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L’unica

Liceo Scientifico “G. Marconi” a.s. 08/09

Claudia Porcheddu V° D

Premessa

L’argomento che ho deciso di andare a trattare è la scelta nata da un percorso di studi fatto nell’anno scolastico precedente e dalla passione che nutro per quella branca della biologia che è la genetica.

Questo mio interesse particolare è scaturito soprattutto da un’esperienza fatta in laboratorio riguardante un’indagine genetica post-natale, a cui mi è stato possibile prender parte grazie ad un progetto scolastico, ed ha trovato riscontro nel piano di studi affrontato anche quest’anno, dove ho potuto approfondire a livello storico ciò che più mi affascina.

Tratterò infatti di come la genetica influisca ed ha influito sull’evoluzione e sulle caratteristiche che determinano una popolazione, e di come, nel corso della storia, l’uomo se ne sia servito usandola anche per scopi poco nobili.

Introduzione

Ogni singolo organismo nasce, cresce, si riproduce e muore, ma non si evolve.

L’evoluzione infatti non è una proprietà degli organismi ma delle popolazioni, cioè di tutti gli individui di una specie che vivono in una determinata area.

Le popolazioni sono composte di individui e il destino di ciascun individuo determina quali delle sue caratteristiche vengano trasmesse alle generazioni successive. L’evoluzione è quindi un fenomeno dovuto ai cambiamenti dell’assetto genetico delle popolazioni che si realizza nell’arco di numerose generazioni; perciò, per comprendere appieno i meccanismi evolutivi, è necessario conoscere i principi che governano la genetica delle popolazioni, cioè quella branca della genetica che studia la frequenza, la distribuzione e l’ereditarietà dei geni all’interno delle popolazioni.

Un osservatore qualunque potrebbe definire l’evoluzione sulla base dei cambiamenti nell’aspetto esteriore o nel comportamento, osservabili nei membri di una popolazione. Un genetista delle popolazioni no. Egli, in una popolazione vede l’insieme di tutti i geni suddiviso in tanti “pacchetti”, che noi chiamiamo individui. Qualsiasi cambiamento esteriore che noi possiamo osservare nel singolo individuo di una popolazione può essere considerato come l’espressione visibile di modificazioni avvenute nei geni. Il genetista delle popolazioni, quindi, definisce l’evoluzione come un cambiamento delle frequenze alleliche nei geni di una popolazione, che avviene nel corso delle generazioni.

Dalla selezione naturale alla selezione razziale

Riconoscere che l’evoluzione è un fenomeno osservabile solo a livello di popolazione è stato uno dei maggiori meriti di Charles Darwin. Attraverso la teoria della selezione naturale ha spiegato che affinché una popolazione sia in equilibrio occorre che tutti gli individui abbiano le stesse capacità adattative per sopravvivere, cioè che non siano presenti nella popolazione individui con caratteristiche che conferiscono loro un vantaggio sugli altri. Ogni qualvolta un individuo possieda una caratteristica che gli conferisca una “superiorità”, la selezione naturale favorirà la moltiplicazione degli individui che ne sono provvisti, portando così la popolazione ad evolversi.

Questa teoria, nel XIX e nel XX secolo, convinse un contemporaneo di Darwin, Herbert Spencer, della possibilità di poterla applicare anche alla società umana e al suo funzionamento. Le classi sociali più alte avrebbero dominato su quelle più basse, perché più ricche e agiate. Così come avrebbero fatto le popolazioni più sviluppate rispetto alle altre. Non volendo, si gettò così una prima base scientifica a quello che oggi è definito razzismo. Infatti, nel libro pubblicato da Darwin, si parla chiaramente della preservazione delle razze privilegiate, ovvero di quelle popolazioni che, rispetto ad altre, sono più avvantaggiate politicamente, economicamente e socialmente rispetto ad altre.

Con queste affermazioni, si fece sempre più avanti il pensiero che alcune popolazioni fossero superiori ad altre, e che dunque quelle inferiori andassero eliminate.

Questo nuovo concetto, definito poi “igiene razziale”, trovò sostegno in molte nazioni che consideravano la loro razza migliore di altre. Tra queste la Germania fu una grande sostenitrice di queste nuove teorie.

La razza “pura”

Nel 1853, il francese De Gobineau pubblicò un saggio sulla disuguaglianza delle razze umane. Secondo lui la purezza di una razza derivava dalla capacità di governare e di dominare le razze inferiori, e per rimanere pura ed evitare il declino non si sarebbe dovuta mescolare con le altre. A suo giudizio la più pura delle razze contemporanee era rappresentata dai tedeschi, che riteneva essere i discendenti più puri di un popolo mitico: gli ariani. Il termine “ariano” era comparso in quegli stessi anni nella linguistica per definire i linguaggi di origine indoeuropea.

La radice “ari” significava condottiero, nobile, da qui il termine aristocratico, e il termine ariano prese quel significato passando a definire il contenuto stesso del mito ariano, l’idea cioè di un popolo, quello tedesco, e di una razza, quella ariana, dotata di capacità, di forza, di coraggio e di indipendenza, in grado di affermarsi sugli altri popoli e sulle altre razze.

Elemento costitutivo della natura dell’ariano era l’aspirazione alla forza e alla conquista e per questo costituiva un’aristocrazia in un mondo di razze inferiori sottomesse.

Già dall’antichità comunque, il popolo germanico era stato ammirato per la sua forza e indipendenza. Autori latini, come ad esempio Tacito, scrissero a questo proposito. Egli compose nel 98 d.C. un’operetta monografica intitolata “La Germania”.

Il motivo ispiratore dell’opera è chiaro: Tacito, dopo la morte del tiranno Domiziano, volle analizzare le cause della decadenza dei costumi romani, e perciò si servì dei Germani, un popolo assai diverso, che oltretutto incuteva timore per la sua forza ancora incontaminata da ciò che comunemente si chiama “civiltà” e invece altro non è per Tacito che fiacchezza d’animo e corruzione, per procedere ad un esame comparativo fra i costumi corrotti dei Romani e quelli barbarici.

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