Estratto del documento

L’industrializzazione

Sorregge

Il mondo?

Semeraro

Cecilia

5° h

Il benessere attuale è la conseguenza di un notevole mutamento avvenuto nel corso di migliaia di secoli e che ha lentamente modificato il sistema produttivo dalla nascita dell’uomo a oggi.

L’uomo quindi ha fatto uso delle sue capacità e ha costruito un sistema industriale oggi molto “efficiente”.

Attualmente alcuni fattori hanno determinato un notevole mutamento nell’organizzazione industriale.

Nel secondo dopoguerra si sono affermate le imprese multinazionali che operano sul mercato mondiale attraverso unità produttive insediate in più paesi, anche di diverso continente.

Lo sviluppo delle imprese multinazionali ha le sue radici nella formazione dei grandi gruppi monopolistici avvenuta alla fine dell’Ottocento. In una prima fase questi gruppi sono intervenuti all’estero essenzialmente per allargare il loro mercato, con l’obiettivo di rafforzare la loro posizione monopolistica attraverso il controllo delle materie prime e la conquista di aree di sbocco privilegiato per le loro produzioni. La presenza all’estero si è concretizzata quindi nella costruzione di infrastrutture per l’esportazione delle materie prime e nella creazione di strutture per la commercializzazione dei prodotti provenienti dal paese di origine del gruppo monopolistico.

Successivamente, si è sviluppata una fase di progressiva tendenza alla creazione di filiali destinate alla produzione diretta nel paese estero. L’affermazione delle multinazionali è stata favorita dalla superiorità tecnologica del paese di origine rispetto a quelli, in genere arretrati o sottosviluppati, dove si sono insediate le filiali.

Dopo la seconda guerra mondiale si è verificato un boom economico degli investimenti privati all’estero e della conseguente internazionalizzazione del commercio. Tale fatto ha naturalmente condizionato profondamente l’evoluzione tra paesi industrializzati e paesi del Terzo Mondo.

Le protagoniste di questo nuovo fenomeno sono state le aziende transnazionali, dette anche multinazionali. Si tratta di imprese di grandi dimensioni che dispongono di filiali disseminate nei vari paesi del mondo, che controllano da un quarto ad un terzo di tutta la produzione del pianeta e che sono molto attive nel campo della ricerca e dell’innovazione tecnologica.

Malgrado le multinazionali rappresentino oggi il settore più dinamico dell’economia mondiale, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di innovazioni tecnologiche, di merci e di informazioni, le preoccupazioni nei loro confronti riguardano soprattutto quelle situazioni in cui, basandosi sulla regola del “massimo profitto per l’impresa”, non viene tenuto in alcuna considerazione il fattore sociale: il che comporta quasi sempre conseguenze negative sui livelli di vita delle popolazioni.

Tali effetti sono facilmente riscontrabili quando esse operano nei paesi in via di sviluppo. In questi paesi, dove generalmente non viene adottato nessun tipo di controllo e di difesa nei confronti delle attività delle multinazionali, gli investimenti delle grandi società private trovano un terreno molto più proficuo per le loro iniziative economiche.

Da più parti, non solo nei paesi del Terzo Mondo ma anche in quelli più avanzati, sono stati denunciati gli effetti negativi di tale divisione internazionale del lavoro, che mantiene costante il forte squilibrio esistente non solo tra il Nord e il Sud del mondo, ma anche all’interno dei paesi del Terzo Mondo.

Quindi l’industria e la sua continua evoluzione è la responsabile del nostro benessere, ma è anche colpevole dello sfruttamento delle risorse e della manodopera nei paesi sottosviluppati.

Un’equa distribuzione delle risorse economiche mondiali sarebbe la soluzione per sopperire alla fame e all’arretratezza di molti paesi del mondo, ma quanti di noi sono, erroneamente, disposti a sacrificare le proprie ricchezze per il bene dell’umanità stessa?

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La seconda rivoluzione

L’industrializzazione

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Manger equilibrè

L’igiene Filippo Tommaso

Marinetti

Industria e società di massa

La grande “depressione”

I primi settant’anni dell’800 furono caratterizzati da una profonda crisi economica, dovuta a una diminuzione della domanda con conseguente sovrapproduzione industriale, una notevole diminuzione dei prezzi e quindi del guadagno.

Questo periodo nominato dagli storici grande “depressione” fu la conseguenza di una profonda crisi del settore agricolo e industriale europeo dovuta allo sviluppo dei mezzi di comunicazione che avevano permesso di trovare materie prime e prodotti finiti anche da altri paesi quali Stati Uniti, Canada, Argentina e Australia.

Per salvaguardare la produzione interna che aveva tratto svantaggio dalle importazioni, i paesi europei attuarono una politica protezionistica imponendo tasse e dogane sulle importazioni ed investendo sulla propria produzione. Ovviamente in questa situazione trassero vantaggio solamente le agricolture più sviluppate, mentre i piccoli proprietari terrieri continuarono a soccombere.

Nel settore industriale il motivo della crisi, cioè l’avvento di nuovi mercati mondiali, aveva creato una diminuzione delle vendite europee e quindi un aumento notevole della produzione rispetto alla domanda; inoltre il notevole incremento ferroviario si era arenato. Tutto questo comportò una flessione dei margini di profitto e la gente economicamente disagiata fu costretta ad emigrare.

Una seconda rivoluzione industriale

Dopo questo periodo di arretratezza la svolta avvenne con una fase di ripresa grazie all’innovazione tecnologica, che riguardò vari settori tra i quali la meccanica con l’utilizzo di nuovi mezzi di produzione come i torni, le fresatrici, le turbine, le macchine da cucire e i motori a scoppio.

Anche nel settore siderurgico ci furono dei miglioramenti grazie allo sviluppo dell’acciaio, che gradualmente sostituì la ghisa in quanto era più duttile e malleabile e più resistente.

Ma la vera innovazione avvenne nei settori chimico, elettrico e petrolifero, che permisero la fabbricazione di soda, coloranti e concimi. L’elettricità rivoluzionò non solo la vita domestica e cittadina, ma soprattutto la produzione industriale. Il petrolio consentì lo sviluppo dei motori a scoppio e a combustione interna; iniziò in questo periodo la diffusione dell’automobile che lentamente sostituirà la rete ferroviaria.

Le nuove scoperte

I

Marconi nasce (25 aprile 1874) ed effettua i suoi primi esperimenti ed alcune delle sue più importanti scoperte ed invenzioni alla fine dell’Ottocento, in un momento della storia del mondo contemporaneo in cui si sta verificando, dagli anni ’80-’90, un passaggio definitivo: la seconda rivoluzione industriale.

La prima era avvenuta alla metà del ’700 e aveva dato una forte spinta ai popoli dell’Europa occidentale. Basti pensare alla nascita delle ferrovie, all’utilizzo del motore a vapore nell’industria tessile, ecc.

Ma con la seconda rivoluzione industriale di fine Ottocento, quando la chimica, il petrolio, l’elettricità diventano le fonti primarie dell’energia e alimentano la “macchina” che sostituisce in gran parte il lavoro umano, il salto di qualità è grande e la tecnica diviene sovrana. L’uomo di fine secolo respira un clima culturale fiducioso ed ottimista nei confronti delle scienze e della tecnologia, che sembrano promettergli il dominio sulla natura, attraverso la lotta contro le malattie e l’utilizzo delle energie naturali. Sono di questa epoca le teorie evoluzionistiche di Darwin, le scoperte nel campo della medicina di Pasteur e di Koch, l’invenzione del motore a scoppio, applicato per la prima volta ad un veicolo nel 1886.

Le scoperte e le invenzioni nel campo della chimica, della meccanica e dell’elettrotecnica incalzano a ritmo serrato e trovano rapida applicazione nell’industria.

Dalla libera concorrenza ai monopoli

Il grande cambiamento industriale fu reso possibile dal monopolio capitalistico. Infatti fino ad allora il mercato era dominato da piccole e medie imprese; in questa seconda rivoluzione erano le grandi aziende ad invadere il mercato europeo. Nel frattempo la concorrenza straniera aumentava e le imprese, come segno di azione, si unificarono, determinando una concentrazione finanziaria e industriale, che non solo aveva monopolizzato il mercato economico ma influenzava sempre di più la politica. Inizia in questo periodo la corruzione politica per favorire gli interessi delle grandi imprese produttive, come segno indistinto della società capitalista novecentesca.

Il sistema finanziario

Lo slancio produttivo richiede un adeguato appoggio finanziario e così nascono le grandi banche che sostengono le iniziative degli imprenditori.

Al crescere dell’industria corrisponde ovviamente anche un aumento dei capitali che, oltre ad essere impiegati nel paese d’origine, vengono trasferiti in paesi più arretrati dove abbondano materie prime e mano d’opera a buon mercato e dove la speranza di realizzare profitti è maggiore. Quindi dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dagli Stati Uniti i capitali fluiscono verso la Cina, l’India, la Russia, l’America Latina.

La società di massa

La caratteristica principale della rivoluzione industriale fu la formazione della società di massa, cioè una civiltà in cui i fenomeni politici e culturali coinvolgono strati sempre più ampi della popolazione.

Noi oggi usiamo termini come “consumi di massa” o “mezzi di comunicazione di massa” come concetti senza i quali il nostro mondo sarebbe indispensabile. Ma dobbiamo sapere che la società di massa è un prodotto dell’industrializzazione e che la sua origine risale a poco più di un secolo fa.

Scienza, tecnica e industria

La vera fonte di sviluppo industriale fu il rapporto tra scienza, tecnologia e industria. La scienza si rivelò fondamentale non solo per l’industria, in quanto permetteva una continua innovazione dei mezzi di produzione, ma anche per lo Stato come strumento necessario per rendersi competitivi rispetto agli altri paesi.

La fiducia nella scienza nasce dalla consapevolezza che il progresso può assicurare all’uomo un tenore di vita migliore.

Si pose dunque l’attenzione sull’istruzione che da privilegio delle classi agiate divenne accessibile a vari strati della popolazione; la scuola dunque era diventata lo strumento necessario non solo per creare una classe operaia in grado di adattarsi alle nuove esigenze industriali, ma anche per formare personale in grado di gestire la vita amministrativa e la stessa vita pubblica.

Due furono i grandi problemi che si posero gli Stati: primo di tutti la lotta all’analfabetismo con la creazione e lo sviluppo dell’istruzione elementare, e inoltre un miglioramento dell’istruzione superiore che doveva essere in grado di preparare professionisti in possesso delle competenze tecniche e culturali necessarie a gestire lavorazioni industriali sempre più complesse.

Industria culturale e tempo libero

La diffusione dell’istruzione permise la nascita di un’industria culturale, cioè lo sviluppo di quotidiani, riviste, libri che prima erano riservati a una classe elitaria. Il cinematografo che fino ad allora era considerato un fenomeno da baraccone diventò un vero e proprio fenomeno culturale.

La nascita di una vera e propria industria culturale, cioè di un insieme di attività produttive legate all’informazione, alla cultura, allo spettacolo, è un prodotto tipico della civiltà industriale di massa.

Fu in questa fase storica che si sviluppò anche l’industria del tempo libero, l’insieme di attività ricreative, turistiche e sportive dedicate al tempo “di non lavoro”.

Cultura, istruzione e consenso

La diffusione dell’informazione e della cultura deriva dal fatto che la libertà di stampa, almeno nelle democrazie, divenne un valore irrinunciabile. Questo processo condusse alla formazione di un’opinione pubblica potenzialmente coincidente con l’intera popolazione.

Dall’altro lato, fu lo stesso potere politico a rendersi conto che i mezzi di comunicazione di massa erano canali privilegiati per l’acquisizione del consenso, strumenti fondamentali di lotta politica.

Da questo momento, il condizionamento e la manipolazione dell’opinione pubblica divennero problemi politici di primaria importanza.

Analogamente, il grande impegno degli Stati nazionali nell’istruzione si spiega anche con la scelta di fare della scuola un veicolo fondamentale per la formazione dell’identità nazionale, per la diffusione di conoscenze e valori condivisi.

Le masse nella società industriale

Con l’avvento della società industriale mutarono in modo profondo anche le istituzioni e la concentrazione stessa della vita politica. Le masse, infatti, entrarono sulla scena della storia non più in forma episodica, ma in modo stabile e duraturo. Strumento di questa trasformazione fu il suffragio universale, che tra Ottocento e Novecento fu introdotto, anche se solo alla popolazione maschile, in tutti i sistemi politici occidentali.

L’estensione del suffragio universale fu la conseguenza dei mutamenti economici e sociali: nel momento in cui la classe operaia e i ceti medi, tradizionalmente esclusi dalla vita politica, assumevano un ruolo nuovo e centrale come lavoratori e consumatori, si pose il problema della loro rappresentanza politica. Dopo molte resistenze, le classi dirigenti si resero conto che la partecipazione politica di strati sempre più ampi della popolazione non rappresentava una minaccia di sovversione della società, ma l’unico modo per governarla.

Il suffragio femminile, invece, tardò di qualche decennio rispetto a quello maschile e questo fu motivo di una lunga battaglia condotta da gruppi femminili, le cui militanti venivano chiamate “suffragette”, e fu infine riconosciuto perché era mutata la situazione della donna nella società: con il lavoro in fabbrica e negli uffici, milioni di donne acquisivano, almeno potenzialmente, indipendenza economica e autonomia dalla famiglia, svolgendo ruoli economici e sociali ormai indispensabili, anche se con maggiore precarietà e minori retribuzioni rispetto ai colleghi maschi; si pose dunque il problema dell’emancipazione femminile. Una delle più grandi conquiste in tale direzione fu proprio il diritto di voto, cioè la piena realizzazione del suffragio universale.

Una nuova cultura: la pace

La presa del potere da parte della “borghesia” in quasi tutte le nazioni europee e il progressivo diffondersi dell’industrializzazione modificano profondamente non solo i metodi di produzione e l’organizzazione del lavoro, ma anche i costumi e la mentalità degli uomini, creando nuovi atteggiamenti culturali e nuovi valori.

Finalmente si comincia a capire che scoperte e invenzioni possono essere finalizzate non solo alla guerra, ma a processi di sviluppo e di accrescimento del benessere individuale e collettivo, cose che oggi fanno parte del nostro bagaglio culturale, ma che per allora erano vere scoperte.

Sono anni pieni di fervori, di interessi che si incrociano, e anche di conflitti politici all’interno di molti paesi, soprattutto tra quelli più direttamente investiti da questo processo di sviluppo tecnico-industriale, quindi l’Europa centro-occidentale e gli Stati Uniti d’America, ma sono anche anni complessivamente di pace.

Mai nella storia dell’Europa moderna si era veduto un periodo di pace così lungo come quello tra il 1870 e il 1914, quando scoppierà la prima guerra mondiale.

Infatti dalla rivoluzione francese fino al 1870 circa vi era stata un’esplosione violenta di nazionalismi: la scoperta delle individualità delle nazioni era omologa alla scoperta e alla conquista dell’individualismo borghese. D’altra parte il nazionalismo ottocentesco aveva avuto proprio le sue radici nella rivoluzione francese: la conquista delle identità dei popoli che costituivano l’Europa non poteva non entrare in conflitto con altre conquiste di identità: i popoli si ritrovano nelle proprie radici, nelle proprie tradizioni e non accettano più contaminazioni, collaborazioni, cose che verrebbero considerate come un inquinamento di questi valori autoctoni e tradizionali.

Ma con la svolta tecnologica degli anni ’80-’90 tutto questo viene ad affievolirsi, per cui la pace, il disarmo delle nazioni a vantaggio delle nuove armi della tecnica e della scienza procura un lungo periodo di equilibrio e di benessere e si viene a stabilire un rapporto stretto tra sviluppo ed evoluzione pacifica tra i popoli.

L’espansione coloniale

C’è però l’idea che questo equilibrio possa essere garantito soltanto dall’espansione coloniale. Ogni paese che si crede partecipe dello sviluppo scientifico e tecnologico considera le colonie un serbatoio naturale di forza lavoro a basso costo, un luogo per l’approvvigionamento delle materie prime ed un bacino per l’espansione dei consumi, assolutamente necessaria perché l’industria possa ulteriormente espandersi.

L’ideologia nazionalista e colonialista condurrà ad una organizzazione militaristica delle maggiori potenze europee, introducendo elementi di inquinamento dei rapporti internazionali che si riveleranno nella prima e seconda guerra mondiale. Il ’900 si aprirà con questo conflitto al momento soltanto ideale e culturale, che poi sfocerà nel grande conflitto mondiale del 1914-18.

Filippo Tommaso Marinetti e il

Futurismo

Le Avanguardie storiche

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