Esami di Stato
Anno scolastico 2011-2012
Liceo scientifico “A. Scacchi”
Il mondo della seconda rivoluzione industriale
Roberta Magnotta
Va la seconda rivoluzione industriale
1870-1914
Lo sviluppo dell’industria iniziato nella seconda metà del Settecento continuò per tutto l’Ottocento e proseguì nel Novecento. Tuttavia, nella seconda metà del XIX secolo l’industrializzazione prese caratteristiche diverse e più complesse rispetto a quelle del secolo precedente. Gli storici chiamano questa nuova fase Seconda Rivoluzione Industriale.
La Seconda Rivoluzione Industriale si caratterizzò e differenziò dalla prima per vari aspetti: mentre dapprima l’industria si era concentrata in certi paesi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, ora si diffondeva in quasi tutto il continente europeo e anche in paesi periferici come la Russia e il Giappone.
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Inoltre la prima fase dell’industrializzazione era stata condizionata dalla tecnologia del ferro e del carbone: ciò aveva favorito quei paesi che possedevano ricchi giacimenti delle due fonti energetiche come l’Inghilterra, il Belgio, la Francia e la Germania.
Nella seconda metà dell’Ottocento, invece, le scoperte resero più agevole l’industrializzazione a paesi come l’Italia o il Giappone. In particolare, in questo periodo l’energia elettrica sostituì il vapore, di conseguenza si affermò l’industria produttrice di energia elettrica.
Nacque il motore a scoppio e si perfezionò la produzione dell’acciaio favorendo la nascita di industrie chimiche e elettromeccaniche. Mentre la Prima Rivoluzione Industriale si era distinta per il moltiplicarsi delle unità produttive con pochi lavoratori, la seconda si caratterizza per la tendenza alla crescita delle dimensioni delle aziende e della loro incidenza sul mercato.
Un altro aspetto che caratterizza questa seconda industrializzazione è il prevalere del capitalismo finanziario rispetto a quello industriale e aumentano anche gli interessi tra banche e industrie. Anche la società a fine Ottocento è cambiata: ci si avvia verso la società di massa, nasce una nuova classe sociale e gli operai di fabbrica si oppongono alla borghesia.
Trasformazioni economiche – La crisi del 1873 e il calo dei prezzi
La Seconda Rivoluzione Industriale ebbe, tuttavia, inizio con un’improvvisa crisi di sovrapproduzione caratterizzata da una prolungata caduta dei prezzi. A partire dal 1873 la grande crisi economica subì un rallentamento: l’economia mondiale entrò in un periodo di difficoltà che durò oltre vent’anni, un periodo che i contemporanei hanno chiamato Grande depressione.
Il settore agricolo aveva realizzato importanti progressi tecnici: l’uso sempre più diffuso dei concimi chimici, l’estensione delle opere di bonifica e di irrigazione e l’introduzione di nuove colture resero possibile accrescere la superficie coltivabile e aumentare i rendimenti dei terreni.
In quasi tutta l’Europa orientale e in buona parte dell’area mediterranea, però, la situazione era diversa: la persistenza del latifondo di origine feudale, delle antiche gerarchie sociali e della povertà dei coltivatori continuavano ad essere ostacoli insuperabili per l’innovazione tecnologica e per gli investimenti sulla terra.
La crisi del 1873 fu un colpo durissimo per tutta l’agricoltura europea, ma soprattutto per quella più arretrata. Fu provocata dalla concorrenza dei prodotti agricoli, in primo luogo i cereali provenienti dalla Russia e dai “nuovi granai” del mondo, quali Stati Uniti, Canada, Argentina, Australia, India e Nuova Zelanda.
Questi erano tutti paesi che potevano produrre e vendere a prezzi inferiori di quelli europei perché disponevano di grandi estensioni di terreno coltivabili, di manodopera a basso costo e di un’agricoltura meccanizzata.
La crisi, però, riguardò anche il settore industriale e alla base di questo fenomeno c’era un eccesso dell’offerta dei beni rispetto alla capacità di assorbimento: le aziende prima erano costrette a ridurre la produzione, poi a licenziare gli operai e, in molti casi, a cessare la loro attività.
Sia la crisi agricola che quella industriale furono crisi di sovrapproduzione: esse vennero causate, infatti, dall’eccesso di merci immesse sul mercato e non dalla mancanza di beni.
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La Grande depressione non fu, tuttavia, un periodo esclusivamente negativo perché al suo interno maturarono innovazioni tecnologiche e organizzative.
Le invenzioni e le nuove tecnologie
Negli anni fra il 1870 e il 1900 fecero la loro prima apparizione una serie di strumenti, di macchine e di oggetti d’uso domestico che sarebbero poi diventati parte integrante della nostra vita quotidiana: la lampadina, l’ascensore, i pneumatici, il motore a scoppio, il telefono, la macchina per scrivere, la bicicletta, l’automobile, il cinema, il telegrafo senza fili, ecc.
Non tutte le invenzioni, però, trovarono un impiego pacifico: la dinamite, ad esempio, fu usata principalmente per uno scopo bellico poiché in quegli anni erano necessari esplosivi più potenti per perforare le corazze delle navi che cominciavano ad essere costruite con l’acciaio.
Il Novecento si aprì con un’invenzione che avrebbe trasformato il mondo: nel 1903 due americani fecero sollevare da terra un mezzo molto più pesante dell’aria, ma soltanto otto anni dopo fu costruito il primo aereo avente una struttura coperta da una tela.
Nonostante tutte queste invenzioni, la vera novità di questa industrializzazione non fu tanto nella conquista della scienza, quanto nell’applicazione in larga scala delle scoperte scientifiche ai vari rami dell’industria.
Così, il legame che venne a crearsi tra scienza e tecnologia e industria e mondo della produzione diventava sempre più stretto.
Il motore a scoppio – L’elettricità e il petrolio
Se la Prima Rivoluzione Industriale si era fondata essenzialmente su un tipo di macchina, quella a vapore, e su una fonte di energia, il carbon fossile, la Seconda fu caratterizzata dall’invenzione del motore a scoppio e dall’utilizzo dell’elettricità.
Il motore a scoppio fu il risultato di una serie di studi e di esperimenti che videro impegnati scienziati di diversi paesi. Solo nel 1885 due ingegneri tedeschi, Daimler e Benz, riuscirono a montare dei motori a scoppio più potenti e meno ingombranti di quelli a vapore su autoveicoli a due ruote, realizzando le prime automobili.
Tuttavia il primato del carbone e della macchina a vapore sarebbe stato ben presto soppiantato da una nuova e rivoluzionaria forma di energia: l’elettricità.
Questa era oggetto di studio da oltre un secolo, ma i primi apparecchi elettrici risalivano ai primi decenni dell’800. La prima applicazione si ebbe con la realizzazione dei primi generatori in grado di trasformare il movimento di un corpo in un campo magnetico in corrente elettrica.
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Lo sviluppo dei trasporti
I trasporti divennero più sviluppati e complessi: basti pensare che negli Stati Uniti si passò dai 15000 Km di linee ferroviarie a più di 150000 Km.
L’enorme sviluppo del trasporto ferroviario rivoluzionò in breve tempo i commerci e la possibilità di movimento delle popolazioni interessate.
Per quanto riguarda il sistema navale, grazie allo sviluppo della metallurgia e all’introduzione dell’elica, furono costruiti i primi scafi in ferro e in acciaio, grazie ai quali si poterono costruire i transatlantici.
Pian piano, le navi a vela vennero sostituite da quelle a vapore e importante per il commercio marittimo fu la costruzione di canali, come quello di Suez nel 1869, che determinò lo spostamento dei traffici tra l’Atlantico settentrionale e l’Oceano Indiano.
Parallelamente ai trasporti, anche le comunicazioni divennero sempre più efficienti: la scoperta dell’elettromagnetismo con l’invenzione del telegrafo e del telefono permise le comunicazioni intercontinentali.
Una nuova fase del capitalismo
Negli ultimi decenni dell’Ottocento sorse la tendenza alla concentrazione dell’attività produttiva e alle coalizioni e fusioni tra diverse società e fabbriche.
Il capitalismo entrò, allora, in una nuova fase: le maggiori industrie e le banche più potenti iniziarono ad acquistare un carattere monopolistico con la conseguente riduzione o eliminazione della concorrenza.
Questa nuova forma di capitalismo è caratterizzata dalla concentrazione del capitale industriale e finanziario, cioè dal fatto che la proprietà delle grandi imprese industriali è concentrata nelle mani di pochi imprenditori e il capitale bancario è controllato da pochi, ma grandi istituti di credito.
Questo fenomeno fu dovuto a tre principali fattori: in primo luogo il fallimento, per effetto della crisi del 1873, di migliaia di aziende piccole e medie e il loro assorbimento da parte delle imprese più forti; in secondo luogo la concorrenza internazionale e, infine, il fatto che i nuovi settori produttivi erano tutti ad alta intensità di capitale, cioè richiedevano grandi investimenti in macchinari e impianti.
In questo contesto solo le banche potevano assicurare gli imponenti flussi di denaro necessari alla nascita e alla crescita dei colossi.
Fra banche e imprese si venne a creare un rapporto di compenetrazione: le imprese dipendevano dalle banche e le banche legavano le loro fortune a quelle delle imprese.
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Questo intreccio tra industria e finanza fu definito capitalismo finanziario.
La produzione di massa e il Taylorismo
Alle grandi dimensioni delle imprese si accompagnò un nuovo modo di produrre, infatti per venire incontro ai desideri dei consumatori, c’era bisogno di prodotti standard e con caratteristiche identiche.
Dopo il 1896, i prezzi crebbero e crebbe anche il livello dei salari che, a sua volta, determinò un allargamento del mercato.
Le industrie si trovarono a produrre beni la cui produzione era stata fino ad allora assicurata solo dal piccolo artigiano o dall’industria domestica.
Questi beni iniziarono ad essere prodotti in serie e venduti attraverso una rete commerciale dando inizio alla produzione di massa.
Nelle grandi fabbriche fu introdotto un nuovo sistema di organizzazione del lavoro messo a punto dall’americano Taylor, dal quale prese il nome di Taylorismo, basato sulla suddivisione del processo produttivo in singoli gesti per ciascuno dei quali era calcolato un tempo standard.
In poche parole, all’operaio doveva essere assegnata una sola mansione che doveva svolgere per tutta la giornata.
Ciò privava ogni lavoratore di autonomia decisionale e creativa, facendolo diventare un oggetto sottomesso alla macchina.
Il principio del Taylorismo fu applicato nella catena di montaggio e consentì di ridurre notevolmente i tempi di lavoro.
La prima catena di montaggio fu introdotta nel 1913 nelle autofficine automobilistiche Ford di Detroit.
Trasformazioni sociali – La società di massa
Ma è solo alla fine dell’800 che, con il diffondersi dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione, vengono a delinearsi i contorni della società di massa.
In questa società la maggior parte dei cittadini vive in grandi e medi agglomerati urbani, gli uomini sono, quindi, a stretto contatto gli uni con gli altri ed entrano in rapporto fra loro con maggiore facilità e frequenza.
La società di massa è una realtà complessa risultante dall’intreccio di una serie di processi economici, di trasformazioni politiche e di mutamenti culturali che ha segnato, come pochi altri fenomeni, la storia degli ultimi cento anni.
Un ruolo di grande importanza nel plasmare i lineamenti della nuova società fu svolto dalla scuola: negli ultimi decenni dell’800 si cercò ovunque di dare attuazione al principio secondo cui l’istruzione non era un bene riservato ai membri di una élite sociale, ma era un’opportunità da cui nessuno doveva essere escluso.
A partire dagli anni ’70, tutti i governi d’Europa si impegnarono per rendere l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita, per sviluppare quella media e per portare l’insegnamento sotto controllo pubblico.
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La borghesia e il nazionalismo
La classe sociale dominante negli ultimi decenni dell’Ottocento fu ancora la borghesia: la borghesia era la classe sociale proprietaria dei mezzi di produzione e che investiva i propri capitali per ottenere un profitto.
Erano considerati borghesi diverse figure sociali: i banchieri, i proprietari di medie e grandi aziende agrarie, gli imprenditori industriali, i commercianti, gli intellettuali, ecc.
La classe borghese aveva un suo stile di vita, abitudini uniformi, case uguali situate nei quartieri residenziali, i giovani frequentavano le migliori scuole e università e i borghesi ricchi e spensierati potevano dedicarsi allo sport per puro divertimento.
In tutti i settori della borghesia si diffuse ben presto l’ideologia del nazionalismo: alla sua base c’era una fortissima volontà di identificarsi con la propria nazione e un forte amore per la propria patria.
La classe operaia e il socialismo
Dopo la Grande depressione molti cittadini e artigiani avevano cambiato lavoro occupandosi nelle acciaierie, nelle miniere, nelle costruzioni edili.
Alla fine dell’Ottocento, circa i due terzi della popolazione che lavorava nelle grandi città erano impiegati nelle industrie.
L’essere proletari divenne una condizione sociale comune a milioni di uomini che condividevano abitudini, stili di vita e progetti per il futuro.
Era proletario chi, non disponendo di altro che della propria capacità di lavorare, trovava occupazione come operaio nelle fabbriche.
Il termine operaio indicava le diverse figure sociali quali l’artigiano, il contadino, le donne e i bambini.
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