Il mito del viaggio
<< Il viaggio è una specie di porta, attraverso la quale si esce dalla realtà… per penetrarne un’altra inesplorata, che sembra un sogno.>>
Guy de Maupassant, Viaggio in Sicilia
Esame di Stato, anno scolastico Giulia Barcella, 2008/2009 5A
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Introduzione
Alla voce “viaggio” il vocabolario della lingua italiana riporta la seguente definizione: atto di spostarsi da un luogo ad un altro compiendo un certo percorso, generalmente con un mezzo di trasporto.
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Tuttavia chiunque si sia mai trovato ad affrontare un viaggio si è sicuramente reso conto che questo termine racchiude un significato che va oltre a quello del vocabolario. Viaggiare non significa semplicemente spostarsi da un luogo ad un altro bensì migliorarsi, scontrarsi con realtà diverse da quelle a cui siamo abituati e fare esperienze inconsuete. Viaggiare è un’esperienza che ci rende diversi, ci trasforma, ci arricchisce e spesso ci migliora.
La scelta di questo tema nasce dalla profonda passione che ho per il viaggio e dal grande desiderio che caratterizza la mia personalità di ricercare, studiare e investigare il nuovo. Forse questo desiderio è alimentato anche da una certa inquietudine, da un bisogno di fuga e di evasione da un mondo che non sempre soddisfa e che a volte non piace. Da tutto questo scaturisce la ricerca del viaggio che certamente comporta percorsi pericolosi e difficili, che possono però condurre a una formazione e a una maturazione spirituale, tali da arricchire la nostra personalità e renderci quella felicità e voglia di vivere a cui abbiamo sempre aspirato.
Molti uomini prima di me hanno riflettuto sul significato del viaggiare e in questo lavoro ho riassunto il pensiero di alcuni di loro.
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Mappa concettuale
Filosofia
- Sigmund Freud, “L’interpretazione dei sogni, le due topiche”
Latino
- Petronio, “Satirycon”
- Apuleio, “Le metamorfosi”
Il mito del viaggio
Inglese
- Jack Kerouac, “On the Road”
Arte
- C. D. Friedrich, “Il viandante sul mare di nebbia”
Italiano
- Dante, “La Divina Commedia”
- Leopardi, “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia”
- Leopardi, “Dialogo della Natura e di un Islandese”
- Saba, “Ulisse”
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Filosofia
- Sigmund Freud, “L’interpretazione dei sogni, le due topiche”
Freud sostiene che la mente umana non sia un’unità monolitica, ma sia composta da due topiche suddivise a loro volta da un certo numero di sottoinsiemi.
Il medico viennese elabora nel 1900 una teoria che afferma che la maggior parte della vita mentale si svolge al di fuori della coscienza e della ragione, in una dimensione psichica a cui dà il nome di inconscio.
La prima topica definisce tre luoghi psichici: il conscio, il preconscio e l’inconscio.
Il conscio è formato dai contenuti psichici coscienti.
Il preconscio è il luogo della memoria. Non solo della memoria prossima, ma anche di quella che può emergere con un piccolo sforzo di attenzione.
L’inconscio è il luogo dove risiedono i ricordi più profondi e permanenti. I ricordi sono mantenuti in quel luogo da una forza detta “rimozione”. E talvolta si manifestano in maniera incontrollabile razionalmente, cioè sotto forma di sogni o sintomi.
Rimozione
Psicanalisi
Conscio
Preconscio
Inconscio
Attraverso la metafora dell’iceberg Freud spiega le relazioni esistenti tra conscio, preconscio e inconscio.
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La seconda topica viene ideata da Freud più tardi, nel 1920. Essa distingue tre entità che muovono la mente umana.
L’es è l’insieme delle pulsioni. È una forza che spinge costantemente sull’io e che ha come unico obiettivo l’appagamento dei bisogni naturali. Questa forza ignora la logica e i principi morali.
Il super-io è la coscienza morale, l’insieme delle proibizioni che sono state instillate nell’uomo dagli altri nei primi anni di vita e che lo accompagnano per tutta la vita in modo inconsapevole.
L’io è la parte organizzata della personalità, che si trova in una posizione di mediatore tra le rivendicazioni dell’es e gli imperativi del super-io e la realtà esterna.
Per tutta la vita l’io lotta per mantenere un equilibrio tra le tre forze che lo schiacciano.
Realtà esterna
Es, io, super-io
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Italiano
- La Divina Commedia, il viaggio di Dante.
<<[…]né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né 'l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta, vincer potero dentro a me l'ardore ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore>>
Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno, Canto XXVI, vv. 94-99
La Divina Commedia, la più celebre tra le opere di Dante Alighieri, fu stesa nell’arco di diciassette anni tra il 1304 e il 1321 circa. La commedia è suddivisa in 100 canti riuniti in tre cantiche. È stata scritta in versi endecasillabi raggruppati in terzine di rime incatenate. La monumentale opera che vanta ben 14.233 versi racconta la storia del viaggio di Dante attraverso i tre regni dell’oltretomba.
A un primo livello di lettura la Divina Commedia appare innanzitutto come la storia del viaggio che Dante immagina di aver compiuto nei tre regni dell’oltretomba (Inferno, Purgatorio, Paradiso) nell’arco della settimana santa dall’8 al 14 aprile del 1300, anno in cui fu indetto il Giubileo da papa Bonifacio VIII.
Ma ad un secondo livello di interpretazione la Divina Commedia può essere letta come l’allegoria del processo di perfezionamento compiuto da Dante nel passaggio dalla fase di ottenebramento e di peccato in cui era caduto dopo la morte di Beatrice (lo smarrimento nella selva oscura) alla redenzione morale e alla riconquista della fede (l’ascesa a Dio). Ad un terzo livello è rappresentazione allegorica del cammino di caduta e redenzione che ogni uomo può compiere, una rappresentazione dell’universale percorso dell’anima cristiana dal peccato alla salvezza eterna.
L’allegoria è una figura retorica mediante la quale si attribuisce al discorso un significato simbolico e quindi diverso da quello letterale. Infatti il termine deriva dal greco allei = altrimenti + agoreuo = parlo; quindi letteralmente equivale a dire altro da ciò che si vuol significare. Dante non è il primo scrittore che si serve dell’allegoria come chiave di lettura dei suoi testi: secondo Agostino e Tommaso, maestri della filosofia cristiana medievale, spesso bisogna dare un’interpretazione allegorica di ciò che la Bibbia narra; ed è probabilmente a questo esempio che Dante si ispira.
L’allegoria usata da Dante tuttavia è più ricca di quella tipicamente medioevale poiché fa ricorso a un sistema più profondo di figura: personaggi, situazioni, non sono più semplicemente inventati, privi di una loro consistenza reale e di un vero valore morale; al contrario, nel figuralismo dantesco, viene eliminata ogni astrazione, ogni personaggio acquista una sua consistenza terrena, una realtà psicologica e umana. Nel mondo medievale l’allegoria è tenuta in grande considerazione: Tommaso d’Aquino la definisce “modus loquendi, quo aliud dicitur et aliud intelligitur”. Allegoricamente il soggetto è l’uomo che, meritando o demeritando per la libertà d’arbitrio, è soggetto alla giustizia del premio o del castigo.
La Divina Commedia va quindi considerata un viaggio allegorico, in cui Dante-personaggio rappresenta se stesso ma anche l’intera umanità: un viaggio di salvezza che conduce dal buio alla luce, dallo smarrimento alla comprensione, dal male al bene, dalla bestialità (tre fiere) alla spiritualità, fino all’accostamento alla natura angelica, al transumanare (trascendere la condizione umana) all’indiarsi (al penetrare cioè nella visione di Dio). In questo viaggio, per giungere alla beatitudine, occorre dapprima aver compreso le conseguenze nefaste del male e degli errori (Inferno), quindi intraprendere un cammino di purificazione che comporta sofferenza (Purgatorio), per giungere infine al traguardo della beatitudine (Paradiso).
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- Umberto Saba, “Ulisse”.
Nella mia giovinezza ho navigato lungo le coste dalmate. Isolotti a fior d’onda emergevano, ove raro un uccello sostava intento a prede, coperti d’alghe, scivolosi, al sole belli come smeraldi. Quando l’alta marea e la notte li annullava, vele sottovento sbandavano più al largo, per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore.
La lirica chiude la raccolta “Mediterranee” che Saba scrisse in un arco di tempo compreso tra il 1944 e il 1945. La raccolta entrò nel 1945 a far parte della seconda edizione del canzoniere, l’opera più celebre di Saba. Il testo della lirica è formato da 13 endecasillabi sciolti.
L’opera, che non presenta alcuna scansione strofica, si può comunque dividere in due parti (versi 1-9, 9-13) introdotte dalle parole “nella mia giovinezza” e “oggi”. Si definisce quindi un rapporto tra due diversi campi temporali: il passato che riemerge vivido nel ricordo e il presente. L’ultimo periodo della poesia è occupato dalla metafora della vita come navigazione: se il porto illuminato rappresenta l’approdo, la quiete, ma anche la stasi rinunciataria; il mare aperto è l’immagine della ricerca di emozioni e di amore per la vita. L’autore descrive la situazione dell’uomo che deve scegliere se ritirarsi nel porto delle piccole certezze rassicuranti e protettive o virare al largo, cioè affrontare il vasto mare della vita nonostante l’insidia degli isolotti.
Ciò che accomuna Saba a Ulisse è la lunga peregrinazione sul mare, anche se purtroppo nessuna Ita1ca appare all’orizzonte del poeta. Il nome Ulisse tuttavia non compare mai all’interno della lirica; è piuttosto il poeta stesso che diviene una metafora dell’eroe greco.
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- Giacomo Leopardi, "Canto notturno di un pastore errante dell’Asia", Canti.
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita la vita del pastore. Sorge in sul primo albore move la greggia oltre pel campo, e vede greggi, fontane ed erbe; poi stanco si riposa in su la sera: altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo, con gravissimo fascio in su le spalle, per montagna e per valle, per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, al vento, alla tempesta, e quando avvampa l'ora, e quando poi gela, corre via, corre, anela, varca torrenti e stagni, cade, risorge, e piú e piú s'affretta, senza posa o ristoro, lacero, sanguinoso; infin ch'arriva colà dove la via e dove il tanto affaticar fu vòlto: abisso orrido, immenso, ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale è la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso la madre e il genitore il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene, l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre con atti e con parole studiasi fargli core, e consolarlo dell'umano stato:
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altro ufficio piú grato non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole, perché reggere in vita chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura, perché da noi si dura?
Intatta luna, tale è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei, e forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina, che sí pensosa sei, tu forse intendi, questo viver terreno, il patir nostro, il sospirar, che sia; che sia questo morire, questo supremo scolorar del sembiante, e perir dalla terra, e venir meno ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi il perché delle cose, e vedi il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera, a chi giovi l'ardore, e che procacci il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri, che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro star cosí muta in sul deserto piano, che, in suo giro lontano, al ciel confina; ovver con la mia greggia seguirmi viaggiando a mano a mano; e quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: a che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo infinito seren? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono?
Cosí meco ragiono: e della stanza smisurata e superba, e dell'innumerabile famiglia; poi di tanto adoprar, di tanti moti d'ogni celeste, ogni terrena cosa, girando senza posa, per tornar sempre là donde son mosse; uso alcuno, alcun frutto indovinar non so.
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