L’evoluzione dell’industria
Automobilistica italiana
L’industria automobilistica italiana ha origini molto antiche rispetto a quella di molti altri paesi europei.
Le prime aziende produttrici comparvero già negli ultimi anni del diciannovesimo secolo, erano piccole aziende familiari che producevano pochissime auto costruite artigianalmente in base a propri progetti e brevetti. In particolare la prima vettura creata in Italia è opera dell’ingegnere veronese Enrico Bernardi ed è datata 1894.
Nel 1899 nasce la “società anonima Fabbrica Italiana di Automobili – Torino” che inizia la sua produzione con la FIAT Tipo A, producendo 24 esemplari l’anno.
L’industria automobilistica italiana continua il suo processo evolutivo durante i primi anni del ‘900 fino ad arrivare allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, durante la quale molte piccole aziende produttrici di automobili convertirono la loro produzione per sostenere i gravosi costi della belligeranza italiana, finendo per sparire o essere assorbite dalla più grande e stabile impresa industriale produttrice di auto in Italia, la
FIAT.
L’economia post-bellica era caratterizzata da gravi deficit di bilancio dovuti agli enormi costi della guerra e la società era caratterizzata da movimenti popolari sull’onda della grande rivoluzione russa; i sindacati cominciarono grandi proteste per ottenere condizioni migliori a livello lavorativo ed economico.
Tutti questi problemi non scalfirono l’industria automobilistica che, anche se subì degli arresti a livello evoluzionistico, resistette però ai vari problemi socio-economici del paese, riuscendo poi a continuare la sua grande crescita.
Il periodo fascista, che portò alla Seconda Guerra Mondiale, fu un periodo florido per l’industria dell’auto italiana, per il fatto che il governo totalitario capì l’importanza dei veicoli motorizzati e sostenne l’iniziativa di costruire opere pubbliche per la viabilità.
In questo periodo vi erano pochi autoveicoli in circolazione in Italia, circa 80000, in relazione al fatto che la loro produzione era troppo costosa per poterli vendere ad un prezzo accessibile alla maggior parte dei cittadini italiani, quindi l’auto rimase un prodotto accessibile solo a “pochi” consumatori abbienti o ad aziende che necessitavano di un veicolo motorizzato per il trasporto dei loro prodotti.
L’idea di auto “di massa” prese vita negli anni della “Grande crisi” del 1929.
L’industria automobilistica italiana, viste le gravi difficoltà economiche del paese e l’enorme diminuzione delle nuove immatricolazioni, rispose alla crisi mondiale puntando alla costruzione di modelli di auto accessibili a tutti, dando vita a un modello produttivo basato sul Fordismo, la catena di montaggio che puntava all’abbattimento dei costi di produzione tramite un’innovativa organizzazione del lavoro: ogni operaio doveva eseguire un unico e continuo procedimento, nei modi e tempi prestabiliti; non erano quindi richiesti operai specializzati e qualificati, il che portò inoltre alla standardizzazione della classe operaia.
Questo modello fu messo in pratica nel 1917 dalla FIAT con la costruzione del Lingotto che si presentava come una fabbrica urbana costituita da numerosi piani nei quali era suddivisa la catena di montaggio, con pista di collaudo in cima, con la quale venne avviata la produzione di un nuovo modello la Fiat “501”, prima automobile italiana ad essere fabbricata in grande serie. Nacque poi, nel 1932, la FIAT “Balilla” che fu la capostipite di modelli a basso costo (9900 Lire), accessibile alla maggioranza della classe media italiana; nel 1936, su richiesta di Mussolini, iniziò la produzione della prima vera utilitaria, la “Topolino”, il cui prezzo non superava le 9000 Lire.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale costrinse le case automobilistiche italiane a convertire ulteriormente la loro produzione a fini bellici; come avvenne durante la Prima Guerra Mondiale, l’evoluzione tecnica raggiunta in questo periodo permise l’utilizzo di mezzi corazzati e autoblindo per il trasporto di truppe, armamenti e viveri.
Durante la guerra le imprese del settore automobilistico e anche alle piccole aziende come la “Ansaldo”, ebbero la possibilità di effettuare enormi passi in avanti in termini di progresso tecnologico grazie alle richieste dell’esercito italiano e alla possibilità di studiare le tecnologie applicate dalle aziende concorrenti degli altri eserciti impegnati nel conflitto; questo rese possibile la loro stabilità durante gli anni di guerra, ma il periodo post-bellico non risparmiò il fallimento di aziende che per impossibilità economiche non riuscirono a riconvertire la loro produzione. Tale fatto non impedì però all’industria dell’auto, negli anni del dopoguerra, di imporsi come settore trainante dell’economia del Paese.
Gli anni del dopoguerra furono caratterizzati dalla ricostruzione del paese uscito a pezzi dal conflitto e dalla occupazione da parte della Germania al nord e degli Stati Uniti nel centro sud; l’economia del paese era quindi sconvolta dall’enorme bisogno di denaro per dare un nuovo impulso all’industrializzazione, e in questo fu aiutata dal piano Marshall, che consisteva in un grande aiuto finanziario da parte degli Stati Uniti verso quei paesi indeboliti dalla guerra e considerati strategicamente importanti dal punto di vista geopolitico degli scambi commerciali e dal punto di vista bellico, in uno scenario di tensione fra le due maggiori potenze mondiali quali USA e URSS.
L’aiuto ricevuto dall’Italia e la grande forza di volontà del Paese permise negli anni ’50 di andare verso un periodo florido per l’economia, un periodo di aumento vertiginoso dei consumi con un conseguente miglioramento della vita; sono gli anni del “miracolo economico”, durante i quali il settore industriale dell’auto diviene la colonna portante dell’industria italiana grazie, appunto, al migliorato stile della vita dei cittadini che ora possono permettersi un’auto e che vedono nell’automobile non solo uno strumento per spostarsi in modo più veloce, ma anche un “oggetto” del desiderio, uno status symbol del cambiamento sociale.