La Luna
La Luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzio e calmo incantesimo.
Italo Calvino
Beatrice Limoncini
Anno scolastico 2012/2013
Scuola media statale “Zanardi Bonfiglio” 1
Fin dall’antichità la Luna è una presenza costante nella vita e nell’immaginario degli uomini, il simbolo più classico e più affascinante del paesaggio naturale. L’uomo l’ha posta al centro dei suoi studi scientifici e l’ha resa immortale in letteratura, arte e musica: anche se ora non è più avvolta dal mistero, prima la Luna era presente in miti e leggende, o ne era la protagonista e i popoli antichi la veneravano in quanto dea.
Studiata attraverso osservazioni durante il corso della storia, venne addirittura formulato un calendario in base alle sue fasi. Nel secolo scorso, il nostro satellite divenne motivo di contesa tecnologica che si concluse il 20 luglio 1969, quando l’uomo per la prima volta calpestò il suolo lunare.
In diverse opere della Letteratura Italiana i poeti vengono ispirati ad essa: fra questi Giacomo Leopardi e Luigi Pirandello.
Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e da Adelaide dei marchesi Antici. Cresciuto con una rigida educazione religiosa, Giacomo Leopardi trovò presto la strada dell’accogliente biblioteca paterna che occupò il posto dei giochi dell’infanzia. A 15 anni Giacomo 2 Leopardi conosceva già diverse lingue e aveva letto quasi tutto. Nei sette anni che seguirono, Leopardi si buttò in uno studio «matto e disperatissimo». Divenne saggista e traduttore, specialmente di classici. Del 1816 fu il suo passaggio «dall’erudizione al bello», ossia dallo studio alla produzione poetica.
Tra le prove poetiche più originali, ricordiamo l’idillio e la cantica Appressamento della morte. Esasperato dall’ambiente familiare cercò di fuggire da casa ma il padre riuscì a prevenirlo e a sventare i suoi piani. Finalmente, nel novembre del 1822 poté recarsi a Roma ma nel maggio del 1823 dovette tornare a Recanati, dove rimase fino al 1825.
Si spense a Napoli nel 1837 all’età di 39 anni, mentre nella città infuriava il colera.
Le opere
Nelle sue opere Giacomo Leopardi affronta diversi temi come il dolore, ma anche il pessimismo.
A proposito del pessimismo, quello di Leopardi si configura in diverse forme. All’inizio è un pessimismo soggettivo, dovuto all’idea che la vita sia spietata con lui, per poi diventare un pessimismo storico dovuto alla ragione che domina l’epoca moderna. Il passato è quindi per Leopardi nettamente migliore del presente. La natura era considerata maggiormente dagli antichi e per lui è l’unica fonte momentanea di piacere. Essa produce nell’uomo delle illusioni che offrono una felicità irreale, ma che mascherano la sofferenza della realtà.
Come dimostrato da molte delle pagine della sua opera Zibaldone, Leopardi arriva al cosiddetto pessimismo cosmico. L’infelicità fa parte della vita dell’uomo, che quindi è destinato a soffrire per tutta la vita. La natura è colpevole dei mali dell’uomo, lo persegue e alimenta la sua sofferenza. Nell’opera “La ginestra”, arriva anche a definire la natura stessa come ‘matrigna’. La sua opera poetica è racchiusa principalmente nei “Canti”, mentre le ragioni del suo grande pessimismo sono raccolte nell’opera in prosa “Operette morali”.
Altre opere celebri sono la poesia “A Silvia” (che descrive pienamente il concetto della morte prematura che è positiva, oltre a quello della natura malevola) e le opere “L’infinito” e “Alla luna”.
“Alla Luna”
O graziosa Luna, io mi rammento
che or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta Luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso
il rimembrar delle passate cose
ancor che triste, e che l’affanno duri!
In questa poesia che appartiene ai Piccoli Idilli, la contemplazione della Luna dal monte Tabor, a Recanati, ispira al poeta una sorta di muto dialogo, attraverso il quale egli torna con la memoria al dolore passato che sembra confondersi con le tristezze del presente. Il tema che domina la lirica è quello tipicamente leopardiano della rimembranza, che è anche il titolo originario della lirica: ricordare il passato, anche se doloroso, è fonte di piacere, perché se ne rievocano le illusioni.
Il poeta osserva la luna, simbolo della forza rasserenatrice della natura, e le parla come ad una creatura cara. Egli rammenta che anche l’anno prima era salito su quel colle, ma il volto della luna era apparso tremolante ai suoi occhi velati di pianto. Nulla è cambiato da allora, il suo animo è ancora ricolmo di sofferenza, eppure ricordare il dolore di allora gli arreca sollievo.
Il componimento può essere diviso in due sezioni. Nella prima il poeta rievoca l’angoscia, il pianto e la propria immutata situazione. Nei primi cinque versi prevale la funzione persuasiva della lingua con l’invocazione alla luna (O graziosa luna), poi gradualmente si afferma la componente emotiva (Ma nebuloso e tremulo dal pianto...). In particolare l’enjambement dei versi 8-9 conferisce forza connotativa all’aggettivo (travagliosa / era mia vita) e dà rilievo al dolore: è più importante il carattere “travagliato” della vita che la vita in sé medesima.
In questa scelta stilistica emerge la tendenza tipicamente leopardiana e romantica a considerare il dolore come valore assoluto. Il verso 9, nella sua rapida sintesi dell’immutato tormento del poeta (era mia vita: ed è, né cangia stile), corrisponde al momento di maggiore drammaticità.
Nella seconda sezione (vv. 10-16) la riflessione sulla dolcezza del ricordo trasforma l’angoscia in malinconia e chiude in perfetta simmetria la lirica, riprendendo nel verso 15 il motivo della ricordanza (il rimembrar delle passate cose) introdotto nell’incipit (O graziosa luna, io mi rammento).
Luigi Pirandello
Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867 da una famiglia di origine borghese. Dopo il liceo si iscrisse alla facoltà di Lettere, che frequentò dapprima a Palermo, poi a Roma ed infine a Bonn, in Germania.
Tornato in Italia, sposò la figlia del socio in affari del padre e con lei si stabilì a Roma, dove affiancò all’attività di insegnante la scrittura del suo primo romanzo di novelle e di commedie per il teatro. Dal matrimonio nacquero tre figli e la vita proseguì tranquilla, fino a quando, nel 1903, la famiglia cadde in una situazione di crisi economica, di cui la moglie risentì in modo indelebile, manifestando segni di malattia mentale.
Le opere principali di Pirandello furono rappresentate nel 1910 con crescente successo; a quel punto, l’autore abbandonò definitivamente l’insegnamento per dedicarsi al teatro.
Morì nel 1936, mentre seguiva le riprese di un film tratto da una sua opera molto importante: “Il fu Mattia Pascal”. 5
Le opere
Nella vasta produzione letteraria di Pirandello, ricorrono alcune tematiche di grande rilievo:
- La vita è un movimento di trasformazione: tutto cambia in continuazione. Pertanto, la convinzione umana di possedere una sola personalità, precisa e definita, è illusoria.
- L’“io” non esiste: esiste una “maschera” che l’individuo impone a se stesso e altre maschere che la società gli fa indossare.
- La famiglia e l’ambiente di lavoro sono trappole, luoghi in cui vengono imposte maschere rigide.
- Nel momento in cui l’uomo diventa consapevole di essere intrappolato dietro tante maschere, entra in una condizione di smarrimento, solitudine e dolore profondo. Le uniche vie di fuga da questo stato doloroso sono l’immaginazione e la pazzia.
Fra le opere principali di Pirandello si ricordano:
- Il fu Mattia Pascal
- Uno, Nessuno, Centomila
- Maschere Nude
- Novelle per un anno
Novelle per un anno
Dopo aver pubblicato, nel corso degli anni, altresì sul Corriere della Sera, numerose novelle, Luigi Pirandello nel 1922 intraprende un lavoro di sistematizzazione dei diversi racconti pubblicati in un corpo unico o, meglio, in una serie di volumi (24 in tutto) contenenti circa 15 novelle ciascuno, per un totale di 360 novelle.
Il titolo “Novelle per un anno” voleva così indicare la possibilità, per il lettore, di leggere una novella al giorno e di comprendere, così, l’assurdità dell’esistenza. Ognuno di noi, infatti, crede di vivere in modo pieno e reale, mentre è prigioniero della propria forma: è il contrasto tra vita e forma, appunto.
La forma è costituita dalle convenzioni sociali, dalle inclinazioni di ciascuno di noi che ci impediscono appieno di vivere e che, dunque, rappresentano le maschere che ogni individuo è costretto ad indossare per poter appartenere alla società. La vita, invece, è movimento continuo, un fluire, un essere incandescente, un non fissarsi in alcuna forma.
Pirandello non portò completamente a termine il lavoro a causa della sua morte, nel 1936: le novelle pubblicate in vita tra il 1922 e quell’anno furono, infatti, 225 su un totale di 365. Altre 26 furono pubblicate postume a cura di Corrado Alvaro (per un totale di 251).
Una fra queste novelle che ho voluto approfondire si intitola:
Ciàula scopre la Luna
La novella tratta di un povero ragazzo di nome Ciàula, che lavorava in una miniera di zolfo in Sicilia, caruso di un minatore chiamato Zi Scarda, controllato dal padrone Cacciagallina. Una sera Cacciagallina, che in miniera ha il compito di controllare i minatori, vuole far restare i minatori a lavorare per finire il carico di quel giorno, ma nessuno lo ascolta.
Gli unici a rimanere sono Zi Scarda e il suo caruso Ciàula che, molto stanco, non si ribella ed ubbidisce, anche se di malavoglia. Il suo problema non è rappresentato dal buio della miniera, perché ne conosce bene le gallerie, ma dalla paura del buio della notte, della quale non conosce niente.
Il suo timore inizia quando nella miniera scoppiò una mina (che aveva ucciso il figlio di Zi Scarda e aveva fatto perdere a quest’ultimo un occhio). Per la paura dello scoppio Ciàula si era rifugiato in un anfratto noto solo a lui, ed entrandoci aveva rotto la sua lanterna.
Restò in quella grotta per un tempo indeterminato e, per trovare l’uscita nella miniera vuota e buia, aveva faticato, ma non aveva avuto paura. Il timore lo aveva assalito quando si era ritrovato solo, nel buio della notte, senza riuscire a vedere ciò che lo circondava.
Quella notte Ciàula trasportava il sacco pieno di zolfo, stravolto per la fatica, ma soprattutto impaurito per il buio che avrebbe trovato uscendo dalla miniera. 7
Quando arriva in prossimità degli ultimi scalini, tuttavia, con grande stupore si accorge di essere circondato da una luce simile a quella del sole. Sbalordito, lascia cadere il sacco dalle spalle e, sollevate le braccia, apre le mani nere verso la fonte di luce, la Luna.
Ciàula sapeva dell’esistenza della Luna, ma non si era mai soffermato ad osservarla, solo in quel momento la scopre veramente. Si sedette sul sacco appena davanti alla buca e restò a guardarla; per questa scoperta, cominciò a piangere senza volerlo, né saperlo.
Confronto tra “Rosso Malpelo” e “Ciàula scopre la Luna”
“Rosso Malpelo” e “Ciaula scopre la luna” sono due novelle, la prima di Verga, la seconda di Pirandello, dove lo scenario è lo stesso: la miniera. Anche il personaggio principale nelle due novelle mantiene lo stesso aspetto disumano e animalesco, mentre a cambiare è la tecnica di descrizione che i due autori usano, cambiando anche gli aspetti che essi vogliono evidenziare.
In “Rosso Malpelo” Verga descrive una situazione in cui tutti i personaggi hanno un ruolo preciso: Malpelo è un “ragazzo malizioso e cattivo”, Mastro Misciu è “La bestia da lavoro”, lo sciancato è il “sadico” e così via, tutti i personaggi della novella hanno un ruolo preciso e la narrazione di Verga non va oltre la descrizione oggettiva del flusso degli eventi, senza entrare nel merito delle emozioni che i personaggi possono provare alla morte di un asino o alla morte di un uomo.
Invece, Pirandello, in “Ciaula scopre la luna” propone una visione diversa della stessa realtà, in cui i personaggi non sono solo coloro che compiono le azioni, ma sono anche coloro che provano le emozioni che scaturiscono dalle loro azioni; i personaggi pirandelliani non sono definiti sin dall’inizio ma sono figli delle loro azioni: ciò si deduce già da come i due autori introducono le novelle.
Verga inizia scrivendo “Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riuscire un fior di birbone...”; in questo modo prima ancora di conoscere le azioni di Malpelo l’autore fa sapere al lettore il modo in cui deve inquadrare il protagonista, cosa che Pirandello non può fare, perché immerso nella sua visione decadentista, non può avere certezze sui personaggi, ed è per questo motivo che esordisce raccontando un episodio “I picconieri, quella sera, volevano smettere di lavorare senz’aver finito d’estrarre le tante casse di zolfo che bisognavano il giorno appresso a caricar la calcara...”.
Al quadro preciso dipinto da Verga si oppone il continuo cambiamento pirandelliano, così mentre le donne della novella di Verga piangono per la morte di Mastro Misciu, Zi Scarda in “Ciaula scopre la luna” piange una lacrima di dolore per il figlio ed una per l’incidente al suo occhio, e nessuno, neanche Pirandello, può sapere che lacrima stia piangendo Zi Scarda: infatti solo lui, che può sentirne il sapore, sa di che lacrima si tratta (le lacrime per il figlio sono più amare delle altre).
Altra differenza nelle due opere è rappresentata dalla visione del cielo. Malpelo guarda con diffidenza il cielo dove, secondo quanto dicevano gli altri, doveva esserci il paradiso.
Ciàula invece guardando il cielo e nello specifico la Luna scopre di poter provare dei sentimenti, possiamo concludere che Malpelo credendo solo in ciò che vede (la sua natura umana) non riesce a crede alla possibilità di qualcosa che di sovrumano possa esserci nel cielo, Ciaula invece guardando il cielo si accorge che la sua natura umana non è fatta solo da fisicità, ma anche da una parte trascendentale che egli non conosceva. 9
Il “nostro” satellite
La Luna è il corpo celeste più vicino a noi ed è l’unico satellite naturale della Terra. È il solo corpo celeste finora raggiunto ed esplorato dall’uomo; ci appare grande perché vicina ma, in effetti, ha dimensioni molto ridotte rispetto alla Terra.
Di forma sferica, ha un diametro di 3476 km e una distanza media dal nostro pianeta di 384 000 km. Se osservata in una notte in cui ci appare completa, possiamo notare anche ad occhio nudo che il suolo è formato da vaste pianure, alcune più scure che vengono chiamate mari e alcune più chiare che vengono chiamate terre.
Le terre sono costituite da enormi crateri e da altissime montagne. I mari sono zone formate da basalto, una roccia di origine vulcanica.
Il suolo lunare ha uno spessore che può variare da 1 a 20 m. Le rocce che lo costituiscono sono simili alle rocce vulcaniche terrestri e risalgono a 4,3 miliardi di anni fa, quando la Luna era, probabilmente, un campo immenso di vulcani.
Sulla Luna non c’è atmosfera ed è proprio questa mancanza che dà alla superficie lunare il suo aspetto caratteristico. I meteoriti che cadono, infatti, non vengono frenati da alcun attrito atmosferico e vi giungono quasi interi.
A causa dell’assenza di atmosfera, la sua superficie è caratterizzata da enormi sbalzi di temperatura: si passa dai -150° C della parte non illuminata dal Sole ai +130°C di quella illuminata.
Le origini della Luna
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Ci sono quattro ipotesi sulla sua origine:
1. Ipotesi della cattura
La Luna, formatasi lontano dalla Terra per aggregazione di particelle di materiale cosmico, vagava nello spazio ed è stata catturata dal campo gravitazionale della Terra.
2. Ipotesi dell’aggregazione
La Luna si è formata per aggregazione di frammenti di materiale cosmico che circondavano la Terra durante le prime fasi di formazione del Sistema Solare.
3. Ipotesi del distacco
La Luna si è formata in seguito al distacco di parte della Terra quando questa, ancora allo stato liquido.
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Introduzione tesina sulla luna
La seguente tesina di terza media sulla luna verte sull'argomento della luna. Vengono effettuati dei collegamenti interdisciplinari in legame al tema proposto con le seguenti materie: in letteratura Giacomo Leopardi e Luigi Pirandello, in Scienze la luna, in Francese Mont Saint-Michelle, in Educazione tecnica l'energia mareomotrice, in geografia il Giappone con approfondimento sugli Haiku, in storia la Guerra Fredda, in inglese Neil Alden Armstrong, in educazione fisica l'allenamento degli astronauti, in educazione artistica Vincent Van Gogh e La notte stellata, in educazione musicale una playlist dedicata alla luna.
Collegamenti
Tesina sulla luna
- Letteratura: Giacomo Leopardi e Luigi Pirandello.
- Scienze: La Luna.
- Francese: Mont Saint- Michel.
- Educazione tecnica: L'energia mareomotrice.
- Geografia: Il Giappone + approfondimento - gli Haiku.
- Storia: La Guerra Fredda.
- Inglese: Neil Alden Armstrong.
- Educazione Fisica: L'allenamento degli astronauti.
- Educazione Artistica: Vincent Van Gogh e la "Notte Stellata".
- Educazione Musicale: Una playlist dedicata alla Luna.