Indice:
- Il neocolonialismo pag. 3
- La nascita dell’OPEC pag. 4
- Come lavora l’OPEC pag. 5
- La crisi del petrolio e i nuovi conflitti pag. 8
- L’Italia e il petrolio: Enrico Mattei e la nascita dell’ENI pag. 10
- La variazione del prezzo del petrolio pag. 14
- L’elasticità della domanda e dell’offerta pag. 15
- Come si arriva al prezzo della benzina pag. 18
- Bibliografia pag. 19 2
Il neocolonialismo
Con questo termine si indicano quell’insieme di rapporti politici ed economici attraverso i quali una grande potenza impone una politica di controllo e di sfruttamento su territori che in passato erano sotto il suo controllo coloniale o che comunque sono in una condizione di dipendenza economica.
I Paesi colonizzati credevano che una volta indipendenti sarebbero finiti tutti i loro problemi, ma non fu così. In questi nuovi stati mancavano infatti le condizioni essenziali per avviare un processo di sviluppo economico: capitali, manodopera qualificata, infrastrutture (trasporti, ferrovie ecc...). Per realizzare tali condizioni occorrevano grandi finanziamenti che potevano venire solo dai paesi ricchi, gli stessi che prima erano colonizzatori. Si venne così a creare una nuova forma di dipendenza che prese il nome di neocolonialismo.
Possedimenti coloniali
Le ragioni che stanno all’origine del neocolonialismo sono varie, ma la più importante è quella economica: lo stato che opera in una prospettiva neocoloniale vuole reperire materie prime, forza lavoro, trovare mercati per la propria produzione, imporre la coltivazione dei prodotti che poi compera a un prezzo molto basso. 3
La nascita dell’OPEC
Un classico esempio di intervento neocoloniale è dato dalle compagnie multinazionali petrolifere operanti nei Paesi produttori, quelle che venivano definite le “Sette Sorelle”:
- Standard Oil of New Jersey, successivamente trasformatasi in Esso (poi Exxon negli 1. USA) e in seguito fusa con la Mobil per diventare ExxonMobil;
- Royal Dutch Shell, Anglo-Olandese;
- 2. British Anglo-Persian Oil Company, successivamente trasformatasi in British Petroleum 3. (BP);
- Standard Oil of New York, successivamente trasformatasi in Mobil e in seguito fusa con 4. la Exxon per diventare ExxonMobil;
- Texaco, successivamente fusa con la Chevron per diventare ChevronTexaco;
- 5. Standard Oil of California (Socal), successivamente trasformatasi in Chevron, ora 6. ChevronTexaco;
- Gulf Oil, in buona parte confluita nella Chevron. 7.
Esse poterono infatti effettuare l’estrazione e la raffinazione del petrolio grezzo in condizioni di assoluta convenienza, concedendo solo basse percentuali (royalties) ai governi locali proprietari dei giacimenti e determinando poi il prezzo attraverso una politica comune di produzione e di commercio.
La relazione tra multinazionali e Paesi produttori si ribaltò decisamente a partire dal 1960 quando questi ultimi si riunirono nell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries - Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio).
Paesi membri
Africa
- Algeria - 1969
- Angola - 2007
- Gabon - 1975 – 1994
- Libia - 1962
- Nigeria - 1962
Medio Oriente
- Iran - 1960
- Iraq - 1960
- Kuwait - 1960
- Qatar - 1961
- Arabia Saudita - 1960
- Emirati Arabi Uniti - 1967
Asia
- Indonesia - 1969
Sud America
- Venezuela - 1960
I Paesi in rosso sono i fondatori dell’OPEC
Insieme coprono circa il 40% della produzione petrolifera mondiale e il 14% di quella di gas naturale.
Nel loro sottosuolo, inoltre, è racchiuso quasi l’80% delle riserve di petrolio planetarie, un quarto lo detiene la sola Arabia Saudita.
Scopo dell’organizzazione è la stabilità del mercato del petrolio, attraverso una regolazione dei livelli di produzione dei Paesi membri che aiuti a mantenere l’equilibrio tra domanda e offerta.
Come lavora l’OPEC
I Paesi membri organizzano frequenti incontri tra i propri ministri del petrolio, al fine di coordinare ed unificare le proprie politiche petrolifere. Questi incontri, chiamati Conferenze, si tengono per lo meno due volte all’anno. Sebbene la quota di produzione petrolifera OPEC sia meno della metà di quella mondiale, in realtà la sua percentuale sul petrolio scambiato nei mercati internazionali sale al 60%. Infatti una grossa fetta della produzione petrolifera degli estrattori non aderenti all’OPEC viene destinata al fabbisogno interno dei vari Paesi. Scegliendo di estrarre più o meno petrolio, dunque, i Paesi OPEC possono influenzare il prezzo del greggio di tutto il mondo.
La struttura del mercato del petrolio è per molti versi ideale per la creazione di un cartello autosanzionante e duraturo. La produzione di petrolio è infatti limitata per la maggior parte ai Paesi OPEC; esistono altri produttori, è vero, ma sono molto meno consistenti.
Essendo una risorsa energetica che non può essere creata, il mercato del greggio presenta una totale barriera all’entrata. Il fatto che i produttori siano pochi ed abbiano quote di mercato molto consistenti è un altro vantaggio per la stabilità del cartello, infatti facilita la possibilità di trovare accordi tra i Paesi produttori.
Due volte all’anno, o più frequentemente, se necessario, i ministri del petrolio e dell’energia dei Paesi membri si riuniscono in un vertice, nel quale viene deciso il livello di produzione. Gli undici membri dell’OPEC gestiscono in totale circa il 40% della produzione petrolifera mondiale, e possiedono oltre il 75% delle risorse petrolifere disponibili al mondo.
Il simbolo dell’OPEC
Il Palazzo dell’OPEC a Vienna 5