Storia dell’Italia dall’Unità a oggi
Parte prima. L’Ottocento
1 - L’organizzazione dello Stato unitario e i suoi problemi
1.1 - Il miracolo dell’Unità
- Il 18 febbraio 1861 l’Italia è unita e Vittorio Emanuele II di Savoia pronuncia il primo discorso della corona. È un risultato incredibile, soprattutto per i moderati, che non ritenevano possibile arrivare in tempi brevi all’unificazione italiana. Infatti, il “partito degli unitari” (coloro che credevano fermamente nell’Unità) era composto soprattutto da democratici. La rapidità del processo unitario viene avvertita come un fatto miracoloso e straordinario addirittura dal re, che nel discorso cita anche la Divina Provvidenza.
- Il 14 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia che ha come re Vittorio Emanuele II e come carta costituzionale lo Statuto albertino (emanato da Carlo Alberto nel 1848, anche se Vittorio Emanuele II preferisce per sé la definizione di Re soldato piuttosto che quella di Re galantuomo, cosa che verrà mantenuta nei re successivi, consentendo un avvicinamento importante tra la corona e le forze armate; grazie allo Statuto, il re è anche responsabile della politica estera e deve nominare tutte le cariche dello Stato, sanzionare e promulgare leggi, nonché guidare il governo; insomma, anche il parlamento è soggetto alle decisioni del re, che convoca e scioglie le Camere; potere esecutivo, legislativo e giudiziario erano riuniti nelle mani della Corona, nonostante lo Statuto parlava di “governo monarchico rappresentativo”; nonostante ciò, Cavour ritiene che lo Statuto debba essere flessibile così da creare le basi su cui formare lo Stato liberale: tappa fondamentale per arrivare a questo è l’introduzione del meccanismo rappresentativo, grazie al quale si rafforzerebbero il parlamento e il governo). L’unificazione è stata intorno alla monarchia sabauda grazie all’astuzia di Cavour che nel 1860 si era affidato alla volontà popolare con l’organizzazione di plebisciti. Infatti, l’unanimismo destra-sinistra termina quando in parlamento la destra propone di definire Vittorio Emanuele come “II” e di numerare la prima legislatura del nuovo regno come l’ottava, a partire da quella del regno sabaudo del 1848, per sottolineare il rapporto di continuità con il Piemonte e la monarchia sabauda; ovviamente questo alla Sinistra non va bene: sembra infatti che il Piemonte nelle ultime fasi del movimento risorgimentale unitario abbia voluto piemontizzare l’Italia.
1.2 - La scelta del centralismo
- Secondo Ferrari e Cattaneo solo il sistema federale garantirebbe l’autonomia dei singoli Stati impedendo di danneggiarli con la sovrapposizione di uno Stato unitario su tutti gli altri Stati italiani (Cattaneo scrive: “la mia formula è Stati Uniti; se volete, Regni Uniti; ogni fratello padrone in casa sua”, dunque a favore del decentramento). Nel 1861 Minghetti presenta al parlamento quattro disegni di legge sul decentramento, e uno contiene anche la proposta dell’istituto regionale. Con la discussione dei disegni di legge, si arriva a un nulla di fatto, soprattutto sulla definizione di quali debbano essere le regioni: alcune, come l’Emilia, sembrano artificiose, mentre altre, come le Marche e l’Umbria sembravano troppo piccole. Il Mezzogiorno è considerato troppo ampio come regione unica, ed è impossibile da dividere in ambiti regionali per la mancanza di città, oltre Napoli, che possano diventare capoluoghi amministrativi. A questo punto, sia moderati sia democratici abbandonano il progetto di decentramento perché ritengono sia più importante garantire l’unità (ritenuta ancora molto fragile) piuttosto che mantenere le identità regionali. Solo la parola “federalismo” viene ostracizzata e si pensa che il solo pronunciarla potrebbe indebolire l’unità. A quel punto, la legge sarda viene estesa a tutta Italia. L’Italia viene divisa in 59 province, ognuna con a capo un prefetto nominato al re, attraverso il quale il governo centrale controlla tutta la vita locale: dall’ordine pubblico alla gestione dei lavori pubblici, alla sanità, all’istruzione.
1.3 - Legge elettorale e unificazione doganale
- Anche per la legge elettorale si fa ricorso integralmente a quella sarda del 1848, ovvero al sistema elettorale maggioritario a due turni. Possono votare solo i maschi italiani maggiori di 25 anni, paganti un’imposta annua non inferiore a 40 lire e in grado di saper leggere e scrivere: la proprietà è intesa come garanzia di indipendenza e di libertà da qualsiasi tipo di pressioni che potrebbero influenzare l’elettore. Insomma, solo l’1,9% della popolazione ha i requisiti per esercitare il diritto di voto. Nel gennaio 1861 solo 400mila abitanti hanno il diritto di voto, ma va a votare solo il 57% di questi. Con questo sistema elettorale è rappresentata in parlamento solo una piccola parte della nazione. I senatori invece vengono nominati dal re e restano in carica a vita, ma possono essere scelti solo all’interno di categorie rigidamente fissate dallo Statuto e che comprendono i gradi più alti della burocrazia, dell’esercito e del clero. La funzione effettiva del Senato è scarsa, ma viene usato dal re per ostacolare progetti di legge già approvati dalla Camera (visto che il re poteva decidere di modificare la composizione del Senato a favore del governo).
Cavour è l’unico a credere che l’unità avrebbe portato allo sviluppo economico, quindi abolisce le barriere doganali tra il Piemonte e i singoli regni: a questi vengono estese le tariffe piemontesi e la lira piemontese (nel 1862 viene varata la legge di unificazione monetaria).
1.4 - Il problema del Mezzogiorno
- Cavour dimostra di non conoscere l’Italia, soprattutto il Mezzogiorno (infatti, fino al 1859 neanche credeva che il Regno delle due Sicilie sarebbe in futuro entrato a far parte del Regno d’Italia). Infatti si serve di alcuni corrispondenti dal Sud, soprattutto Farini, che descrivono un sud Italia arretrato politicamente, socialmente, economicamente e culturalmente (“Altro che Italia! Questa è Affrica”). Cavour allora ordina di arrestare i garibaldini e i ladri e di reprimere con la forza i disordini. Cavour allora si convince del fatto che il Mezzogiorno non sia in grado di autogovernarsi ed esorta ad adottare provvedimenti energici per controllare la situazione: “Mandate via Mazzini, fate arrestare i garibaldini, cacciate i ladri…”. Il suo piano originale basato sul sistema delle autonomie si rompe: il Sud non può essere lasciato a se stesso. Cavour allora cerca di integrare il meridione, mentre nel Mezzogiorno prendono vita tendenze autonomistiche, soprattutto per via di errori commessi dai governi luogotenenziali che avrebbero dovuto gestire l’integrazione (Farini infatti chiama a far parte del Governo gli esuli di guerra che non conoscevano più il paese e che nutrivano per quello un distacco mentale e morale). Si stava trattando il meridione come terra di conquista. Il disagio dei meridionali arriva in parlamento nella metà del 1861 e trova il sostegno di Ferrari. La Camera però vuole accelerare l’unificazione con misure di pubblica sicurezza e con una politica di lavori pubblici per limitare la disoccupazione.
1.5 - Il brigantaggio e l’ordine pubblico
- Con l’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno d’Italia, oltre alla preoccupazione per le differenze culturali e sociali, nascono anche preoccupazioni per via dell’esplosione del brigantaggio. Francesco II di Borbone dopo la sconfitta pensa di servirsi dei briganti per riconquistare il suo regno, e siccome i contadini non sono stati accontentati dalla nuova amministrazione, e in più la politica di lavori pubblici seguita dal governo non basta a ridurre la disoccupazione, il movimento del brigantaggio vede unirsi soldati rimasti fedeli al Borbone (per via del dissolvimento dell’esercito borbonico) ai contadini. Il Regno d’Italia allora appare agli europei debole, visto che una parte del paese si oppone con violenza al nuovo Stato. È quindi importante dimostrare soprattutto a Napoleone III che il brigantaggio non costituisce un vero pericolo per la stabilità. Vengono quindi inviate truppe al Sud, che reprimono con estrema violenza il brigantaggio. Metà del territorio nazionale viene sottoposto a un regime militare (prima a capo c’è Cialdini con 50mila uomini, poi c’è La Marmora con 70mila): si parla di una vera guerra civile.
- Un nuovo problema viene aperto da Garibaldi, che nel 1862 libera Roma dal governo pontificio partendo dalla Sicilia per perseguire i suoi intenti unitari. Non appena Garibaldi sbarca in Calabria viene decretato lo stato d’assedio nel Mezzogiorno: in questo modo il governo può legittimare la repressione contro i briganti. Il brigantaggio non viene estirpato, allora viene aperta una commissione d’inchiesta formata da nove deputati che visitano i luoghi del brigantaggio per farsi un’idea. Massari allora consiglia di ricorrere a una legislazione eccezionale che prevede la repressione: è la Legge Pica, approvata anche con il voto di parte della Sinistra, convinta della necessità di misura straordinarie per riportare l’ordine pubblico; la giustizia viene affidata a tribunali militari. Questa legislazione viene prolungata fino al 1865 e infligge duri colpi al brigantaggio.
1.6 - La questione cattolica e i rapporti con la Chiesa
- Cavour vuole fare di Roma la capitale d’Italia, ma Pio IX non ha alcuna intenzione di cedere alle richieste italiane. Prioritario dunque fissare i rapporti tra stato e Chiesa. La formula “libera Chiesa in libero Stato” non convince Pio IX, che riceve anche l’appoggio di Napoleone III. Garibaldi ha fallito perché la Francia non lo ha consentito. Nel 1864 con la Convenzione di settembre tra Francia e Italia vengono richiamate le truppe francesi da Roma, l’Italia non avrebbe più attaccato lo Stato pontificio e la capitale viene trasferita da Torino in un’altra città del regno. Pio IX attacca ancora il liberalismo e la modernità con l’appendice all’enciclica Quanta cura (“Sillabo degli errori del nostro tempo”). Si diffonde allora un anticlericalismo tra i liberali convinti della laicità dello Stato (sia moderati sia democratici). In Italia comincia ad affermarsi il positivismo, che difende il progresso.
1.7 - Il trasferimento a Firenze e il completamento dell’unificazione amministrativa e legislativa
- Viene scelta Firenze come nuova capitale. A Torino le proteste vengono represse con molti morti e feriti. Anche i fiorentini si ribellano perché intuiscono che l’onere potrebbe essere maggiore dell’onore. Però la scelta di una nuova capitale accelera il completamento dell’unificazione amministrativa e legislativa. Come già estesa nel 1859 la legge del Piemonte alla Lombardia in quanto situazione di emergenza, così viene fatto nel 1865 con Firenze.
2 - Il completamento dell’Unità
2.1 - La guerra del 1866 e la conquista del Veneto
- Abbandonata la questione romana, il nuovo problema è il Veneto, ancora sentitamente austro-ungarico. L’Italia comincia a ottenere l’indipendenza grazie al confronto con Prussia e Austria voluto da Bismarck. La Marmora pensa che sia possibile ottenere il Veneto trattando con l’Austria. Francesco Giuseppe (Austria) si oppone e Bismarck vuole condurre una guerra contro l’Austria, premendo con l’Italia per un’alleanza militare (in caso di vittoria, avrebbe avuto il Veneto e Mantova). L’Italia sta preparandosi allora per la guerra contro l’Austria, ma ecco che l’Austria propone di cedere il Veneto se l’Italia rompesse l’alleanza con la Prussia. La Marmora non vuole inimicarsi la Prussia, allora cerca di risolvere pacificamente le questioni tra Austria, Prussia e Italia. La guerra però è inevitabile. La Francia resta neutrale, ma riesce a ottenere il Veneto (che poi avrebbe consegnato all’Italia) e il riconoscimento del potere temporale del papa in cambio di un pagamento all’Austria. Nel giugno 1866 Prussia e Italia dichiarano guerra all’Austria, una guerra rovinosa e immotivata (“che avremmo potuto vincere senza vincere”), che per l’Italia termina alla fine del mese di giugno, nella battaglia di Custoza: le truppe italiane si ritirano per via di errate previsioni. La Prussia però stava vincendo e l’Italia cerca comunque di ottenerci qualcosa: a Garibaldi viene affidato il compito (con un corpo di volontari) di liberare il Veneto, ma fallisce per inferiorità numerica e tecnologica. Intanto la Prussia vince contro l’Austria, che si arrende in agosto. La pace stipulata in ottobre a Vienna conferma il promesso passaggio del Veneto all’Italia (e con un plebiscito viene annesso al Regno d’Italia e viene anche riconosciuto questa volta dall’imperatore austriaco Francesco Giuseppe). Secondo lo storico Villari, i problemi del nuovo regno d’Italia non stavano nell’incapacità dei capi militari, ma nella facilità (e velocità) con cui si era arrivati a un nuovo Stato unitario: per far nascere un nuovo stato all’altezza di quello vecchio e delle attuali potenze europee bisognava studiare ed educare i giovani.
2.2 - “Fare gli italiani”
- Massimo d’Azeglio crede che l’Italia sia fatta, ma che non si siano fatti gli italiani. I problemi sono molti, soprattutto perché non c’è una sola lingua. Al momento dell’Unità la maggior parte della popolazione usava solo i rispettivi dialetti regionali. Un contributo all’unificazione linguistica viene dalla burocrazia. In più, gli italiani avevano un basso livello di istruzione (nel 1861 gli analfabeti sono l’80% della popolazione). Fare gli italiani è quindi più difficile del previsto. La legge Casati del 1859 rende obbligatoria l’istruzione primaria per ridurre il numero degli analfabeti. Per favorire una fusione tra gli italiani, il governo liberale si affida sul reclutamento dell’esercito: i reggimenti sono composti da soldati provenienti da regioni diverse (di negativo c’è che i soldati a malapena riescono a capirsi e trovano difficoltà a stringere amicizia). L’esercito riunisce non solo fisicamente, ma anche moralmente e culturalmente gli italiani. Secondo lo storico Villari, vince la nazione più civile.
2.3 - I problemi finanziari
- La guerra del 1866 ha aggravato i problemi finanziari. Sin dall’unificazione, l’Italia unita parte con grossi debiti e richiede frequentemente prestiti. Il governo Sella affronta le spese straordinarie con prestiti e cessione dei beni dello Stato, mentre le spese ordinarie vengono coperte grazie alle tasse. Solo così la Destra al governo avrebbe portato il pareggio di bilancio. Ma anche l’introduzione di nuove imposte non riesce a far arrivare al pareggio. L’Italia viene considerata dagli investitori esteri sull’orlo della bancarotta. Nel 1866 una legge sopprime le corporazioni religiose, e i beni di queste diventano di proprietà dello Stato. Altre imposizioni fiscali portano a sommosse popolari (come la tassa sul macinato del 1868: il contadino deve dare una parte di cereali allo stato come tassa), tutte represse nel sangue. La Destra vuole raggiungere il pareggio di bilancio tassando ceti poveri e quelli medi.
2.4 - La formazione del mercato nazionale
- Per formare il mercato nazionale non è sufficiente eliminare dazi e dogane; serve anche un moderno sistema di vie di comunicazione, soprattutto su rotaie. Creare una rete ferroviaria estesa significa nuove spese, ma sono spese inevitabili. Le ferrovie infatti non servono solo al commercio, ma anche all’unione civile del nuovo stato. Per non gravare troppo sullo Stato, si preferisce affidare i costi a società private. Questo porta ai primi scandali politico-affaristici dell’Italia unita. Creato il mercato nazionale, si devono stabilire i suoi rapporti con quelli esteri. L’Italia è un paese agricolo, la Francia un paese industriale, quindi l’Italia esporta (senza dazi) beni primari, mentre dalla Francia importa beni primari. La scelta liberista in Italia (data dalla tariffa doganale piemontese) aiuta molto l’agricoltura, ma poco e niente l’Industria (l’Italia è arretratissima nell’Industria). Non si possono demolire le proprie barriere se i propri vicini le tengono alzate, secondo il deputato Robecchi.
2.5 - Roma diventa capitale d’Italia
- Per risolvere la questione romana rientra in scena Garibaldi, che nel 1867 ritenta di conquistare Roma con le armi. Il governo Rattazzi si dimostra ambiguo: non appoggia apertamente Garibaldi, ma spera in una insurrezione. Ma il popolo romano non si rivolta e vincono le guardie pontificie. Garibaldi però riattacca e riesce a sconfiggere a Monterotondo le forze pontificie. Napoleone III interviene e Garibaldi viene sconfitto e imprigionato. Nel 1870 in Francia crolla il Secondo Impero (la Francia perde a Sedan contro la Prussia), allora l’Italia coglie questa situazione favorevole per ottenere Roma. Si procede con un tentativo di conciliazione con il papa, il quale rifiuta. Il generale Cadorna, allora, entra con la forza nello Stato pontificio con la breccia di Porta Pia: è il 20 settembre 1870; termina il potere temporale della Chiesa e Roma diventa capitale del Regno d’Italia. Il papa esercita liberamente le sue funzioni, ma solo spirituali. Papa Pio IX è però intransigente e rompe definitivamente con lo Stato italiano chiudendosi nel Vaticano. Nel 1874 Pio IX con il non expedit definisce inopportuna per i cattolici la partecipazione alle elezioni politiche. Nasce l’Opera dei congressi, formata da cattolici intransigenti che vogliono un’Italia cattolica e sono contro il cattolicesimo liberale
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