“A. Manzoni” - La latina
Istituto pedagogico
Anno scolastico 2008/2009
Il sentire mafioso
“Questo è tempo di guerra e di massacri: gas, forche, decapitazioni, voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee.”
(Renato Guttuso)
Relatore: Antonio Di Stefano 1
Indice
Introduzione .............................................................................................................................pag. 1
1. Letteratura
1.1 Il Neorealismo ...................................................................................................................pag. 3
1.2 Leonardo Sciascia
1.3 La mafia dalle origini ai giorni nostri
1.4 Storia della parola mafia
2. Latino
2.1 Decimo Giunio Giovenale ...................................................................................................pag. 7
2.2 La vita
2.3 Le satire
2.4 La lingua e lo stile
2.5 La fortuna
3. Storia
3.1 Estensione e confini del Neorealismo ...............................................................................pag. 10
3.2 La Resistenza (gli anni tra il 1943-50)
4. Arte
4.1 Il cinema neorealista italiano .............................................................................................pag. 12
4.2 Ladri di biciclette: Vittorio De Sica e Cesare Zavattini - 1948
4.3 Roma città aperta: 1945 - Roberto Rossellini
4.4 Paisà: 1946 Roberto Rossellini
4.5 Renato Guttuso: “La Vucciria” 1974
4.6 La fine del Neorealismo
5. Pedagogia
5.1 Istruzione programmata .....................................................................................................pag. 18
5.2 Open Education
6. Metodologia
6.1 Educare alla pace ...............................................................................................................pag. 21
6.2 Mass Media
6.3 Il dibattito di Karl Popper
7. Filosofia
7.1 Martin Heidegger...............................................................................................................pag. 25
8. Inglese......................................................................................................................................pag.27
8.1 Margaret Atwood
9. Biologia...................................................................................................................................pag. 28
9.1 Le mutazioni genetiche 2
1. La letteratura
1.1 Il Neorealismo
Il termine Neorealismo, già presente nel primo dopoguerra, incontra una nuova accezione a partire dal 1942, quando viene usato nella definizione del film di Visconti “Ossessione”.
Gli autori neorealisti intendevano rappresentare la realtà contemporanea della guerra, della Resistenza e del dopoguerra, per dare testimonianza artistica di un’epoca che segnò tragicamente la vita di tutto il popolo italiano. Proprio il bisogno di rappresentare direttamente storie di vita vissuta in prima persona, sia dagli scrittori, sia dai lettori, comportò la scelta della prosa a scapito della poesia, l’adozione di un linguaggio tendenzialmente chiaro e comunicativo, il rifiuto della tradizione letteraria della pagina ben scritta di moda negli anni Venti e Trenta.
Scriveva Zavattini: “Io devo concentrare tutta la mia attenzione sull’uomo d’oggi. Il fardello storico che io ho sulle spalle e che non vorrei - non potrei - scrollarmi brutalmente dalle spalle, non deve impedirmi di essere tutto nel desiderio di liberare quest’uomo e non altri dalla sua sofferenza servendomi dei mezzi che ho a disposizione. Quest’uomo (ecco una delle mie due o tre idee fisse) ha un nome e un cognome, fa parte della società in un mondo che mi riguarda senza equivoci e io sento il suo fascino, lo devo sentire così forte, che voglio parlare di lui, proprio di lui e non attribuirgli un nome finto, perché quel nome finto è pur sempre un velo fra me e la realtà, è qualcosa che mi ritarda, anche di poco, ma mi ritarda il contatto integrale con la sua realtà e di conseguenza la spinta a intervenire. Datemi torto o peggio, a me sembra che sia proprio consequenziale per il Neorealismo giungere sempre di più dal falso al reale”.
Da queste affermazioni emergono almeno due aspetti fondamentali delle tematiche del Neorealismo: il riferimento all’attualità, per cui sia le opere letterarie che quelle cinematografiche hanno come contenuto: la vita della borghesia durante il fascismo (Moravia), i problemi del meridione (Vittorini), la povertà durante il fascismo, l’olocausto e i campi di concentramento (Primo Levi), l’antifascismo e la vita operaia (Pratolini), la Resistenza (Calvino, Pavese, Fenoglio), la guerra e le condizioni di miseria dell’immediato dopoguerra (Moravia), e l’engagement per modificare questa realtà.
Gli scrittori guardavano piuttosto all’esperienza letteraria del verismo e in particolare all’opera di Giovanni Verga, ma il termine “Neorealismo” rinvia sia alla grande narrativa realista dell’Ottocento sia al contemporaneo movimento tedesco della nuova oggettività.
La letteratura concepita dagli autori neorealisti era una letteratura “impegnata”: non opere di svago, ma libri che aiutassero a prendere coscienza della situazione contemporanea, meditando sulla recente storia nazionale, facendo tesoro dell’esperienza in vista della ricostruzione di un’Italia nuova, democratica e antifascista. Di qui il nascere di una serie di iniziative non strettamente letterarie, ma culturali; vennero fondate alcune riviste sulle quali condurre il dibattito e diversi scrittori si impegnarono nel mondo dell’editoria per tradurre in pratica la loro visione della cultura.
La rivista più importante fu “Il Politecnico” (1945-1947) di Elio Vittorini, che aveva un’apertura di interesse internazionale. Lo stesso Vittorini fu insieme a Cesare Pavese tra i più influenti collaboratori della casa editrice Einaudi di Torino e diresse un’importante collana di narrativa, “I Gettoni”, in cui furono pubblicati molti titoli neorealisti.
Da un punto di vista critico e teorico-letterario, oltre che politico-culturale, il centro del movimento è indubbiamente Roma; il Neorealismo rappresenta nella sua sostanza, al di là di singole manifestazioni regionali, un movimento unificante, che tentò di imporre, in maniera più o meno consapevole, un nuovo mito nazionale, che soppianta l’immagine di Roma imperiale con quella di una Roma umile, proletaria, progressista e borgatara.
A partire dal 1944 è densissima la produzione narrativa, cronachistica e diaristica che riflette gli eventi della guerra e in particolare della Resistenza: fogli clandestini e quotidiani pubblicano testimonianze che vengono espresse quasi da un’esigenza fisiologica da chi le ha drammaticamente vissute. Tra i maggiori esponenti di tale corrente sono da annoverare scrittori come Carlo Levi, Vasco Pratolini, Italo Calvino… 3
Il Neorealismo può dirsi esaurito già intorno alla metà degli anni Cinquanta. E, infatti, convenzionalmente, il Neorealismo si ritiene chiuso con la polemica che accompagnò la pubblicazione del romanzo di Pratolini, Metello (1955), storia della formazione umana e politica di un operaio sullo sfondo delle lotte sociali in Italia tra il 1875 e il 1902, da alcuni difeso come opera esemplare di un nuovo realismo.
Il concetto di letteratura impegnata sembra essere fuori dal tempo mentre la società italiana sta cambiando pelle grazie a un boom economico senza precedenti, basato su un’industrializzazione robusta ma concentrata a Nord.
L’emigrazione dal Sud crea nuove realtà sociali, e nuovi ceti; la metamorfosi del contadino in operaio si risolve a volte in alienazione.
Nasce un nuovo filone della narrativa italiana caratterizzato da una disomogeneità e dalla mancanza di canoni condivisi, dove narratori vecchi e nuovi osservano la realtà da prospettive diverse.
1.2 Leonardo Sciascia
Sciascia fotografa una realtà crudele e misera di una Sicilia, che sembra non far parte dell’Italia del boom economico, fino a concentrarsi sui temi della corruzione e della mafia.
Nato a Racalmuto nei pressi di Agrigento nel 1921 dedicò quasi tutta la sua vita di letterato a denunciare i mali della sua Sicilia, primo tra tutti la mafia e l’omertà che protegge da tempo immemorabile.
Il “Giorno della civetta”, che per primo diede notorietà e visibilità allo scrittore, fu pubblicato nel 1961 e definito da Calvino un «Giallo che non è un giallo», «smontato» e inconsueto, certamente mediterraneo, forte d’un racconto che scorre in piena luce, tra fatti subito svelati e privatissimi legami, in una Sicilia appunto dove, ancora Calvino, «...tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologia, pettegolezzi, delitti, lucidezza, rassegnazione, non hanno più segreti, tutto è ormai classificato e catalogato...», ma dove, come nella migliore partita di scacchi, tutto è da narrare e scoprire.
Trama lineare dunque che fila decisa tra personaggi e ambienti, polvere e scirocco, vittime e colpevoli. Ci troviamo in un paese dell’hinterland palermitano dove viene ucciso Salvatore Colasberna, modesto impresario edile. Contemporaneamente scompare Paolo Nicolosi, di professione potatore.
Il capitano Bellodi, giovane ufficiale dei carabinieri originario di Parma, affronta, assieme al maresciallo Ferlisi, la situazione con intelligenza e lucidità. Connette i fatti, fiuta l’angoscia della vedova Nicolosi, scarta la pista passionale, blandisce il confidente Parrinieddu. Da lui ottiene un nome e, in articulo mortis, una confessione epistolare.
Il romanzo non ha dato neppure il tempo di far metter comodi i lettori che ecco bell’e serviti tre colpevoli per tre omicidi: Diego Marchica detto Zicchinetta, Rosario Pizzuco già fiancheggiatore del separatista Giuliano e, soprattutto, Don Mariano Arena, «galantuomo» di paesana saggezza e provate amicizie, uno peraltro a cui «non mancava niente, dalla a di abigeato alla z di zuffa».
Confessioni e ritrattazioni, considerazioni fuori campo e voci di corridoi nei Palazzi romani, preparano poco a poco «l’Iliade di guai» che finirà per annullare l’inchiesta. Scarcerati i colpevoli, trasferito il maresciallo Ferlisi, Bellodi, spedito in licenza a casa, è colto, mentre scorrono i titoli di coda, «nell’indolente sera di Parma» a passeggiare con l’amico Brescianelli, a riflettere sul suo allontanamento e a promettere, soprattutto alla sua coscienza di ex partigiano e «servitore di Stato», un prossimo ritorno in Sicilia.
Romanzo amaro, giallo inconsueto, dicevamo, profondamente laico e anticipatore. Romanzo di forti contrapposizioni però e deciso a suscitarne di altrettante forti e motivate. C’è contrapposizione di caratteri tra i personaggi. Contrapposizione tra chi pensa ai «metodi forti dei tempi di Mori» e chi, come il capitano Bellodi, li rifiuta. Contrapposizione tra chi vede la mafia e chi la nega.
Contrapposizione di «uomini e non», anzi per dirla con le categorie di Don Arena, di «uomini e mezz’uomini, di ominicchi, piglianculo e quaquaraquà». Contrapposizione infine tra Italie diverse, a Sud e a Nord della «linea della palma», fotografate all’alba d’un miracolo economico già denso di poteri occulti e speranze disattese. 4
Su tutto scorre la penna fertile del quarantenne Sciascia. Disilluso forse, disincantato e tenace, tutt’altro che arrendevole e pessimista. Uomo lui stesso di forti contrapposizioni e animosità.
1.3 La mafia dalle origini ai giorni nostri
Molti studiosi fanno partire la storia della mafia dall’Unità d’Italia. E questo non perché prima fosse assente nella Penisola una qualche forma di criminalità che somigliasse a quella mafiosa, ma perché è in quel momento storico che si evidenzia un conflitto palese tra questa criminalità, che va organizzandosi in maniera sempre più rigida, e lo Stato, almeno nelle forme centralistiche e oppressive in cui quest’ultimo si evidenziò all’indomani dell’unità nazionale.
L’Unità d’Italia rafforzò nel Mezzogiorno un processo di fine della struttura feudale delle campagne, nel momento in cui l’economia veniva integrata, seppure faticosamente, a quella del resto del Paese.
Come è già stato accennato, il nuovo governo piemontese si sovrappose infatti ad una struttura sociale meridionale già per molti aspetti affermata in modo originale nel tessuto sociale, senza riuscire ad interagire positivamente con essa.
Conseguenza di questi cambiamenti fu che nelle campagne i grossi latifondisti, che avevano detenuto interamente il potere fino a quel tempo, cominciarono ad aver bisogno sempre più di qualcuno che garantisse loro un controllo effettivo delle proprietà, sia per difendersi dal brigantaggio, sia per resistere alle nascenti pretese delle classi contadine per una più equa distribuzione del prodotto del loro lavoro.
Questo ruolo, che in altri paesi ed anche in altre zone d’Italia fu tipicamente un compito affidato alla classe borghese imprenditoriale, aiutata nella sua affermazione dallo Stato liberale, venne assunto da alcuni personaggi che presero il nome di “campieri” (perché controllavano i campi) o “gabelloti”, in quanto riscuotevano, per conto del padrone, le “gabelle”.
Quindi, fin dal principio, la mafia si delinea come un’organizzazione che assume dei ruoli pubblici per eccellenza, che altrove sono di competenza dello Stato.
1.4 Storia della parola mafia
“La Mafia è stata vista come specchio della società tradizionale con riferimento ai fattori politici, economici o socioculturali; come organizzazione segreta più o meno centralizzata; come ordinamento giuridico parallelo a quello dello Stato, ovvero come Anti-Stato”.
(Storia della Mafia di Lupo Salvatore)
L’origine della parola Mafia non è conosciuta precisamente. Per alcuni deriva dal nome della tribù araba che si stanziò a Palermo (Ma-afir), per altri dal toscano maffìa (miseria); mentre lo studioso del folclore G. Pitrè lo ricava dal vocabolo del gergo palermitano che in origine significava “bellezza, coraggio, superiorità”.
Nel 1865 venne usato nel suo significato più attuale per indicare un’insolita forma di associazione a delinquere.
Lo “spirito della mafia” indica una mentalità di eccessivo orgoglio, di prepotenza e superbia, secondo cui per essere veri “uomini d’onore” bisogna far valere le proprie ragioni senza scrupoli morali con ogni mezzo: dal duello rusticano all’agguato con la lupara.
Lo “spirito della mafia” poggia su un codice d’onore, non scritto ma egualmente rispettato, retto da due regole inderogabili: l’omertà, che impone a tutti il più assoluto silenzio e l’avvertimento preliminare dell’avversario nel “regolamento di conti”.
Il rapporto tra gli “uomini d’onore” e gli affiliati è molto stretto, in quanto è proprio da questo che si intrecciano i collegamenti tra affiliati e “cosca”, e significa “carciofo”.
Questa parola deriva dal dialetto siciliano; essa sta ad indicare il rapporto assai stretto che si viene a stabilire tra i membri, uniti tra di loro come le foglie del carciofo.
Tale rapporto si rinvigorisce, assumendo i tratti tipici della sussidiarietà e del reciproco sostegno e aiuto in caso di necessità, attraverso la ferrea legge storica dell’omertà (assoluta segretezza circa le informazioni, che possono circolare solo all’interno della ristretta cerchia degli adepti come in tutte le società segrete).
5
Agli inizi del ’900, a causa della grave crisi agricola, un’imponente massa di contadini meridionali e in particolare siciliani emigrò nel “Nuovo Mondo”, soprattutto negli USA. Dunque la mafia fu trapiantata negli Stati Uniti e si chiamò “mano nera” o anche “Cosa Nostra”. Questa nuova organizzazione assunse ben presto caratteristiche gigantesche.
Durante il regime fascista la mafia siciliana fu sottoposta a severissime misure repressive.
Memorabile fu l’opera svolta dal prefetto C. Mori, che costrinse numerosi mafiosi a trasferirsi negli Stati Uniti.
Al termine della II guerra mondiale la mafia riacquistò vigore grazie all’opera delle truppe d’occupazione e delle popolazioni locali.
L’agitato periodo post-bellico offrì alla mafia l’opportunità di rinforzarsi e di estendere i suoi interessi fino ad occuparsi dello spaccio di droga e del racket del commercio, nel mercato generale, nell’industria e nell’edilizia.
Negli anni ’60 una nuova mafia più spietata e sbrigativa di quella tradizionale cominciò a contendere alla mafia “storica” il controllo del territorio.
Le numerose cosche mafiose entrarono in guerra tra loro in un crescendo di violenza, contraddistinta da numerosi delitti “trasversali” (per punire o eliminare intere famiglie).
Durante gli anni ’80 la mafia ha incrementato ulteriormente il suo potere nonostante l’infaticabile opera degli organi di polizia e della Magistratura.
Numerosi investigatori e magistrati hanno pagato con la vita il loro impegno professionale e civile contro la “Piovra”.
Fra tutte le numerosissime organizzazioni mafiose, “Cosa Nostra Americana” è quella che raggiunge le dimensioni di un vero e proprio Stato. Non è un’associazione per delinquere, ma un’organizzazione criminale strutturata come uno Stato, con un “popolo” (gli “uomini d’onore”), un “territorio”.
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