Estratto del documento

“La Notte”

Tesina del colloquio interdisciplinare

Anno scolastico 2010/2011

I.T.C. Giovanni Maironi da Ponte

A cura di

Sofia Poleni

Classe V sezione Bre

Indice

  • Introduzione – La notte nella sua dimensione simbolica pag. 3
  • Italiano:

La notte nell’immaginario poetico pag. 6

pag. 8

  • Leopardi “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” pag. 13
  • Pascoli “Gelsomino notturno” pag. 17
  • Pirandello “La lanterninosofia” pag. 21
  • Storia: La notte dei lunghi coltelli pag. 25
  • Tedesco: “Die Kristall Nacht”
  • Inglese: James Joyce “Finnegans Wake” pag. 27
  • Storia dell’arte: Van Gogh “La notte stellata” pag. 28
  • “Buongiorno, Notte”: film di Marco Bellocchio sul Caso Moro pag. 31
  • Bibliografia pag. 34

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Introduzione

La notte nella sua dimensione simbolica

La notte... un argomento che mi ha particolarmente colpito, sul quale si può dire molto, specialmente perché a seconda di come viene interpretata assume molteplici significati.

La notte, scientificamente, è quel lasso di tempo che va dal tramonto del Sole, al sopraggiungere della nuova alba.

Per me, però, è qualcosa di più, è il tempo dell’oscurità e del mistero.

La notte è spesso paura, arte e infinito. Domandarsi “Cosa ne sarebbe del dì senza la notte?” è un po’ come chiedersi “cos’è la vita senza la morte?” La morte, come la notte, è qualcosa di posteriore alla vita, ma anche precedente a nuova alba, a nuova vita secondo la credenza cristiana della Resurrezione.

La paura del buio è una delle più antiche inquietudini dell’uomo, che deriva da un profondo turbamento per ciò che non si conosce. Spesso essa porta noi “paurosi” a immaginarci cose impensabili e fantasmagoriche anche trovandosi in un ambiente familiare o conosciuto. Questo “ignoto”, però, diventa intrigante qualora ci siano degli elementi che scaccino la paura per far spazio all’affascinante mistero della notte.

L’uomo guarda spesso la notte con atteggiamento di sostanziale timore: oltre che nera o scura, la notte, percepita come divinità, è immortale. La notte, però, è anche il momento del sonno, visto positivamente come ristoratore in quanto ritempra l’uomo affaticato e ne placa almeno momentaneamente gli affanni nonostante il sonno è anche quanto di più simile vi sia alla morte.

In altri contesti la notte è spesso vista nei suoi aspetti positivi, come momento di sospensione, e, poiché la vita dell’uomo è infelice, e il male prevale comunque, corrisponde ad un momento di pausa tra il male di un oggi ormai trascorso e il male di un domani imperscrutabile. Può capitare di dovere prendere decisioni o di agire nella notte; ma la veglia notturna è un fatto innaturale, perché prolunga le angosce e i tormenti dal giorno al periodo che dovrebbe essere dedicato al riposo.

O ancora le descrizioni del notturno sono rappresentate in modo tale da contrapporre alla generale quiete della natura il tormento (in genere una pena interiore) di un singolo da una spiccata sensibilità esplorandone i suoi sentimenti profondi.

Vorrei però partire da una domanda precisa: Che cos’è la notte per ognuno di noi? Cosa rappresenta? Per i poeti talvolta era ed è una musa ispiratrice, basti pensare a Giovanni Pascoli e alla sua poesia “Il gelsomino notturno”, dove la notte racchiude nel suo seno e rende evidente, l’altrimenti impercettibile, presenza di piccoli esseri, di suoni, di fragranze, di fremiti indefinibili, che divengono per il poeta altrettanti echi simbolici, attraenti ed inquietanti allo stesso tempo, capaci di creare tensione emotiva e significatività al messaggio che vuol rappresentare.

Secondo il mio pensiero la notte è simbolismo di oscurità, ed è proprio su questo che si basa lo svolgimento del tema.

Quando guardo la tv, leggo un giornale, mi rendo conto di come tutto è avvolto dalle tenebre.

Bambini derubati della loro innocenza, donne violentate, attentati kamikaze, guerre in nome di Dio! E allora mi chiedo, come può un uomo, come posso io non paragonare la notte a tutto questo? Con l’avvento della notte tutto sembra incupirsi, raffreddarsi; il sole, inteso come ultima speranza di luce, svanisce e cede il passo alle tenebre. L’uomo moderno, secondo il mio parere, non è più quell’animale razionale, ma solo un buco nero che assorbe, che attrae tutto al suo interno.

Distrugge tutto, anche le cose a lui care, vivendo nell’eterno buio, buio che può esprimere tutta la sua solitudine.

La cosa che più mi intimorisce è che sta diventando tutto un circolo vizioso, quasi che fare il male è ormai abitudine, l’eterna notte.

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Il tema del notturno nell’immaginario poetico

L’immagine della notte ricorre frequentemente e con gran varietà di motivi nella produzione poetica italiana e europea dal Settecento al Novecento. Si tratta infatti di un tema costante nella letteratura universale che anche in Europa nel periodo indicato compare con alterne fortune e con diversi significati. Più che soffermarsi sulla dimensione quantitativa del fenomeno, si è preferito individuare i più interessanti accenti che il notturno ha assunto per gli autori del periodo considerato. In particolare sembra di poter evidenziare le diverse sfumature che il tema presenta attraverso l’esame di alcuni forti pensieri:

  • L’idea, peraltro antica, che vede meglio la verità delle cose, chi non ne vede la forma, è determinante per la fortuna del notturno.
  • È inoltre ricorrente pensare la notte come momento preferenziale in cui l’uomo si immerge nel mistero che lo avvicina all’Essere o in cui è più facile conoscere le zone d’ombra della psiche umana.
  • L’orrore e la paura che ancestralmente il buio suscita diventano occasioni per produrre poesia che rappresenta e suscita forti emozioni.
  • La notte è il momento preferenziale del sonno che sospende la coscienza di sé e attraverso il sogno vengono liberati i pensieri dell’inconscio rendendo possibile la rappresentazione di realtà diversamente inspiegabili.
  • Di notte si interrompe il controllo diurno sull’istintività e la sensualità e si conoscono realtà altrimenti occultate dalla solarità.

Seguendo questi importanti fili di pensiero quindi è stata realizzata nel corso dei secoli una produzione molteplice nelle forme e nei contenuti.

La tradizione classica fa confluire nella letteratura moderna una visione topica fondamentale del notturno e della notte, quale cioè momento di quiete e di pace in cui gli elementi naturali e descrittivi, immersi nel silenzio e nell’oscurità, propagano tranquillità nell’animo dell’uomo.

La notte pone una distanza; la notte pone fra l’io del poeta e gli elementi interiori e esteriori. Le tenebre allontanano il reale e evocano da lontano le immagini della memoria; questa dilatazione dello spazio e del tempo operata dalla notte, che fa uscire l’uomo dal limite del presente, crea l’effetto poetico. Leopardi esprime bene i motivi di tale effetto poetico in due passi dello Zibaldone:

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…il poetico in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago… le parole notte, notturno ecc. le descrizioni della notte ecc. sono poeticissime, poiché la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sia di essa che di quanto ella contiene. Così oscurità profondo ecc.» e ancora dopo aver analizzato il suono e i suoi effetti riguardo all’idea di infinito dice: «…udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perché né l’udito né gli altri sensi non arrivano a determinare né circoscrivere la sensazione e le sue concomitanze… vedi in questo proposito Virgilio, Eneide VII v. 8 e segg. La notte o l’immagine della notte è la più propria ad aiutare o anche a cagionare detti effetti del suono. Virgilio da maestro l’ha adoperata.

(Zibaldone, 1929-30, 16 ottobre 1821)

In un altro passo dello Zibaldone viene ripresa la valenza emotiva del canto udito di notte da lontano; il silenzio notturno emerge per contrasto col canto e proprio il canto che attraversa il silenzio della notte suscita nell’animo del poeta il moto del ricordo che fa affiorare il passato e scatena l’effetto poetico:

Dolor mio nel sentir a tarda notte seguente al giorno di qualche festa il canto notturno de’ villani passeggeri. Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai Romani così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti ora passati ch’io paragonava dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio della notte, a farmi avvedere del quale giovava il risalto di quella voce o canto villanesco. (Zibaldone, 50-51)

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Leopardi “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?

Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?

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Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortale, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.

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Sintesi

La notte nell'immaginario poetico

  • Italiano = la notte nell'immaginario poetico (Leopardi, Pascoli, Pirandello)
  • Storia = la notte dei lunghi coltelli
  • Tedesco = la notte dei cristalli
  • Inglese = Joyce, The Finnegan's Wake
  • Arte = Van Gogh, la notte stellata
  • Film 'Buongiorno notte' su Moro

La notte... un argomento che mi ha particolarmente colpito, sul quale si può dire molto, specialmente perché, a seconda di come viene interpretata, assume molteplici significati.

La notte, scientificamente, è quel lasso di tempo che va dal tramonto del Sole al sopraggiungere della nuova alba.

Per me è qualcosa di più, è il tempo dell'oscurità e del mistero.

La notte è spesso paura, arte e infinito.

L'uomo guarda spesso la notte con atteggiamento di sostanziale timore: oltre che nera o scura, la notte, percepita come divinità, è immortale.

La notte, però, è anche il momento del sonno, visto positivamente come ristoratore in quanto ritempra l'uomo affaticato e ne placa almeno momentaneamente gli affanni, nonostante il sonno sia anche quanto di più simile vi sia alla morte.

In altri contesti la notte è spesso vista nei suoi aspetti positivi, come momento di sospensione, e, poiché la vita dell'uomo è infelice, e il male prevale comunque, corrisponde ad un momento di pausa tra il male di un oggi ormai trascorso e il male di un domani imperscrutabile.

Può capitare di dovere prendere decisioni o di agire nella notte; ma la veglia notturna è un fatto innaturale, perché prolunga le angosce e i tormenti dal giorno al periodo che dovrebbe essere dedicato al riposo.

O ancora le descrizioni del notturno sono rappresentate in modo tale da contrapporre alla generale quiete della natura il tormento (in genere una pena interiore) di un singolo da una spiccata sensibilità, esplorandone i suoi sentimenti profondi.

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