Tesina pluridisciplinare
Esame di Stato
A.S. 2006/2007
Alunno: Rizzi Giuseppe
Classe V C
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Italiano
L’imperialismo
Alla fine del XIX secolo la borghesia europea subisce un processo di trasformazione.
Dopo le rivoluzioni nazionali la logica economica della borghesia era alla ricerca del massimo profitto, il culto della proprietà privata e l’affermazione individuale anche in contrasto con le esigenze generali della società che spinge i grandi stati borghesi d’Europa alle conquiste coloniali, alle spartizioni del mondo e per le grandi guerre per una diversa divisione del mondo e per l’egemonia economica.
Questo processo di trasformazione viene chiamato Imperialismo ed è caratterizzato dal capovolgimento di quei valori che la borghesia aveva esaltato nel periodo precedente quando aveva una funzione progressiva.
Così al principio della libera produzione e dell’espansione commerciale conseguente, si sostituiscono i grandi monopoli ossia concentrazioni di imprese che devono fabbricare e vendere certi prodotti in condizioni di privilegio determinando l’annientamento di tutti i possibili concorrenti.
Così al principio dell’uguaglianza si sostituisce quella della disuguaglianza che divide i detentori delle ricchezze e del potere dalle grandi masse lavoratrici mantenute in condizioni di arretramento e di miseria, concentrate nelle mostruose città moderne e legate alle fabbriche e alle macchine come gli antichi servi della gleba erano legati al terreno che coltivavano.
Al principio della fratellanza si sostituisce lo sfruttamento di centinaia di milioni di uomini di altre razze, considerati più bestie che uomini solo per il diverso colore della pelle, si sostituiscono i nuovi miti della superiorità della razza bianca e di determinati popoli su altri.
I grandi ideali dell’Ottocento venivano in tal modo negati e capovolti perché l’individuo era condannato all’isolamento e privato di quei rapporti sociali fatti di conoscenze, amicizie e di cerimonie collettive. Il difficile e complesso rapporto tra l’intellettuale e la classe dirigente nel periodo dell’imperialismo, rapporto a volta di adesione ma spesso di evasione e rivolta, è appunto la storia della cultura del Novecento. Quella cultura che nel campo specifico della letteratura prende il nome di Decadentismo.
Il decadentismo
La prima svolta della borghesia in Europa si ebbe dopo le rivoluzioni del 1848 e la grande paura da essa suscitata per l’affacciarsi sulla scena politica di una nuova classe sociale: il proletariato che aspira ad un diverso aspetto della società. E fu intorno al 1880 che si creò in Francia il primo raggruppamento decadente che prese come bandiera proprio la definizione che gli avversari usavano in senso dispregiativo.
La parola decadente deriva da un termine, appunto, uscito in Francia nella seconda metà dell’Ottocento, contro i “poeti maledetti” che con la loro vita disordinata, dediti all’alcool, droghe e donne apparivano alla gente comune come “decadenti” ovvero corrotti.
I poeti non si offesero per quest’appellativo ma se ne impadronirono e lo usarono come termine di battaglia. Oggi questo termine non ha più un significato negativo poiché serve ad indicare il periodo successivo alla crisi del positivismo.
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Vi confluirono tutti i poeti francesi che si sentivano eredi del grande Baudelaire e da questo movimento si enucleò la corrente simbolista cioè l’intento di voler interpretare per simboli il mondo reale.
Nel simbolo, infatti, si può ritrovare, il modo intuitivo quella corrispondenza tra soggetto e oggetto che ormai sembra sfuggire dall’analisi razionale.
Il simbolismo influenzò tutta la poesia europea fino alla prima guerra mondiale. Da quanto detto si può dedurre che il decadentismo non rappresenta un periodo di decadenza artistica, ma rappresenta soltanto l’arte di un periodo di profonda crisi della società.
L’arte del Novecento rappresenta la crisi della società europea che sfocerà nel dramma della Prima Guerra Mondiale.
Il decadentismo in Italia
Il sogno, l’ideale e la bellezza, l’esaltazione dell’individuo sono contrapposti alla scienza, agli interessi materiali, e rappresentano i miti in nome dei quali anche in Italia si afferma il Decadentismo. Tuttavia il Decadentismo italiano presenta alcuni aspetti che lo distinguono rispetto a quello europeo e infatti troviamo il rifiuto dell’Italia ufficiale che si presentava dopo la raggiunta unità con la sua arretratezza ed ordinaria amministrazione valorizzando in contrapposizione un’Italia ideale.
Insomma la realtà concreta era apparsa molto lontana dagli ideali predicati nel periodo eroico del Risorgimento. Soprattutto i giovani si sentivano defraudati di qualche cosa, ebbero la sensazione che il Risorgimento fosse rimasto incompiuto e contrapposti all’Italia reale ed ufficiale un’Italia diversa, quella della tradizione antica con la sua grandezza ed il suo prestigio.
Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna nel 1855/1912. La sua infanzia e la sua adolescenza fu segnata da una serie di lutti. Dopo gli studi medi e liceali compiuti ad Urbino, Rimini e Firenze, frequentò l’Università di Bologna dove ebbe la possibilità di impegnarsi in politica. Abbandonata l’attività politica si laureò ed insegnò per alcuni anni nei licei. Nel 1906 venne chiamato a succedere Carducci nella cattedra di letteratura italiana presso l’Università di Bologna. Secondo Pascoli il poeta è colui che sa ascoltare quella voce infantile, quel fanciullo che ciascun uomo continua a portare dentro di sé diventando adulto. La poesia, quindi, non s’inventa ma si scopre perché essa si trova nelle cose stesse: in esse bisogna saper vedere il particolare poetico e questo lo può fare solo chi la guarda con occhi ingenui come se le vedesse per la prima volta.
Ma un tal modo di guardare è del fanciullo e quindi il poeta deve liberarsi di ogni sovrastruttura culturale e riportare alla condizione di semplicità e di immediatezza fanciullesca.
La poesia quindi abbandona la razionalità per essere spontanea ed intuitiva proprio come la concezione del mondo che si ha nell’infanzia. In tal modo la poesia conduce ad abolire e a sentirsi tutti fratelli. La crisi culturale di fine Ottocento inizi Novecento, in particolare quello che apparve il fallimento della scienza positivistica nella sua pretesa di fornire una sicura spiegazione del mondo, contribuirono a formarsi della visione del mondo come una realtà avvolta nel mistero, piena di orrore e di morte. Tutta la condizione umana gli appariva dominata dal terrore della morte, così da rendere illusori anche i gesti eroici degli uomini. Da qui l’esigenza di Pascoli di rinchiudersi “nido” protettivo da cui guardare e cantare il mistero della realtà e il destino umano, in un rifugio che costituisce una regressione all’infanzia, al nucleo ristretto della famiglia, alla natura e cioè alla campagna contrapposta alla città ed alla storia. In lui la sensazione è quella che il mondo si trovi alla vigilia di una nuova bufera che rischia di travolgerlo e quindi si riconduce al ricordo dell’infanzia come naturale rifugio a simili prospettive. In tal modo Pascoli vuole cercare una situazione che si sottragga al caos ed alla contraddizione della società contemporanea.
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Vuole ricondursi ad un’ oasi di originaria innocenza in cui non giungono gli echi delle violenze e delle brutture della nostra vita, in cui si spengono i contrasti e le lotte, in cui si vanificano i nostri problemi. Vagheggiamento che nasce da un desiderio di evasione al predominio delle cose sugli uomini, alla frenesia della civiltà industriale, alla necessità delle guerre, all’impero del denaro.
La scoperta dell’infanzia, per Pascoli, non nasce solo dal ricordo della tragedia familiare ma anche dall’angoscia di eventi che avrebbero travolto l’umanità nel momento in cui venivano meno le certezze del positivismo.
La sua infanzia è un sogno di innocenza e di pace a cui lo spinge la condizione moderna. Questo mito è la prima scoperta decadente dell’infanzia nella nostra letteratura. Decadente per il suo carattere di evasione dai problemi del mondo moderno, di fuga dalla alienazione dell’uomo, dall’incapacità di opporsi alla realtà; basterebbe pensare a quanto peso hanno nel suo formarsi gli elementi ideologici come la lotta di classe ed il suo rifiuto, la lotta tra le nazioni e le prospettive di un nuovo disastro, l’ideale umanitario e le sue radici psicologiche e storiche. Decadente per il suo carattere di malattia che rende più acuta la sua sensibilità ma rende anche morbose le sue impressioni.
La poetica del fanciullismo nasce da un passo del Fedone di Platone dove a Socrate, che ha parlato dell’immortalità dell’anima, due discepoli pur convinti delle teorie del maestro, dicono di aver paura della morte come se in essi ci fosse “un fanciullino” che ha di questi sgomenti.
Le opere più importanti della produzione pascoliana sono:
- Myricae 1891,
- I primi poemetti del 1897 affiancati alla sua prosa critica più famosa, quella del fanciullino,
- I canti di Castelvecchio del 1903,
- I poemi conviviali del 1904.
Seguirono poi altre raccolte:
- Odi ed inni 1906,
- Nuovi poemetti, Le canzoni di re Enzio e I poemi italici 1909,
- La grande proletaria 1911.
Cominciò a comporre anche i Poemi del Risorgimento ma a seguito di una malattia al fegato morì nel 1912.
Storia
Prefazione alla Prima Guerra Mondiale
Nei primi anni del Novecento si scatenarono delle rivalità tra le grandi potenze europee a causa dei seguenti motivi:
- Contrasto anglo-tedesco sul versante economico-commerciale;
- Contrasto franco-tedesco per la questione dell’Alsazia-Lorena, che la Germania si era annessa nel 1871;
- L’Italia aspirava a togliere il Trentino e la Venezia-Giulia all’Austria;
- Concorrenza austro-russa nei Balcani che, a sua volta, rifletteva il dissidio tra la dominazione asburgica sulla penisola balcanica e le velleità nazionaliste della Serbia, la quale, appoggiata dalla Russia contava di formare un unico grande stato che raggruppasse tutti i popoli slavi del sud.
La causa occasionale dello scoppio della Prima Guerra fu l’attentato compiuto all’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, che il 28 Giugno 1914 venne assassinato da un gruppo di studenti bosniaci mentre si trovava a Sarajevo. L’Austria attribuì la responsabilità dell’eccidio di Sarajevo alla Serbia cui inviò prima un ultimatum e poi il 28 Luglio le dichiarò guerra. Subito dopo scattò l’attivazione di sistemi di alleanze contrapposte così che si formarono due grandi blocchi: La Triplice Intesa (Inghilterra-Francia-Russia) e La Triplice Alleanza (Austria-Germania-Italia). L’Italia nonostante facesse parte dell’Alleanza proclamò, almeno inizialmente, la propria neutralità.
Di fronte alla mobilitazione di Russia e Francia, la Germania dichiarò guerra a entrambe.
La Prima Guerra Mondiale
I tedeschi avevano elaborato negli anni precedenti un minuzioso piano militare ideato dal conte Alfred Von Schlieffen. Il piano evitava la guerra sui due fronti, prevedeva l’invasione del Belgio, attaccando alle spalle la Francia, prima che la Russia si potesse organizzare militarmente.
L’invasione tedesca del Belgio spinse l’Inghilterra ad entrare in guerra contro Germania ed Austria; anche il Giappone iniziò una guerra parallela finalizzata alla conquista dei possedimenti tedeschi in Cina e nel Pacifico.
Intanto travolta la debole resistenza del Belgio, i tedeschi dilagarono nella Francia settentrionale giungendo a minacciare la stessa Parigi. Il primo scontro decisivo si ebbe lungo il fiume Marna. La proficua difesa del generale Joffrè costrinse i tedeschi a retrocedere.
Il 31 Ottobre del 1914 la Turchia entra in guerra a fianco all’Alleanza. Intanto era iniziata la gigantesca battaglia delle Fiandre che per circa un mese fu combattuta sull’Yser, concludendosi con la vittoria dell’Intesa. Dopo tali avvenimenti la guerra delle grandi manovre si trasformò in una “guerra di posizione”. Con questa strategia avrebbe vinto colui che sarebbe stato capace di resistere al logoramento e alla distruzione di uomini e di mezzi e di produrre ingenti quantità di materiale bellico.
Il fallimento della strategia tedesca fu pagato in prima persona da Moltke che dovette cedere il comando supremo al generale Falkenbeyn. Gli inglesi istituirono un blocco navale creando seri problemi per i rifornimenti agli imperi centrali. I tedeschi ingaggiarono una guerra sottomarina diretta anche contro le navi mercantili dei paesi neutrali. Affondarono il transatlantico Lusitania con passeggeri americani a bordo. Gli USA obbligarono poi la Germania a ridurre l’attività sottomarina.
Intanto sul fronte orientale la Russia entrò nella Prussia orientale e nella Galizia austriaca occupando Leopoli. La reazione degli austriaci procurò una grave sconfitta ai russi ai laghi Masauri e a Tannenberg. L’Inghilterra promosse la “spedizione Gallipoli” contro la Turchia per alleggerire gli attacchi alla Russia, ma senza alcun successo.
L’Italia che si era dichiarata neutrale, nei mesi successivi a questa dichiarazione fu interessata da un vivacissimo dibattito che coinvolse l’opinione pubblica, la quale si trovò divisa tra neutralisti ed interventisti. Del primo schieramento facevano parte i cattolici, contrari ad ogni forma di guerra; i socialisti che consideravano la guerra un affare riguardante solamente i ceti borghesi ed i capitalisti; i liberali guidati da Giolitti, i quali pensavano di mantenere la neutralità in compenso della concessione austriaca del Trentino e della Venezia-Giulia.
Ecco un video su come fare la tesina di maturità: