Il Sessantotto
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Storia: la contestazione ideologica del 1968
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Le cause della protesta
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Uno dei motivi più forti di aggregazione dei movimenti di protesta in tutto il mondo è sicuramente la guerra nel Vietnam, evento chiave della politica internazionale degli anni Sessanta.
I giovani e gli studenti che scendevano in piazza per il Vietnam vedevano in quegli orrori l’infrangersi della pace e degli equilibri internazionali, e col crescente invio di truppe regolari a partire dal 1965 dalla lotta sociale si passò a una contestazione politica. I movimenti attaccavano il governo per il suo imperialismo dimostrato nell’intervenire in una guerra così distante che non era sentita dalla gente come ‘giusta’. Nel marzo 1965, quando l’America decise di intervenire in Vietnam, 25.000 dimostranti protestarono a Washington mentre a Berkeley 12.000 dimostranti in marcia verso gli accantonamenti dell’esercito furono respinti dalla polizia con gas lacrimogeni.
Le proteste contro il ruolo che gli USA avevano assunto nel Vietnam fino ad allora erano rimaste confinate nelle università. L’incendio delle cartoline precetto era il metodo preferito dai dimostranti per far capire la drammaticità e l’inutilità di questo intervento. In Vietnam, a seguito degli accordi di Ginevra del ‘54, era stato diviso in due repubbliche: Vietnam del Nord a regime comunista, con capitale Hanoi, e Vietnam del Sud a regime dittatoriale, con capitale Saigon e sostenuto dagli Americani, interessati al contenimento dell’espansione comunista nell’Asia del Sud.
Fu una guerra impopolare: numerosi giovani protestarono, chiedendosi per quale ragione dovessero abbandonare la famiglia, lo studio e il lavoro per andare a combattere in una terra tanto lontana e perché una grande potenza come gli Stati Uniti non fosse in grado di sconfiggere rapidamente una nazione tanto più piccola e povera come il Vietnam.
A queste proteste, il governo rispondeva che la guerra era necessaria, in quanto non bisognava permettere al comunismo di espandersi nel Vietnam e da lì conquistare tutta l’Asia sud-orientale.
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Il movimento in Europa
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Il maggio ‘68 francese e l’autunno caldo in Italia e la primavera di Praga furono le punte più avanzate di un movimento che sconvolse l’intero continente. In Francia le immense manifestazioni fanno incontrare due mondi molto diversi, da un lato gli studenti, che scendono in strada e si scontrano con la polizia a colpi di slogan e di sassi. Dall’altro gli operai che, a milioni, incrociano le braccia.
Mentre gli studenti degli altri paesi si ribellano contro materialismo e consumismo, i cittadini cecoslovacchi invece si battono per i loro diritti fondamentali.
Il periodo conosciuto come “Primavera di Praga” è un tentativo di liberalizzazione messo in atto da Alexander Dubcek, allora dirigente del Partito Comunista Cecoslovacco. Il “socialismo dal volto umano”
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non mirava ad abbattere il comunismo sovietico, quanto piuttosto ad offrire maggiori libertà politiche e civili, pur mantenendo un sistema economico collettivista. Il progetto fallisce con l'invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati sovietici.
Le discussioni furono drammatiche ed estenuanti, ed il 26 agosto Mosca si dichiarò disponibile a varie concessioni: si trattò, in effetti, di accorgimenti tattici volti unicamente ad evitare uno scontro frontale che avrebbe messo eccessivamente in cattiva luce il Cremlino di fronte all'opinione pubblica mondiale.
Nel giro di pochi mesi tutto il gruppo dirigente riformatore fu messo da parte e rimpiazzato da elementi stalinisti, e l’anno seguente Dubcek fu espulso dal PCC.
Ancora oggi, la stampa, le piazze e la televisione della Repubblica Ceca commemorano ampiamente la
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Primavera di Praga, perché il ricordo della speranza alimentata durante quel breve periodo di disgelo
Changin resta forte.
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Il ’68 in Italia
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La presenza di giovani operai a fianco degli studenti fu la caratteristica anche del Sessantotto italiano, il più intenso e ampio tra tutti quelli dell'Europa occidentale assieme a quello francese. In Italia la contestazione fu il risultato di un malessere sociale profondo, accumulato negli anni '60, dovuto al fatto che lo sviluppo economico, il cosiddetto boom economico, e della borghesia non era stato accompagnato da un adeguato aumento del livello sociale ed economico delle classi più basse.
L'esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell'istruzione e rivendicavano l'estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata, i prodromi di quello che diverrà il
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sessantotto inizieranno a palesarsi nel 1966. La contestazione fu attuata con forme di protesta fino ad allora sconosciute: vennero occupate scuole e università e vennero organizzate manifestazioni che in molti casi portarono scontri con la polizia, si veda la manifestazione per la prima della Scala di Milano nella quale alcuni manifestanti chiesero la collaborazione della stessa polizia che, "doveva starsene a proteggere persone simbolo del consumismo".
Il 24 gennaio 1966 avvenne a Trento la prima occupazione di una università italiana ad opera degli studenti che occuparono la facoltà di Sociologia. L'occupazione sarà ripetuta lo stesso anno in ottobre, protestando contro il piano di studi e lo statuto, che entrambi erano in fase di elaborazione e proponendone stesure alternative. Questa occupazione si concluse a causa dell'alluvione del 1966 che
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interessò gran parte dell'Italia settentrionale e centrale. Molti studenti si mossero come volontari per
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portare aiuto nelle aree più colpite, e questo primo movimento ed incontro spontaneo di giovani, provenienti da tutta Italia, contribuì a far sorgere in molti di essi lo spirito di appartenenza ad una classe studentesca prima sconosciuto.
La scintilla iniziale fu determinata da due situazioni di disagio per gli studenti universitari della Università Cattolica di Milano e della facoltà di Architettura di Torino. Nel primo caso l'università decise di raddoppiare le tasse universitarie mentre a Torino venne deciso il trasferimento alla Mandria, una sede periferica molto disagiata. Il 15 novembre 1967 entrambe le università vennero occupate e subito sgombrate dalla Polizia. I leader iniziali erano Mario Capanna e Pero in Cattolica e Bobbio con Viale a Torino.
Dopo tre giorni 30.000 studenti sfilavano per Milano fino all'arcivescovado e la rivolta si allargò a macchia d'olio. L'atteggiamento repressivo della polizia, sempre presente il "famoso" battaglione Padova della Celere, che intervenne sugli studenti come se fossero dei ragazzini viziati, finì con il costituire il propellente per la diffusione della protesta.
Nel maggio del '68 tutte le università, esclusa la Bocconi, erano occupate.
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Italiano: Alberto Moravia
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Non compie studi regolari perché, colpito a nove anni da una tubercolosi ossea, trascorre oltre un decennio in sanatorio, ove dedica il tempo alla lettura. Dopo alcune collaborazioni alla rivista “900” di Bontempelli, debutta con quello che, a parere di più di un critico, resta il suo romanzo più significativo, “Gli indifferenti” (1929). Nel mettere in scena l’atonia spirituale, il torpore morale, la sessualità morbosa e sfatta di personaggi della borghesia egemone, egli mina alle fondamenta l’oleografica rappresentazione della “sanità morale” della nazione, rivendicata dal fascismo quale risultato dell’imperante “ordine”. Sul piano dei contenuti, l’autore ritorna sul personaggio dell’inadeguato a vivere, ricollegandosi alla tradizione letteraria di uno Svevo o di un Borgese, si pensi allo straordinario “Rubè” di quest’ultimo, od al “Totò Merùmeni” di Gozzano; sotto il profilo formale, infine, sperimenta per la prima volta la propria prosa fredda, simile ad un referto medico, in manifesto contrasto con quella di derivazione solariana. La successiva - e copiosa - produzione moraviana si muoverà costantemente lungo i sentieri tracciati dal suo eccezionale esordio. Simile a quei pittori che per tutta la vita dipingono lo stesso volto di donna o la stessa bottiglia, il Nostro si produce infatti in un’infinita teoria di variazioni sui medesimi temi: protagonista, un’umanità incapace di slanci, chiusa nell’angusto perimetro delimitato da sesso e danaro, condannata a esistere senza luce o speranze.
Stilisticamente, egli perfeziona la formula del romanzo-saggio, con risultati a volte notevoli (“La noia”, 1960), adoprando strumenti d’analisi via via più sofisticati, il marxismo, la psicanalisi, le scienze sociologiche e delle comunicazioni di massa: in seguito, egli sembra dedicarsi al perfezionamento ed all’amplificazione del monologo interiore, tipico della grande narrativa del XX° secolo. Non molti sono, tuttavia, i suoi lavori che risaltano per originalità d’ispirazione: il meglio è forse rinvenibile in alcuni racconti, “Delitto al circolo del tennis”, “Inverno di malato”, nel romanzo breve “Agostino” (1944), storia dell’iniziazione sessuale di un adolescente, caratterizzata da aperture liriche alquanto insolite, ne “La ciociara” (1957, il suo “omaggio di romanziere alla resistenza”), abitato da una figura positiva, capace di sacrificio per un’ideale.
Autore inoltre di testi teatrali, di reportage di viaggio, di recensioni cinematografiche (è stato dal 1955 sino alla morte critico del settimanale “L’Espresso”), egli ha di continuo esercitato un ruolo d’intellettuale militante, intervenendo attraverso la stampa sui più diversi argomenti: ne sono testimonianza i saggi riuniti ne “L’uomo come fine” (1963), testo nodale del dibattito culturale per svariati decenni.
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Gli indifferenti
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Primo romanzo di Alberto Moravia, scritto tra il 1925 e il 1928, “Gli indifferenti” è un dramma borghese
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che mette in scena due giorni della vita di una famiglia, composta da Mariagrazia Ardengo, vedova, con
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i due figli ventenni Carla e Michele, più l’amante della madre, Leo Merumeci. Gli Ardengo sono sull’orlo della crisi economica e l’avido Leo ne approfitta: dopo aver dilapidato il patrimonio di Mariagrazia, ora vuole prendersi anche la villa di famiglia, approfittando della scadenza di un’ipoteca. Quel che i figli vedono, vale a dire che l’uomo è un avventuriero che sfrutta la madre per il suo bieco interesse, la donna non vuol sapere, accecata dalla passione amorosa e dalla gelosia.
I cinque, riuniti all’ora di cena, ripetono una recita sempre uguale di ipocrisia e monotonia, di noia: i figli che fingono di non sapere che Leo è l’amante della madre, i due che si danno del lei, Carla che accetta le avances di Leo pensando che forse il massimo dell’abiezione può essere comunque una via di uscita da tanta mediocrità, Leo che fa buon viso a cattivo gioco sopportando le lamentele di Mariagrazia per arrivare alla figlia. Solo Michele tenta di ribellarsi, vorrebbe compiere “un gesto” risolutore, ma è sopraffatto dalla sua indifferenza.
Capolavoro d’analisi e lucidità, il romanzo propone i temi principali della narrativa di Moravia: il comportamento sessuale ed il rapporto con il denaro come chiave interpretativa della realtà umana e la rappresentazione della debolezza della volontà, malattia esistenziale che condanna all’”indifferenza”, segno del degrado del “buon senso”. Da qui la critica al mondo borghese, che è un effetto e non lo scopo dell’autore: “Se per critica antiborghese s’intende un chiaro concetto classista, niente era più lontano dal mio animo in quel tempo – afferma Moravia in “L’uomo come fine” (Milano, 1972), a proposito del suo primo romanzo – Essendo nato e facendo parte di una società borghese ed essendo allora borghese io stesso, ‘Gli indifferenti’ furono tutt’al più un modo per farmi rendere conto di questa mia condizione. […] Che poi sia risultato un libro antiborghese è tutta un’altra faccenda. La colpa o il merito è soprattutto della borghesia”.
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Inglese: David Herbert Lawrence
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D.H. Lawrence (1885-1930), English novelist, storywriter, critic, poet and painter, one of the greatest figures in 20th-century English literature.
David Herbert Lawrence was born on September 11, 1885, in Eastwood, Nottinghamshire, central England. He was the fourth child of a struggling coal miner who was a heavy drinker. His mother was a former schoolteacher, greatly superior in education to her husband. Lawrence's childhood was dominated by poverty and friction between his parents. He was educated at Nottingham High School, to which he had won a scholarship. He worked as a clerk in a surgical appliance factory and then for four years as a pupil-teacher. After studies at Nottingham University, Lawrence matriculated at 22 and briefly pursued a teaching career. Lawrence's mother died in 1910; he helped her die by giving her an overdose of sleeping medicine.
In 1909, a number of Lawrence's poems were published by Ford Max Ford in the English Review. The appearance of his first novel, The White Peacock (1911), launched Lawrence into a writing career. In 1912 he met Frieda von Richthofen, the professor Ernest Weekly's wife and fell in love with her. Frieda left her husband and three children, and they eloped to Bavaria. Lawrence's novel Sons and Lovers appeared in 1913 and was based on his childhood. In 1914 Lawrence married Frieda von Richthofen, and traveled with her in several countries. Lawrence's fourth novel, The Rainbow (1915), was about two sisters growing up in the north of England. Lawrence started to write The Lost Girl in Italy. He dropped the novel for some years and rewrote the story in an old Sicilian farmhouse near Taormina in 1920.
During the First World War Lawrence and his wife were unable to obtain passports and were targets of constant harassment from the authorities. They were accused of spying for the Germans and officially expelled from Cornwall in 1917. The Lawrences were not permitted to emigrate until 1919, when their years of wandering began.
Lawrence's best known work is Lady Chatterly's Lover, first published privately in Florence in 1928.
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