cui la filosofia si deve basare: è come se il pensiero non si trovasse nel suo “elemento naturale”. Altra conseguenza di questa teoria è che, mentre noi ci immaginiamo che esso sia una cosa accessibile a pochi, limitata ai filosofi, agli scienziati, in realtà il pensiero è semplice e accessibile a tutti:

« Nell’attuale povertà del mondo, questo è necessario: meno filosofia e più attenzione al pensiero […] Il pensiero, allora, dovrà scendere nella povertà della sua essenza provvisoria e raccogliere il

» “ umanismo”).

linguaggio nel dire semplice. (da Lettera sull’

A conclusione di questo cammino “filosofico” è opportuno fare un passo indietro in senso cronologico e parlare di quella che è, a mio parere, la più grande e concreta attuazione del pensiero e della ragione nella filosofia moderna, ovvero l’idealismo del tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Il suo compito era quello di far diventare la filosofia “sapere”, perché non esiste verità che non sia razionale. Il sistema hegeliano si basa sullo sviluppo dialettico della realtà, ovvero sulla ricerca della sintesi tra una “tesi” e il suo opposto, senza fermarsi alla contraddizione; in questo modo l’opposizione è la molla della vita, l’elemento dell’infinito progresso. Il “resultato” di questo cammino è l’Assoluto, l’Idea, la Ragione: in questo senso il vero è quindi la totalità delle cose ed ogni parte di cui è composta non esiste di per sé ma solo in funzione dell’Assoluto; il finito si risolve nell’infinito, l’essere nel divenire ed, infine, il reale va a coincidere col razionale, che non è quindi pura astrazione ma la forma stessa di ciò che esiste poiché la Ragione governa il mondo e lo costituisce.

La matematica dell’infinito

Si è visto fino ad ora come, in particolare nell’ultima parte, il pensiero dell’uomo si sia rivolto ai limiti della conoscenza e, soprattutto in Hegel, verso il non-finito. Viene allora quasi naturale, ovviamente cambiando del tutto campo di studio, ricollegarsi agli studi matematici degli ultimi secoli che riguardano proprio l’infinito e provare a farne alcuni cenni. In matematica il concetto di infinito non è del tutto immediato da comprendere: pensare ad esempio che per un punto passano infinite rette o che una circonferenza sia costituita da infiniti punti sono concetti a dir poco complessi. In effetti lo studio di questa proprietà numerica ha creato agli intellettuali non pochi problemi e si può dire che ancora adesso rimangono numerosissime perplessità. Le prime riflessioni sull’infinito risalgono, all’antica Grecia e principalmente all’immenso lavoro di Talete, Archimede ed Euclide riguardo la geometria: basti pensare ai postulati della geometria euclidea che sono ritenuti, dalla maggior parte dei matematici, validi tuttora.

Ma già gli studi “ellenici” presentano molti paradossi: tutti conosciamo quello di Achille che non può raggiungere la tartaruga, perché ogni volta che è arrivato alla posizione dove quest'ultima si trovava, essa si è spostata un po' in avanti. Ma ci sono anche altri due paradossi correlati: Zenone diceva che non è possibile andare da un punto A a un altro B, perché prima di arrivare a B bisogna passare per il punto C a metà strada tra A e B, e prima di arrivare a C occorre passare per D, a metà strada tra A e C, e così via. Infine, una freccia in un certo momento si trova in una posizione nell'aria. Ma nell'istante successivo essa non può essersi spostata, perché non avrebbe occupato le posizioni in mezzo; né può stare ferma, perché altrimenti cadrebbe. Non c’è dubbio che sia un bel ginepraio: si capisce come i suoi contemporanei decidessero di scappare da tutti i procedimenti che toccavano l'infinito.

Dunque ci volle più di un millennio e mezzo perché si cercassero nuove soluzioni a queste questioni: uno dei primi fu Galilei, anche se i risultati non furono molto fruttuosi. Con Cavalieri invece nasce il concetto di infinitesimo, strettamente collegato a quello di infinito: i due riguardano infatti rispettivamente l’ “infinitamente piccolo” e l’ “infinitamente grande”. Da esso avrà origine il calcolo infinitesimale, che otterrà con Leibnitz e Newton un notevole successo e che metterà le basi per l’uso pratico delle formule di derivazione e soprattutto di integrazione.

Consideriamo ad esempio l’operazione integrale di tipo definito che si esprime nella forma:

Il problema originario del calcolo integrale è quello di definire e calcolare l'area della figura che ha per bordi un intervallo sull'asse delle ascisse, limitato e chiuso (l'intervallo di integrazione), il grafico di una assegnata funzione (la funzione integranda) definita e limitata su , ed i segmenti verticali condotti dagli estremi dell'intervallo al grafico della funzione . Il numero reale che esprime tale area viene chiamato integrale della funzione esteso all'intervallo . Se il grafico della funzione è costituito da uno o più segmenti, il problema si risolve facilmente, poiché la figura si può scomporre in rettangoli o trapezi, di cui sappiamo definire e calcolare le aree: la somma algebrica di tali aree è – per definizione – l'integrale cercato.

Nel caso generale, l'idea di base consiste nel suddividere la figura in sottili strisce verticali, che siano assimilabili a rettangoli: calcolando l'area di ciascun rettangolino e sommando i risultati così ottenuti, si può ritenere di avere un'approssimazione del numero che cerchiamo. Il calcolo integrale non è quindi che un esempio di calcolo infinitesimale: si può infatti dire che l’area è tanto più precisa quanto più è elevato il numero dei rettangolini (e quindi quanto più essi sono piccoli), il cui numero tende quindi a infinito. A questo proposito il tedesco Bernhard Riemann definì l’integrale in un intervallo limitato chiuso [a;b] di una funzione f(t) proprio come il limite della sommatoria delle aree dei rettangoli di ampiezza (b-a)/n e di altezza f(t), per n (il loro numero) che tende a infinito; cioè:

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Sintesi

Filosofia:

Il pensiero filosofico (dalla filosofia greca a quella contemporanea)

Matematica:

Il concetto di infinito (l'integrale e i limiti)

Fisica:

Gli elettroni e la meccanica quantistica

Storia:

I totalitarismi (nazismo, fascismo, comunismo sovietico)

Latino:

Seneca (lo stoicismo); Terenzio (l'humanitas)

Inglese:

George Orwell (1984)

Italiano:

Italo Svevo (la sanità); Eugenio Montale; Giacomo Leopardi; Dante Alighieri.

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