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Liceo Classico Machiavelli Lucca 2012

Questo è il periodo in cui i maturandi si danno da fare per mettere assieme un qualche straccio di tesina. Io, per chiunque fosse interessato, metto a disposizione quella che ho presentato lo scorso anno per la mia di maturità. Comunico che avvalersene avrà un costo da girare non certo al sottoscritto ma all’UNICEF.

5 euro per coloro che ne usufruiranno parzialmente, 10 totalmente o comunque gran parte.

Ovviamente il versamento dovrà essere effettuato solo ad acquisita maturità, (la vostra coscienza la farà da garante) quindi, avvalendomi con il vostro permesso di quel linguaggio semicoloquiale che spesso contraddistingue noi giovani, mi permetto di spronarvi urlandovi “Dateci dentro ragaaaaaa!! E preparate i soldi! I bambini dell’UNICEF vi saranno grati!!!”.

Da parte mia un mega in bocca al lupo, posso anche assicurarvi che questi soldi sia per voi che per le vostre famiglie saranno i meglio spesi fino ad ora e non mi riferisco alla qualità della tesina, ma semplicemente al fatto che alla fine, se la usate e pagate, ciò significa che il traguardo lo avete tagliato, grazie al quale sarete finalmente in grado di aprire quella miriade di scenari sulla vita professionale, cosa pressoché impossibile per coloro (e la cosa mi spiace) che purtroppo non sono riusciti ad accaparrarsi l’agognato pezzo di carta, cioè il diploma. Quindi dai, stringete i denti che potete farcela.

Nota sulla tesina: ovviamente, se per qualcuno, causa crisi, fosse difficoltoso spendere i 5 o 10 euro, può ugualmente usufruire della tesina stessa esentandosi dal versamento. Naturalmente resta ugualmente valido in tutto e per tutto il nostro in bocca al lupo.

Viaggio nella schiavitù: impressioni personali, metafore e “fantasia”

Credo che durante la nostra vita siano pochi i giorni in cui non si ha a che fare con le parole schiavo, schiavisti o schiavitù. In televisione, sulla radio, in un libro, fra la gente. Il motivo deriva dal fatto che esse presentano tutta una serie di sfaccettature molto correnti anche nel nostro tempo. Si può essere ad esempio schiavi del sesso - ragazze costrette a prostituirsi, massacrate di botte, talvolta anche uccise qualora venisse loro in mente di ribellarsi -, totalmente schiavi del gioco, della droga, del danaro e, perché no, perfino del proprio lavoro - si parla di giapponesi che non smettevano mai di lavorare fino a che non morivano -.

Il lato che però noi intendiamo attraversare, toccando, per quanto sia possibile, punti più profondi e momenti significativi delle parole schiavitù, schiavismo o schiavo - che deriva da slavo, cioè barbaro - è quello classico, quasi stereotipato: un uomo, inteso come essere umano, che appartiene in tutto e per tutto ad un altro essere umano, il quale ha su di lui potere di vita o di morte.

Schiavi per ogni era

È il padrone dello schiavo che decideva se egli doveva mangiare e bere, quante ore al giorno doveva lavorare, che tipo di lavoro svolgere, quando e se riposarsi. Allo schiavo maschio il padrone generalmente impediva di avere alcun tipo di rapporto affettivo o sessuale, pena l’evirazione o la morte, a meno che non fosse il padrone stesso a richiederlo. Per le donne la cosa era un po’ diversa, soprattutto per quelle giovani e piacenti nell’aspetto. Non di rado capitava che divenissero oggetto di attenzioni libidinose da parte dei loro padroni o di parenti e amici del proprietario.

Proprietario è la giusta parola in quanto si poteva tranquillamente equiparare lo schiavo ad un qualsiasi utensile. Il padrone infatti può essere così ulteriormente definito anche per il motivo che egli stesso poteva decidere se comprare, vendere o barattare schiavi, così come in genere si faceva e si fa tutt’ora con cavalli, mucche o altri animali, i quali ricevono e ricevevano senz’altro un trattamento migliore di questi uomini senza diritti alcuni.

La condizione di schiavo, possiamo tranquillamente affermare, nasce con l’uomo. Questa forza lavoro ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo di grandi civiltà antiche come quella Sumera, Egizia, Greca, Etrusca, Romana, e moderne, prime fra tutte Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Olanda e ovviamente America.

Schiavitù: vero motore trainante dei mondi antichi

In genere nel mondo antico erano i prigionieri di guerra o i catturati in scontri tribali ad essere trasformati in schiavi, ma lo si poteva anche addivenire per nascita o per debiti.

Un bambino venuto al mondo da genitori schiavi quasi sempre lo diventava a sua volta in maniera automatica.

Non restituire un prestito o non risarcire un danno cagionato spesso conduceva l’individuo in regime di schiavitù.

Nota è la deportazione degli ebrei da parte di Nabuconodosor, il quale nel 586 A.C. non si accontentò di distruggere il loro tempio-simbolo, quello di Salomone, e massacrarne un gran numero, ma condusse anche il resto di quel popolo a Babilonia, rendendolo schiavo. Questo periodo fu definito dagli ebrei “schiavitù babilonese”.

Che dire degli iloti: gli spartani, dopo aver conquistato il loro territorio nel settimo secolo A.C., la Messenia, li schiavizzarono nella maniera più feroce, tanto da ucciderli perfino senza motivo o solo per allenarsi al combattimento; se non li uccidevano sistematicamente, perpetravano su di loro qualsiasi tipo di nefandezza.

Lo storico Tucidide racconta che, poiché talvolta gli iloti venivano reclutati nelle milizie spartane, fu loro proposto di sottoporsi al giudizio di quanto valore essi avrebbero dimostrato in battaglia, in modo da guadagnarsi così una meritata libertà.

In realtà, sempre secondo lo storico greco, si trattò di uno stratagemma per individuare i più inclini alla ribellione.

Ecco allora che gli spartani, dopo averne selezionato 2000, li condussero a visitare alcuni templi e da quel momento nessuno ne seppe più nulla.

Scorrendo a ritroso nel tempo, quasi ai limiti del neolitico (quarto millennio), troviamo i sumeri, i quali non solo usavano schiavi per i canonici lavori, nella fattispecie scavare canali per bonifiche o irrigazioni, ma un gran numero di questi uomini soggiogati era perfino destinato ai sacrifici - si parla di una regina sepolta assieme ad una miriade di schiavi sacrificati per l’occasione -.

Avvicinandoci a noi nelle ere, per quanto riguarda l’Egitto, ultimamente questa ha subito una revisione storica da parte di alcuni autorevoli egittologi che sconfessano oltre che Erodoto (5 secolo A.C.) anche ciò che il cinema ci ha proiettato per lungo tempo: uomini frustati a sangue nell’atto di spostare enormi massi per costruire le piramidi. In realtà, sempre secondo questi storici contemporanei, furono costruite da persone che si sentivano onorate di farlo e in numero molto minore: 10.000 non 100.000.

Infatti, in quel periodo, 27 secoli A.C., in Egitto la schiavitù era poco praticata e iniziò con le successive dinastie - 30 fra tutto -; fu poi con la nascita del nuovo regno, 1550 A.C., che l’Egitto, entrato in guerra con i popoli vicini, reperì, da questi, schiavi che allora certamente erano trattati nella maniera con cui venivano trattati delle altre etnie.

Il popolo stesso non godeva certo di grandi libertà, tant’è che dalle proprie origini solo lo scorso 2012 è riuscito, mediante elezioni, a scegliere il proprio governo. Certo, il caos ancora in quel paese regna sovrano, ma questo, potremmo dire, è il prezzo da pagare per raggiungere libertà e democrazia.

Nella Grecia antica sciaguratamente si riuscì anche a moralizzare la schiavitù, affermando che rientra nella natura delle cose, poiché è proprio essa - la natura - a produrre uomini inferiori fatti per esser schiavi e uomini superiori nati per essere liberi.

Secondo questo pensiero tutti potevano guadagnare dalla schiavitù: il padrone, poiché grazie agli schiavi che svolgevano lavori per suo conto poteva dedicarsi al raggiungimento della virtù, e gli schiavi, che grazie alla guida del padrone, sia pur nei loro limiti, potevano raggiungere una certa elevatezza.

In alcuni periodi ad Atene potevano addirittura abitarvi più schiavi che uomini liberi.

Ecco allora che troviamo filosofi come Platone, il quale, grazie ai suoi modi compassati, riusciva spesso a dominare istinti aggressivi come l’ira - un giorno per punire uno schiavo lo fece picchiare da un altro, dicendo che se lo avesse fatto di persona, tanto era arrabbiato, lo avrebbe massacrato -, egli riteneva la schiavitù una cosa necessaria, quasi insostituibile, senza la quale le Poleis non avrebbero potuto progredire.

Anche Aristotile stesso affermava con estrema naturalezza, anzi era addirittura un vero precursore di quanto sopra citato, che alcuni individui nascono già predisposti ad essere schiavi poiché non sono in grado di prendersi cura di loro stessi, e sosteneva anche che non esistendo gli automi questi predisposti li sostituiscono in tutto e per tutto.

Non ebbe mai la minima esitazione nell’equipararli ad oggetti animati, completamente al servizio del padrone.

Per meglio comprendere il paragone Aristotelico il timone e il timoniere sono entrambi degli oggetti. Il primo inanimato, il secondo animato. La differenza fra loro non esiste poiché sono in ugual misura al totale comando del capitano.

Il filosofo riteneva infatti cosa buona e giusta che i padroni pensassero e decidessero per questi individui, simili o inferiori agli animali, guidando ogni loro azione, anche la più banale, usando se necessario mezzi drammaticamente coercitivi, incluso la soppressione fisica qualora lo schiavo manifestasse un, sia pur minimo, segno di ribellione.

Nonostante ciò, anche da questa realtà ci sono arrivate notizie di attivisti favorevoli all’abolizione.

Assiotea, un certo personaggio la cui storia è stata raccontata e romanzata anche in recente libro, 2009, di Adriano Petta, vissuta proprio nel periodo classico, non ebbe timore alcuno a schierarsi contro la parte colta e politica del paese, compresi i due grandi filosofi sopra ricordati, per inneggiare alla libertà di tutti gli schiavi e al miglioramento della condizione femminile che in Atene era molto simile proprio alla condizione di schiavitù.

Sembra anche che, travestendosi da uomo, riuscì a farsi ammettere all’accademia.

Anche la civiltà etrusca si avvaleva di schiavi reperiti alla classica maniera, comprati o catturati in battaglia, i cui diritti sparivano in un secondo. Questo popolo non permise mai alle classi inferiori, anche se semilibere, di partecipare alla vita politica e sociale, in maniera anche più rigida di altre popolazioni. È molto facile dunque immaginare i ritmi e i divieti imposti agli schiavi.

Deposte in alcune tombe, contenute in anfore di minor pregio, sono state trovate ceneri che si presume essere di schiavi; verrebbe quasi da pensare ad un sacrificio in onore del padrone defunto.

Schiavi imperiali

Non potevamo certo spaziare nel mondo antico parlando di schiavitù senza menzionare il periodo romano, toccando quindi quello che è l’immaginario collettivo: lo schiavo addivenuto gladiatore per combattere nelle arene, attirando anche l’ammirazione delle ricche donne romane.

Chi non conosce le gesta di Spartacus, schiavo eroe di molte battaglie, colui che condusse alla ribellione oltre 70mila assoggettati, ma alla fine, come era inevitabile, non poté sfuggire dal suo destino. Nel 71 A.C. fu letteralmente fatto a pezzi dai soldati di Licinio Crasso, i quali per lavare l’onta della ribellione crocifissero anche 6000 di questi schiavi lungo la via Appia che da Roma conduceva a Capua.

Per entrare più nel dettaglio, nella Roma, sia repubblicana che imperiale, esisteva una vera selezione con l’intento di assegnare lo schiavo giusto al posto giusto.

Costituzione robusta, aggressività ed esperienza nell’uso delle armi erano doti apprezzate per i combattimenti nelle arene e gli schiavi che avevano tali caratteristiche - come lo stesso Spartacus - erano destinati a fare i gladiatori.

Coloro che venivano catturati nelle campagne solitamente venivano assegnati al lavoro dei campi, incaricati così di lavorare la terra dall’alba al tramonto, costruire ponti, strade, case e altro, legati con catene l’uno all’altro, senza o con poco e pessimo nutrimento, dormendo ammassati l’uno sull’altro, in condizioni igieniche, ovviamente, totalmente inesistenti, frustati a sangue per il minimo errore; solo a volte, per i più fortunati, accadeva, per qualche motivo, di essere uccisi in maniera repentina, giungendo così all’agognata morte che poneva fine alle loro atroci sofferenze.

I più anziani, assieme alle donne, venivamo affidati a mansioni da casalinghi.

Alcune volte, come già affermato, poteva capitare che ragazze o giovani fossero prescelti dalla propria padrona o trasformati in amanti del padrone; in questo modo la vita di questi schiavi migliorava e si allungava di molto. Altre volte, un gran numero di giovani donne veniva spedito nei bordelli.

Tornando a trattare di coloro che venivano trasformati in gladiatori, possiamo affermare che fossero costretti ad allenarsi per diverse ore al giorno, per poi combattere rischiando la mutilazione o la vita in ogni momento, potendo tuttavia, se vincenti, conoscere la gloria o il riscatto.

Poiché anche a Roma, come in altri imperi o altre epoche, vi era questa possibilità – il riscatto –, era sufficiente che il padrone dello schiavo decidesse di liberarlo registrando la cosa davanti a un magistrato e lo schiavo stesso era divenuto libero. Questi prendeva il nome di liberto.

Sorte diversa toccava ai fuggitivi, i quali puntualmente venivano ripresi, torturati atrocemente e, se non uccisi, marchiati in fronte con una F che stava ad indicare la parola fuggitivus.

Mentre nella Grecia antica, riguardo alla libertà per tutti gli uomini, abbiamo considerato il diffuso pensiero di Platone e Aristotele, in quest’epoca, pochi decenni dalla creazione dell’impero romano, incontriamo Seneca, il quale, nonostante non abbia mai portato avanti una battaglia vera e propria contro la schiavitù, non esitava a rifiutarla, affermando apertamente che non è reato trattare umanamente uno schiavo visto che anche questo nasce dallo stesso seme, respira la stessa aria, vive e muore sotto lo stesso cielo e la sorte può cambiare e trasformare i padroni in schiavi e gli schiavi in padroni: “tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te servum / tu puoi vederlo libero come lui può vederti schiavo”.

Fra le molte lettere che il precettore di Nerone invia al suo amico e “discepolo” Lucilio, ve ne è una - epistola 47 libro V - dove, nel ringraziarlo per il buon trattamento che egli riserva ai suoi schiavi, traccia un quadro di quello che è e di come invece dovrebbe essere il rapporto schiavo-padrone.

Fra il molto dire sottolinea che quegli schiavi a cui è proibito parlare con e davanti al padrone, pena bastonate o essere privati del pasto, parleranno del padrone alla loro maniera quando egli non c’è e sicuramente questi schiavi nutriranno sempre odio nei confronti del signore e difficilmente, qualora ci fosse l’occasione, lo salveranno, cosa che invece faranno, a costo della vita, quegli schiavi cui è permesso addirittura conversare con il proprio padrone: “in conviviis loquebantur, sed in tormentis tacebant / parlavano nei banchetti e tacevano sotto tortura”.

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Sintesi
Tesina sulla schiavitù
Monografia di Storia sul tema della schiavitù
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