Kuhn: la scienza dopo il positivismo
La risposta epistemologica al positivismo
Indice
Prefazione
- Kant, Comte, Popper
- Ippocrate: la nascita dell’epistemologia?
- Il positivismo e la sua diffusione nella letteratura di fine ‘800
- Il verismo (struttura operativa e alcuni testi di Capuana e Verga)
- Naturalism in Dubliners by Joyce
- L’evoluzione del filosofo Kuhn nell’epistemologia del Novecento
- La struttura delle rivoluzioni scientifiche
- Il campo gravitazionale come paradigma per il campo elettrico
- Biografie
Prefazione
Il percorso che esporrò sarà incentrato su un saggio di epistemologia di T.S. Kuhn: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962). Il testo di Kuhn si può considerare ormai un “classico” per l’indiscussa originalità teoretica, ed è coerente con un liceale di storia della filosofia in curriculum quanto fortemente legato all’epistemologia otto-novecentesca, con l’assunzione di alcune teorie come proprio implicito retroterra culturale o, rispetto ad altre, con un’esplicita dichiarazione di antitesi. La personalità dell’autore, l’argomento trattato e il titolo del saggio ne dichiarano il carattere pluridisciplinare prima ancora del contenuto, che affianca all’argomentazione filosofica alcuni celeberrimi dibattiti interni alla scienza, in qualità di supporto o di vero e proprio punto di partenza delle proprie tesi.
Sintetizzare però la congerie di autori, pensatori e scienziati, che verrà in seguito esposta passo-passo, e lo stesso saggio sopra citato, facendone emergere il confronto sul solo tema del rapporto scienza-filosofia (o scienza-metafisica) sarebbe però eccessivamente riduzionistico e conseguentemente condurrebbe ad un fraintendimento nella comprensione di ciascuno di essi singolarmente nei loro ambiti. Proprio per evitare ciò si è cercato di procedere il più possibile in modo lineare, senza racchiudere in compartimenti stagni il confronto con il presunto “centro dell’argomentazione” secondo i molteplici punti di vista su di esso, pur all’interno di una struttura argomentativa orizzontale e verticale (necessaria a fini di chiarezza) basata sull’ipertesto.
Kant, Comte (e il positivismo), Popper e Kuhn costituiranno l’impianto filosofico di questo percorso: il punto di riferimento rimangono Kuhn e il suo saggio, gli altri autori verranno proposti (sempre con il tentativo di rispettare le avvertenze di cui sopra) secondo una traccia che tenderà ad evidenziarne gli aspetti inerenti l’epistemologia e in particolare l’epistemologia di Kuhn.
Il positivismo, pensiero ancora attuale per la sua diffusione capillare (soprattutto all’interno delle varie discipline scientifiche), pervenne a risultati dall’alterno e spesso discusso successo nelle sue versioni artistiche e speculative. Ho voluto pertanto mostrare alcuni effetti del pensiero positivistico nella letteratura e nell’arte figurativa, accostandomi a quei fermenti culturali e quelle correnti artistiche che si autodefiniscono e operano in relazione al progresso e alla scienza (naturalismo e verismo), nonostante la dimensione comunque allotria dell’arte rispetto alle problematiche dell’epistemologia. Ne risulterà un percorso “orizzontale” e “verticale”: orizzontale nell’approfondimento del momento del positivismo (sue radici e diffusione), verticale nell’analisi del superamento epistemologico del concetto di scienza da esso proposto, secondo un’ipotesi ermeneutica che considera il primo indispensabile per la seconda.
Ho cercato inoltre di mettere in luce alcuni temi scientifici proposti nel saggio di Kuhn, avvalendomi peraltro proprio di quei manuali scolastici che risultano così centrali nelle sue riflessioni sulla scienza normale.
Infine tratterò rapidamente alcuni caratteri del pensiero di Ippocrate in un passo, per due ragioni: in quanto autore più antico che ci ha lasciato riflessioni di carattere epistemologico, e in quanto portatore (in testi che presenterò in lingua originale) di alcuni valori che potrebbero essere di per sé considerati positivisti.
Kant, Comte, Popper
Kant, il filosofo della distinzione come momento costitutivo del pensiero, introduce in modo implicito sin dalla sua fase precritica una pluralità di punti di vista possibili sul mondo, ciascuno con una propria logica interna: una pluralità di domande possibili da porre alla realtà, una pluralità di interpretazioni del reale e una necessità rigorosa di comprendere la portata di ogni prospettiva nelle sue possibilità e nei suoi limiti (à Locke). In particolare, nella prima delle tre critiche, la Critica della ragion pura, egli, partendo da un interrogativo gnoseologico (circa le possibilità della conoscenza umana e i suoi limiti), raggiunge una sistemazione epistemologica: i termini gnoseologici Verstand e Vernunft, se trasposti sul piano epistemologico, diventano lo strumento umano di comprensione della scienza e della metafisica.
La metafora kantiana della colomba esemplifica la relazione intercorrente fra queste due dimensioni. Essa, volando frenata e nel contempo sostenuta dall’aria, ritiene di poter volteggiare nel vuoto con più agio, mentre nel vuoto sarebbe proprio la mancanza di quella resistenza-supporto (l’aria) ad impedirle di volare. Il limite e le possibilità dell’intelletto umano risultano pertanto proprio in quella realtà fenomenica sulla quale è possibile costruire una scienza del progresso, laddove nel “vuoto” della realtà noumenica al contrario risiede la metafisica nella sua staticità.
Le idee della metafisica mantengono un valore teoretico proprio che verrà sviluppato nelle due critiche successive: esse, perso il loro valore costitutivo, mantengono tuttavia un valore regolativo nei confronti dell’intelletto e quindi della ricerca scientifica. Pertanto, pur nella loro impossibilità di raggiungere uno status rigorosamente scientifico, le idee della metafisica non sono unicamente illusioni, bensì un ineliminabile tentativo di estensione alla totalità, un incitamento all’ampliamento reale delle nostre conoscenze, una guida e un punto di riferimento costante per lo scienziato e per la comunità scientifica.
Dal punto di vista metodologico, Kant non può prescindere dalla demolizione della causalità di Hume; diventa così di centrale importanza la domanda: “come ritrovare un sapere scientifico progressivo, fecondo, universale e necessario con questa premessa?” (Popper si domanderà un secolo e mezzo dopo: “Come risolvere il problema dell’induzione?”).
Come coniugare il carattere della scienza in quanto scopritrice di sempre nuove nozioni e il suo carattere universale? La risposta di Kant (abbandonata da Popper) individua nel soggetto umano il centro delle rappresentazioni del mondo compiute dagli uomini: egli introduce le forme trascendentali, strutture cognitive comuni a tutti gli esseri umani, attraverso le quali la realtà noumenica dopo essere stata filtrata ci appare nella sua fenomenicità.
I giudizi formulati sul mondo saranno così dipendenti dalle forme trascendentali: la realtà percepita dagli uomini si configura come una possibile realtà, strutturata ed organizzata secondo il tipo di domande che l’uomo può porre proprio in quanto essere umano. Con queste premesse è possibile introdurre un giudizio sintetico a priori, in cui un predicato aggiunga qualcosa di nuovo al soggetto, secondo un criterio “a priori” (garantito dalle forme) che ne assicura l’universalità e la necessità per gli esseri umani.
Il positivismo e Comte
Nel positivismo e in particolare in Comte (Corso di filosofia positiva) la posizione del Kant della prima critica viene contemporaneamente riproposta ed estremizzata, ma svuotata del suo significato generale: da una filosofia della distinzione si passa ad una filosofia della totalità che, proprio attraverso la abiura e la svalutazione della metafisica, elegge la scienza a interprete unica della società, del mondo e della realtà nel suo complesso.
Uno scientismo dunque che, con una scienza centrale, onnidirezionale e monolitica non riconosce alla metafisica neanche un valore regolativo; le problematiche filosofiche sono, in ultima analisi, sempre svuotate del loro valore teoretico e riducibili a problematiche scientifiche. Diventa così centrale il fattuale, l’obiettivo, il positivo, l’elemento incontrovertibile, per una scienza della verificabilità e del continuo progresso.
In un secolo di grande espansione scientifica, tecnica e tecnologica - il secolo dell’industrializzazione - il positivismo esercita una enorme influenza culturale nella società e nell’arte, raggiungendo un’altissima diffusione nella cultura comune, grazie anche ad un’intrinseca semplicità e ad una centralità del momento del progresso. Ancora oggi lo scientismo positivista costituisce l’orizzonte di pensiero di numerosi scienziati, nonostante esso sia stato largamente superato filosoficamente e non abbia mai realmente costituito un originale punto di riferimento teoretico.
Popper e la falsificabilità
Popper in quanto epistemologo (forse il più importante del ‘900) diceva di sé che la propria importanza era legata alla confutazione del neopositivismo. Il neopositivismo nel ‘900 (anni ’20 e ’30) era una corrente fortemente legata al circolo di Vienna, cui Popper era legato a livello personale e che aveva avuto proprio nei suoi confronti il merito di averlo iniziato alle problematiche epistemologiche.
Esso riproponeva tesi del positivismo ottocentesco, la proposizione scientifica come unico tipo di affermazione verificabile e pertanto dotata di senso, svalutando ogni altro possibile giudizio come puro flatus vocis, e era giunto nel suo slancio passionale a produrre una posizione di ateismo semantico, una dimostrazione dell’inesistenza di Dio legata all’insensatezza e impossibilità di verificare ogni affermazione relativa a Dio.
Partendo dal problema dell’induzione, che Popper svaluta dal punto di vista logico nella sua incapacità di raggiungere una conoscenza universale, egli ribalta la tesi del verificazionismo neopositivista: una teoria risulta scientifica, quando è falsificabile. La forza della scienza risiede proprio nella sua debolezza, nella sua apertura a costanti progressi, nel suo essere una strada infinita in una sorta di “rivoluzione permanente”.
Egli abbandona la strada seguita da Kant di giustificazione della scienza su base trascendentale e “a priori”, ma da esso riprende l’idea che le ipotesi metafisiche costituiscano il quadro di riferimento indispensabile per la scienza e che non si possa privarle del loro valore di cornice.