Bertrand Russell
Approfondimento personale sulla diversità nel 1900
A cura di Simone Milli
Classe V Sezione E
A.S. 2002/2003
by Skuola.net
Prefazione
Ho scelto di aggiungere al mio percorso personale una prefazione poiché ho ritenuto che l’argomento che mi appresto a trattare è un argomento vasto e oggetto di più interpretazioni e quindi ho deciso di piazzare dei “paletti” al mio percorso.
Innanzitutto l’idea di trattare un argomento come questo mi è venuta lavorando con la compagna teatrale scolastica poiché preparando quest’anno un testo come “L’altro figlio” di Pirandello ho avuto l’opportunità di riflettere sull’atteggiamento che le persone “comuni”, rappresentate dallo stesso scrittore assumono nei confronti del diverso.
È lo stesso atteggiamento è possibile riscontrarlo nella vita di tutti i giorni: come ad esempio quante volte si sente parlare d’emarginazione e discriminazione…
Questo fenomeno si presenta in più campi: nel campo razziale, religioso, culturale, psichico, sessuale, etc.
La società tende ad assumere un atteggiamento nei confronti del diverso, non come, secondo la mia modesta opinione, dovrebbe essere d’apertura a altre idee, condizioni, che arricchiscono poiché la propria opinione comincia ad essere poliedrica, acquistare spessore, ma di chiusura in quanto “è diverso, non lo capisco, non lo accetto, e non ne voglio neanche sentire parlare”.
È per questo motivo che il mio percorso parte da un personaggio come Maragrazia, che tutti credono pazza per un suo ripudio di un figlio che non vuole considerare suo ma che in realtà è il frutto di una violenza carnale subita; per poi passare ad un diverso dell’ordine di Franz Kafka, ebreo cecoslovacco di lingua tedesca, diverso anche nei suoi racconti e nei personaggi creati per questi come Josef K. che di punto in bianco una mattina si risveglia insetto; per non parlare poi di uno dei più “diversi” pittori della storia: Pablo Picasso, cubista che tratta, inoltre dei personaggi diversi come le “donne di malaffare” delle demoiselles de Avignon.
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La diversità nel 1900
- Luigi Pirandello: “L’altro figlio” e “Uno, nessuno e centomila”
- Federigo García Lorca: “Yerma” e “La casa de Bernarda Alba”
- Pablo Picasso: “Les demoiselles de Avignon”
- Discriminazione e emarginazione
- J. D. Sallinger: “The catcher in the rye”
- Il concetto di razza nel 1900
- Franz Kafka: “Die Verwandlung”
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Luigi Pirandello
“L’altro figlio”
Ambientato in Sicilia ai primi del ‘900, il dramma, che ha come disperato sottofondo storico l’emigrazione massiccia della povera gente del Sud, è basato sul tema della maternità, così caro a Pirandello. Una semplice popolana di una contrada siciliana, Maragrazia, soffre perché i suoi due figli partiti per l’America e presumibilmente diventati ricchi, non si curano più di lei.
Maragrazia tenta pateticamente di richiamarli a sé promettendo loro la donazione di uno sconnesso casale. I figli, com’è prevedibile, non tornano, mentre Maragrazia non vuole accettare le cure di un altro figlio che, invece, vive nello stesso paese, poiché quel figlio lei non l’ha desiderato, è nato contro la sua volontà dalle violenze che è stata costretta a subire da parte di un brigante. Ora anche se quel figlio si dimostra affettuoso con lei, questa non può accoglierne l’affetto; e il figlio non desiderato, ma incolpevole e disposto a prendersi cura della madre, è violentemente rifiutato, mentre ancora ricercato è l’affetto degli altri due, voluti al momento della nascita, ma ora lontani e chiusi nel loro egoismo.
Ho scelto “L’altro figlio” perché racconta di una storia di discriminazione forte, infatti nessuno pensa che Maragrazia abbia qualche motivo per ripudiare il figlio e continuare a sperare nel ritorno dei figli che sono emigrati, nessuno si ferma a riflettere sul passato di Maragrazia, tutti si limitano a pensare che è pazza, mentre lei sta soltanto cercando di rimuovere un trauma forte come quello della violenza carnale da parte di chi le ha ucciso il marito, nessuno la difende e se non fosse per la curiosità del dottore, tutta questa vicenda rimarrebbe sommersa, il dottore s’interroga, cerca tutti i tasselli della storia, solo perché, secondo me, è estraneo all’ambiente creatosi a Farnia, perché se anche lui fosse stato concittadino di Maragrazia, anche lui avrebbe data per scontata la pazzia della protagonista.
Secondo me il messaggio che vuole trasmetterci Pirandello, è un messaggio di comprensione, di rifiuto del pregiudizio e invece di giudicare c’invita a riflettere sul motivo per cui una persona, d’un tratto, si comporta in un certo modo o per cui le succede qualcosa.
Analisi dei personaggi
Maragrazia
Maragrazia è una vecchia donna siciliana che aspetta il ritorno di due suoi figli emigrati in America e rifiuta le cure di un altro figlio che lei non accetta poiché nato da una violenza carnale, fisicamente Pirandello ce ne dà una descrizione poco particolareggiata dicendo che è rugosa, ha gli occhi rovinati dal lungo piangere, ha pochi capelli, è sempre vestita di stracci come un mucchio di cenci, ai piedi ha un paio di scarpe logore.
È lo zimbello del paese, poiché nessuno sa dell’accaduto e tutti la ritengono matta perché non accetta le cure del figlio che ha in paese.
Ninfarosa
Ninfarosa è la sarta del paese, suo marito è partito, prevedibilmente per l’America, e si è risposato; di carattere impertinente, prova a sedurre il dottore in qualsiasi maniera ed ha sempre la risposta pronta per chiunque, inoltre burla da moltissimo tempo Maragrazia fingendo di scriverle lettere (N., infatti, non sa scrivere) che gli emigranti fingono di portare ai figli della vecchia. Anche in questo caso la “didascalia” che descrive il suo personaggio allo spettatore è povera: ha i capelli bruni e la carnagione olivastra, gli occhi neri, le labbra accese ed un corpo “svelto e solido”, si mostra molto fiera e sicura di sé.
Il dottore
Il dottore è un forestiero mandato dall’ospedale vicino per convincere Rocco Trupìa a portare la zia all’ospedale, essendo forestiero invece di limitarsi alla semplice apparenza cerca tutti i tasselli della vicenda mettendo in luce il dramma, cominciando dalla burla di Ninfarosa, cogliendo altri dettagli da Rocco e arrivando alla verità di Maragrazia. Nel suo caso Pirandello non ci fornisce nessun dettaglio legato alla sua fisicità, solo Maragrazia allude alla sua età nel finale.
Rocco Trupìa
Rocco Trupìa è un contadino, il frutto della violenza subita da Maragrazia, quindi non è accettato da questa, e ciò per lui è fonte di dolore e d’odio per i fratelli accettati e suoi sfruttatori quando erano ancora in Sicilia facendo perno sul suo attaccamento per la madre, che dava loro quel bene che lui ha sempre e solo desiderato. È cresciuto con i parenti del padre, si è fatto una famiglia e lavora, come accennavo prima, come contadino; il dottore vorrebbe convincerlo a portare la zia all’ospedale ma lui è contrario visto che questa gli ha fatto da “madre”. La sua unica colpa è quella di essere nato non voluto dalla madre, essendo il figlio di Marco Trupìa colui che ha violentato la madre. Anche in questo caso della fisicità di Rocco sappiamo molto poco, pochi dettagli: capelli rossi, viso lentigginoso, sguardo torvo, gambe leggermente arcuate, berretto da contadino in testa ed il passo pesante per via della stanchezza.
Lettura critica dell’opera
“L’altro figlio” rappresenta un caso a sé nella drammaturgia pirandelliana. Il dramma è definito nel tempo e nello spazio: in Sicilia ai primi del ‘900. L’influsso verista è evidente: Maragrazia è un personaggio di stampo verghiano e l’ambiente tende a identificarsi precisamente, in modo quasi mimetico, con quello di un paesino siciliano. È tuttavia presente un elemento che apparenta “L’altro figlio” al maggiore teatro pirandelliano: l’incapacità o l’impossibilità di Maragrazia a riconciliarsi con la realtà. I figli lontani, che l’hanno abbandonata e non si curano di lei, sono i figli “veri” mentre quello presente, che vorrebbe curarla è “falso”, la fuga dalla realtà si traduce in un dramma senza soluzione.
La famiglia secondo Pirandello
Il tema della famiglia è uno dei grandi miti pirandelliani, il più caro e più sentito dal drammaturgo siciliano, nella cui opera è così spesso presente l'ideale della famiglia, della maternità e dell'amore. Il suo naturale temperamento, incline alla ricerca di affetti familiari e la grave situazione in cui era venuto a trovarsi (di vedere in altre parole disintegrata e praticamente distrutta la sua famigliola per la terribile malattia della moglie) avevano creato nello scrittore un acuto desiderio di superare le ragioni della sua inquietudine nell'affetto sereno e consolatore della famiglia, che diveniva perciò per lui aspirazione inappagata e meta d'ogni affannosa ricerca umana.
Dall'amara constatazione di "Amori senza amore" in cui il sacro concetto dell'amore che consola la vita umana scade nella volgarità e nella miseria dei facili amori e degli equivoci compromessi - giungiamo, attraverso il faticoso cammino di tutta l'opera pirandelliana, alla ricostruzione de "La nuova colonia", in cui l’amore torna come elemento sovrano della vita, purificato attraverso l'incendio delle passioni più sconvolgenti, che invadono l'animo umano. Sono veramente poche le opere di Pirandello in cui in un modo o nell'altro non sia trattato il problema dell'amore, della famiglia, dei figli, del matrimonio. Si osservi poi come le scene e i personaggi dell'amore più delicato s’illuminino di fronte alle scene e ai personaggi che sono loro di contrasto, generalmente presentati in maniera opaca o trattati sprezzantemente dall’autore. Il sentimento dell'amore e della famiglia si mescola a molti altri motivi pirandelliani, come si può vedere dall'analisi d’alcuni lavori. Il desiderio della famiglia era rafforzato in Pirandello dalle sue convinzioni «filosofiche» nel senso in altre parole che la maternità, la quale dà origine alla vita e alla famiglia, potesse interpretare - meglio di qualsiasi altro aspetto della vita - il perenne farsi della creazione, il continuo fluire della vita universale del cosmo, il senso universale di «vitalità naturale» non artefatta dall'opera dell'uomo: perciò ne "La nuova colonia", quando ogni altra costruzione umana crolla, rimane alta sulla rocca che resiste ai flussi voraci la madre, che solleva verso la vita la sua creatura, in cui essa si fa e si perpetua. by Skuola.net
“Uno, nessuno e centomila”
Ho scelto “Uno, nessuno e centomila”, perché è un chiaro esempio di come si viene emarginati se, ad un certo punto della propria vita si cerca di uscire dagli schemi, impostici dalla società, Vitangelo in fondo sta soltanto cercando se stesso, solo che lo cerca in maniera particolare, ma nessuno si chiede perché lo faccia ma tutti tendono a discriminarlo e isolarlo solo perché, lui è uscito fuori dagli schemi, e grazie a ciò hanno finalmente la possibilità di approfittarsi di lui e a sottrargli tutti i beni.
Lettura critica dell’opera
L'impatto iniziale del libro sul lettore è molto forte e studiato in modo da coinvolgerlo immediatamente nella vicenda. La banalità dello spunto da cui prende avvio la storia (l'osservazione della moglie su una pendenza del naso fino a quel momento sfuggita al protagonista) a renderla così vicina alla nostra realtà quotidiana.
Una storia all'apparenza così comune: quel Vitangelo Moscarda potrebbe essere chiunque di noi; la scoperta di un difetto fisico che prima ignoravamo può certo far parte della nostra esperienza. Moscarda non si accontenta di un'osservazione tanto superficiale: si mette davanti allo specchio non solo a rimirarsi il viso, ma a guardarsi dentro, a ricercare nelle pieghe della sua vita, fino a quel momento tranquillamente vissuta, fino a sconvolgerla completamente: affetti familiari, interessi, posizione sociale, amicizie subiranno un ribaltamento totale, mentre lui vivrà sempre più una condizione di «estraniamento» dalla vita, e prima ancora da se stesso. Che cosa fa scattare questa molla, che cosa innesta la vite senza fine di questo processo raziocinante? È il passaggio dalla condizione di chi «si lascia vivere» a quella di chi «si vede vivere», o per lo meno ci prova. Nella prima situazione si trovano quasi tutte le persone che Moscarda (anche se qualcuno afferma che sia quasi autobiografico) conosce: prese nel vortice della vita, dal ritmo del lavoro, dai problemi familiari, dalle questioni finanziarie, non si pongono domande, interrogativi sul loro io, sulla realtà e la consistenza della loro personalità; travolte dalla corrente, si lasciano vivere, senza pensare. Moscarda invece pensa, scava, s’interroga: se la moglie, che dovrebbe essere fra i suoi simili quella che meglio lo conosce, lo giudica fisicamente diverso da quello che lui pensa di essere, la stessa cosa accadrà anche per il carattere, la personalità. Chi è allora Moscarda? Quello che lui ha sempre ritenuto di essere, o quell'altro uomo che la moglie si è costruita, che afferma di amare? Ma non basta. La logica di Moscarda procede inesorabile e stringente, e gli rivela che lo «sdoppiamento» di sé che ha verificato con la moglie avviene anche con gli amici, con i conoscenti, con tutti coloro con cui entra in relazione. Ognuno ha di Moscarda un'idea che si è costruita per sé, in base ai suoi criteri di giudizio, ai suoi punti di vista. «Ciascuno se lo poteva prendere, quel corpo lì: per farsene quel Moscarda che gli pareva e piaceva, oggi in un modo e domani in un altro, secondo i casi e gli umori...». I Moscarda si moltiplicano all'infinito, diventando «centomila» in una realtà caleidoscopica in cui ciascuno corrisponde ad una sfaccettatura diversa: la presa di coscienza di questa situazione, soprattutto dell’estraneità dell'immagine che gli altri hanno di lui, suscita nel protagonista un senso di irrequietezza che sfiora l'angoscia: «L'idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un «mio» dunque che non era per me!); una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare, quest'idea non mi diede più requie». La domanda successiva è quasi inevitabile: chi è davvero Moscarda? Chi è quell'unico, vero, reale Moscarda da opporre ai centomila estranei che il mondo conosce o immagina? Moscarda si avvia, nel suo itinerario alla ricerca di se stesso e della verità, all’inseguimento dell’estraneo che porta dentro di sé, per cercare di coglierlo nella sua spontaneità, nella sua naturalità, nella sua dimensione reale e non deformata da interpretazioni. L'impresa però si rivela impossibile: «non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d'un altro». Vedersi vivere è impossibile: il tentativo di oggettivare il proprio io in una forma che possa soddisfare almeno noi stessi è destinato a fallire. Il nostro essere è un essere per gli altri: noi viviamo nelle infinite realtà che di noi gli altri percepiscono.
Sono queste le conclusioni a cui giunge il ragionamento di Moscarda, e da cui prende vita il suo comportamento successivo: le azioni strampalate come lo sfratto di Marco Di Dio e sua moglie Diamante per poi dargli, quasi contemporaneamente, un’altra casa, sempre di sua proprietà, più grande e meglio arredata; il litigio con Dida, sua moglie, che continua a chiamarlo Gengè, soprannome che lui odia profondamente, visto che la moglie vi associa qualcuno che Vitangelo sente di non essere; la volontà di chiudere, su due piedi, la banca lasciatagli dal padre, in amministrazione ai suoi amici contabili Firbo e Quantorzo, come tutto il resto dei suoi beni; la decisione di accogliere in casa propria Anna Rosa, l’amica della moglie, che poi di punto in bianco gli sparerà; il suo notare, durante il colloquio con il monsignore, l’uomo che cerca di volare dalla finestra grazie alla coperta che ha legata addosso, ecc.
Sconfitta e guarigione
Moscarda ha cercato, con le sue «follie», di ribellarsi al sistema ferreo delle convenzioni sociali, di scardinarlo, ma è rimasto sconfitto. Lui che voleva distruggere tutte le «forme» impostagli, deve accettare l’ennesima «forma» attribuitagli dalla comunità, quella dell’adultero, e scontare per essa una dura pena, del tutto immeritata. E tuttavia proprio in questa sconfitta trova una forma di guarigione dalle angosce che lo ossessionavano.
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