Montale
Montale faceva parte degli ermetici e, come si sa, l'ermetismo era una corrente letteraria che esprimeva il dissenso alla guerra e in Italia si oppose nettamente al fascismo. Verso il 1938 era diventato quasi obbligatorio per gli scrittori schierarsi dalla parte del fascismo per non essere perseguitati dalla censura.
La sua lunghissima carriera di poeta, scrittore, critico letterario e giornalista è stata da anni oggetto di numerosi studi dai quali si è prodotta una sterminata bibliografia che ha sottolineato le originali interpretazioni che Montale ha dato alle inquietudini dell'uomo contemporaneo, ispirandosi ai maestri del Simbolismo e del Decadentismo, ma forse ancor più a Leopardi, e rendendo al contempo estremamente attuali le loro innovazioni.
Con lo scoppio della Prima guerra mondiale Eugenio Montale è costretto a partire per il fronte. Alla fine della guerra comincia a pubblicare alcuni suoi lavori, attirando l'attenzione di noti intellettuali. Nel 1927 si trasferisce a Firenze, come collaboratore di Bemporad e in seguito direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux. Mentre la sua fama di poeta cresce, si dedica anche a traduzioni di poesie e testi teatrali, in prevalenza inglesi.
Dopo la Seconda guerra mondiale si iscrive al Partito d'Azione e inizia un'intensa collaborazione con varie testate giornalistiche, tra cui il Corriere della Sera, per conto del quale compie molti viaggi e si occupa di critica musicale. Montale ha ormai raggiunto fama internazionale, come attestano le numerose traduzioni di sue poesie in svariate lingue; nel 1967 viene nominato senatore a vita e nel 1975 ottiene il Nobel per la letteratura. Muore a Milano nel 1981.
Sviluppo
La prima raccolta di poesie, intitolata Ossi di seppia, esce nel 1925. Essa dà già la misura delle possibilità del giovane poeta e mostra la sua distanza da altri grandi poeti italiani, come Ungaretti, di poco più vecchi di lui. Tema centrale delle poesie di Ossi di seppia è il male di vivere, la coscienza della sconfitta dell'uomo irrimediabilmente prigioniero di un mondo di cui gli sfuggono le premesse e le conseguenze.
È l'angoscia, dunque, che spinge Montale a scrivere. L'angoscia e la coscienza dell'inutilità di ogni battaglia; ciò che, d'altra parte, non gli fa assumere un atteggiamento pietistico e rassegnato.
Il linguaggio di Montale mira a una «naturalistica precisione», fa uso di tecnicismi o anche termini dialettali; il tono è discorsivo e lascia spazio a descrizioni paesaggistiche che colgono l'ambiente ligure nella sua asprezza. Con ciò egli intende trovare una rappresentazione simbolica al dato oggettivo, ossia riuscire a evocare un'emozione attraverso la precisa descrizione di fatti e oggetti del mondo reale.
Le occasioni sono la seconda raccolta, pubblicata nel 1939. Già dal titolo questa nuova fatica permette di intuire le novità introdotte da Montale: le occasioni sono le situazioni contingenti dalle quali scatta la memoria di persone, incontri, eventi della vita passata. Dalla contemplazione dell'aspro paesaggio ligure, dunque, si passa al recupero di un vissuto personale tramite il quale le poesie si popolano di ricordi di viaggi o di volti talvolta immaginari.
La certezza della sconfitta non presuppone l'abbandono della speranza, che anzi sopravvive e si fa più evidente nei versi dedicati al mare, laddove questo è visto come termine positivo, come autentica lezione di vita. Se non è possibile trovare una risposta all'inutilità del vivere, allora è necessario conservare almeno l'aspirazione a che questo possa un giorno avvenire.
Che può offrire all'uomo, allora, la poesia? Qualche storta sillaba e secca come un ramo, dice Montale. Non certo risposte, né tantomeno certezze. Tutt'al più la coscienza di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. La poesia ha valore in quanto documento di un male di vivere dalle proporzioni cosmiche.
Da queste premesse scaturiscono le scelte e le intuizioni tecniche del poeta; il quale, rifuggendo ovviamente da uno stile alto e aulico, abbandona allo stesso modo l'ermetismo di Ungaretti, fatto di versi spezzati e parole accostate per il loro valore analogico.
Durante gli anni della Seconda guerra mondiale Montale compone i versi raccolti ne La bufera, che secondo Fortini sono tra i più difficili. L'eco del conflitto, qui, arriva a malapena; sembra che gli orrori e le morti non possano incidere in nulla su un pessimismo esistenziale già portato alle sue estreme conseguenze.
Ciò non ha mancato di deludere quanti si attendevano dal poeta un impegno civile decisamente più vistoso, dato che durante la dittatura la sua poesia era stata considerata da molti una via di scampo ai trionfalistici e retorici strombazzamenti del regime. Ma Montale non abbandona il suo cammino solitario e si arrocca anzi su posizioni, se possibile, ancora più negative nelle quali fanno però capolino accenni nuovi; soprattutto l'ironia, probabilmente legata alla sua età.
Col distacco di un vecchio, infatti, Montale può ora cedere il passo ai toni sarcastici con cui stigmatizza la moderna società, imbevuta di falsi miti e chiacchiere inutili. La sua lezione morale, dunque, resta sino alla fine lucida e coerente: da un mondo di ombre e parvenze, immaginiamo, il poeta si accomiata senza rimpianto.
La storia del secolo scorso è rimasta pesantemente segnata da quei grandi avvenimenti luttuosi che sono state le due Guerre Mondiali. Per questo motivo mi son posto la domanda se e come la Poesia sia stata toccata dalla guerra. I condizionamenti maggiori alla pratica poetica sono stati dettati sicuramente dai regimi nazionalsocialista in Germania e fascista in Italia, ed è per questo motivo che ho deciso di concentrare la mia ricerca su queste due realtà politico-culturali, non tralasciando però un'analisi, quantomeno superficiale, della realtà europea in genere, e in particolare della poesia francese, grande protagonista degli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale.
Chiaramente ogni parte politica tendeva a richiamare verso di sé più poeti e letterati possibile, affinché dessero maggior risalto alla loro attività politica.
Sfogliando la storia, ci si rende conto di una grandissima prevalenza della poesia impegnata di sinistra, anche perché la destra, nazionalista e conservatrice, non ha sviluppato nuovi stili di comunicazione, fermandosi spesso alla ripetizione di classici canoni del passato, offrendo quindi pochi spunti per rimanere nella Memoria.
Discorso diverso meritano poi le correnti letterarie che rifiutarono, o tentarono di rifiutare, di prendere un impegno politico ben preciso, come ad esempio la corrente ermetica italiana. Montale ci dice ad esempio, in una sua intervista:
«Io non sono stato fascista e non ho cantato del fascismo; ma neppure ho scritto poesie in cui quella pseudo-rivoluzione apparisse osteggiata».
Per questo motivo, all'indomani della Guerra, gli ermetici furono spesso accusati di connivenza con il fascismo. Più semplicemente essi tentarono di tenere separate le loro idee politiche dalla loro poesia, limitandosi, magari, a lasciare una sorta di ambiguità dietro alcuni cenni che potevano apparire di tipo politico, come l'epigrafe di Augusta D'Aubigny al volumetto Finisterre di Montale, apposta sopra la poesia La bufera:
Nella poesia di Montale il ricordo è un solo istante, un'immagine di breve durata che emerge per scomparire di nuovo inghiottita dal tempo. L'itinerario poetico di Montale è dunque segnato da queste lacerazioni che esprimono la crisi di valori del mondo contemporaneo e la condizione umana sovrastata da un potere sconosciuto.
La mia poesia di quel tempo non poteva che farsi più chiusa, più concentrata. Dopo la liberazione ho scritto poesie di ispirazione più immediata che per certi lati sembrano un ritorno all'impressionismo degli Ossi di seppia, ma attraverso il filtro di un più cauto controllo stilistico. Non vi mancano accenni a cose e fatti d'oggi. In ogni modo sarebbe impossibile pensarle scritte dieci anni fa. E perciò, a parte il loro valore, che non posso giudicare, debbo concludere che mi sento perfettamente a posto col cosiddetto «spirito del nostro tempo».
La situazione precedente
Nel biennio 1937-38 si presagiva la guerra in Europa: in Spagna la guerra civile volgeva a favore di Franco, sostenuto da fascismo e nazismo, e il Giappone stava invadendo la Cina. Alla testa dei regimi di destra c'era Hitler, appoggiato da Mussolini, che voleva far uscire l'Italia dall'isolamento, anche se c'era un forte risentimento per i tedeschi dalla Prima guerra mondiale e il desiderio di tenersi in posizioni di equilibrio per l'impreparazione economica e militare italiana.
L'Italia si alleò alla Germania con l'asse Roma-Berlino del 1936, ma in posizione di subordinazione. Molti erano a favore, ma erano presenti tendenze antifasciste, come l'Azione cattolica, e l'applicazione di provvedimenti antisemiti nel 1938 costò al fascismo molti dissensi. La potenza tedesca aumentò anche a causa della debolezza dei governi occidentali e dell'isolazionismo degli USA dopo la crisi del 1929.
Nel 1938 Hitler ammise l'Austria al Reich e poco dopo minacciò la guerra a Praga perché voleva la regione dei Sudeti, abitata da tedeschi. Il dissidio venne appianato nella conferenza di Monaco dello stesso anno con la cessione dei Sudeti alla Germania.
La causa principale della Seconda guerra mondiale fu l'espansionismo tedesco. Tutta la politica hitleriana, infatti, era finalizzata a un piano espansionistico aggressivo. Lo dimostra l'opera di Hitler Mein Kampf (La mia battaglia), che consiste nella creazione della grande Germania, che doveva comprendere tutti gli Stati di lingua tedesca. Questa politica portò l'Europa e il resto del mondo verso una nuova e tragica guerra.
Nel 1939 la Germania e l'U.R.S.S., che non voleva entrare in guerra, stipularono un patto di non aggressione con la Germania, che prese il nome di patto Ribbentrop-Molotov e comprendeva anche la spartizione della Polonia.
Il 1° settembre 1939 Hitler procedette all'invasione della Polonia. Prima ancora che l'esercito polacco potesse reagire, i tedeschi si erano già impadroniti dei centri nevralgici del Paese; nello stesso momento le truppe sovietiche procedevano a occupare la metà orientale del Paese.
La guerra coinvolgeva le tre maggiori potenze europee; tuttavia, nell'inverno 1939-40, gli eserciti si fronteggiarono senza però tentare attacchi. Le operazioni belliche più impegnative iniziarono solo nella primavera del 1940, quando l'esercito tedesco invase la Danimarca e la Norvegia.
Dopo queste conquiste, Hitler, il 10 maggio 1940, iniziò le operazioni sul fronte occidentale, invadendo il Belgio, l'Olanda e il Lussemburgo, anche se questi Paesi si erano dichiarati neutrali. I tedeschi inoltre sfondarono la resistenza degli anglo-francesi. Gli inglesi riuscirono a malapena a riparare a Dunkerque; dopo questa disfatta ebbe inizio una gigantesca operazione d'evacuazione che riportò in patria i soldati inglesi.
La Francia, dopo il crollo della linea anglo-francese, fu rapidamente invasa. Il 14 giugno le truppe tedesche entravano a Parigi e il 22 dello stesso mese fu firmato un armistizio. Nella parte meridionale del Paese si era formato un nuovo governo, che aveva la sua capitale a Vichy ed era d'orientamento di estrema destra e filonazista.
I successi ottenuti dalla Germania indussero Mussolini a entrare in guerra, così il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò che l'Italia era entrata in guerra. Questa decisione fece precipitare la già compromessa situazione francese: l'Inghilterra rimase quindi sola a fronteggiare l'attacco tedesco.
La posizione dell'Italia
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