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Evasione fiscale e paradisi fiscali

Il fenomeno dell’evasione e dei paradisi fiscali è emerso recentemente alla luce dei fatti accaduti in Liechtenstein ed è diffuso non solo fra gli Stati europei ma nel mondo intero.

Il Liechtenstein è un piccolo stato dell’Europa centrale che si è arricchito grazie al sistema bancario e creditizio molto avanzato e avvantaggiato da un segreto bancario assoluto e da una normativa fiscale particolarmente privilegiata.

Nel febbraio 2008 è venuto alla luce uno scandalo di evasione fiscale in Germania.

I servizi segreti tedeschi hanno acquistato da un ex dipendente del Gruppo LGT, Heinrich Kieber, un dvd con circa 1.400 nomi di evasori fiscali accorsi in Liechtenstein a nascondere i loro redditi.

La LGT è la più grande banca del Liechtenstein ed è di proprietà del principe Alois. Le autorità tedesche sono riuscite ad entrare in possesso di informazioni anche riguardo a 2.300 clienti di un altro grande istituto bancario del Principato, la LLB.

Questo dvd ha girato il mondo; è stato acquistato anche da Stati Uniti e Gran Bretagna, mentre Olanda, Svezia, Norvegia hanno ottenuto i dati direttamente da Berlino.

In questo scandalo è coinvolta anche l’Italia, infatti è stata pubblicata la lista, procurata grazie alla Germania, dei 157 cittadini italiani, presunti evasori, con depositi in Liechtenstein per un ammontare complessivo di 1,3 miliardi.

Nel complesso l’elenco sul quale l’agenzia delle Entrate e le quaranta procure stanno indagando riguarda 400 beneficiari, perché i fondi spesso hanno la forma di family trust allargati a parenti di vario livello.

Il reato ipotizzato è omessa e infedele denuncia dei redditi ma il rischio prescrizione è concreto, trattandosi di fatti risalenti a un’epoca che finisce nel 2002 e questi reati si prescrivono in sette anni e mezzo. 1

L’evasione fiscale è una problematica vicina a noi più di quanto immaginiamo, essa danneggia l’economia nazionale e impedisce di ripartire equamente il carico tributario fra tutti i cittadini.

È necessario analizzare le cause reali che spingono un privato o un’impresa a cercare di non pagare le imposte. Un’eccessiva imposizione fiscale non sarebbe certo la soluzione per assicurare allo stato maggiori entrate, infatti questa manovra può essere un disincentivo a lavorare o a dichiarare.

Secondo l’opinione pubblica le principali cause sono: l’elevata imposizione fiscale, lo scarso controllo degli organi competenti, la cattiva gestione delle risorse pubbliche e l’aspettativa dei condoni.

Un’efficace azione di contrasto

Occorre intraprendere per recuperare quel “sommerso fiscale”; tuttavia nella lotta all’evasione noi Italiani siamo indietro rispetto agli altri paesi europei. Lo stato dovrebbe impegnarsi più concretamente in tecniche di contrasto come l’aumento dei controlli e l’inasprimento delle pene.

In media, più del 60% delle aziende italiane evade il fisco, con danni gravi per l’economia.

Non tutti gli individui hanno la stessa possibilità di evadere le imposte.

Vi sono enormi differenze tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti, e tra individui monoreddito e individui con una pluralità di fonti di reddito. Ovviamente la conseguenza di questa disparità è l’inasprimento del peso fiscale su alcune categorie piuttosto che altre.

L’evasione fiscale altro non è che la risposta ad un eccessivo peso fiscale e ad un sistema complesso e complicato che semplifica l’evasione e la rende remunerativa.

L’impegno dell’OCSE e dell’Unione Europea sull’eliminazione della concorrenza fiscale dannosa è notevole e costante e si realizza attraverso una serie di raccomandazioni e Direttive che negli ultimi anni cominciano a raggiungere i primi significativi risultati. 2

Paradiso fiscale

Un paradiso fiscale è uno Stato la cui normativa riguardante la fiscalità, il settore bancario e finanziario consente di attirare grandi masse di capitale grazie a condizioni particolarmente agevolate.

Un paradiso fiscale possiede almeno una delle seguenti caratteristiche:

  • Tassazione nulla o puramente nominale, ma non effettiva;
  • Assenza di uno scambio effettivo di informazioni con altri Paesi;
  • Mancanza di trasparenza nelle disposizioni legislative ed amministrative;
  • Non richiesto, quale requisito per la concessione dei benefici fiscali, che l’attività svolta nel paese abbia carattere sostanziale.

Questo consente considerevoli risparmi ai soggetti (persone singole o imprese) che vi stabiliscono la residenza o la sede legale. Le regole particolarmente rigide sul segreto bancario consentono di compiere transazioni coperte.

Sebbene non vi venga esercitata nessuna reale attività produttiva, grazie alla particolare elasticità e alla riservatezza dei loro servizi finanziari e bancari i paradisi fiscali attirano grandi masse di capitale più o meno “pulito”; infatti vengono utilizzati per occultare grandi patrimoni, ma anche per riciclare denaro proveniente da attività illecite e criminali (quali ad esempio il traffico internazionale degli stupefacenti o il commercio illegale delle armi). 3

Occorre inoltre ricordare le regole societarie che consentono l’emissione di azioni al portatore, un insieme ridottissimo di formalità societarie e contabili e regole favorevoli per la creazione di servizi finanziari (come per esempio regole minime per ottenere licenze che consentano di operare fondi di investimento).

I paradisi fiscali corrispondono solitamente a piccoli stati, per i quali i proventi delle attività correlate alla registrazione delle società e all’intermediazione finanziaria costituiscono la gran parte delle entrate.

I motivi per cui un privato cittadino decide di creare una società di comodo in un paradiso fiscale possono essere molteplici: per evadere il fisco, in primo luogo, ma anche, per esempio, per sfuggire ai creditori o alle pretese del coniuge da cui si sta separando.

Fanno largo uso dei paradisi fiscali le imprese multinazionali nello svolgimento di attività perfettamente legali, sempre con lo scopo di pagare la minor quantità possibile di imposte.

Le organizzazioni criminali, infine, utilizzano i paradisi fiscali per “ripulire” i proventi delle loro attività illecite, per esempio il traffico di armi o di droga.

Secondo uno studio effettuato dall’Ufficio Italiano Cambi relativo al periodo 1996-1998, ogni mese sono usciti dall’Italia verso i paradisi fiscali circa oltre 5 miliardi di euro, mentre un rapporto ONU del 1998 stimava l’ammontare globale dei fondi depositati nei paradisi fiscali in 5000 miliardi di dollari (circa 5500 miliardi di euro), ossia circa la metà di tutti capitali mondiali investiti all’estero.

L’enormità delle cifre in gioco aiuta a comprendere quanto sia difficile un’efficace repressione del fenomeno: se i paradisi fiscali venissero completamente aboliti non sarebbero solo le organizzazioni criminali a trovarsi in difficoltà.

Numerose imprese multinazionali si troverebbero infatti a dover pagare più tasse, mentre le maggiori borse mondiali dovrebbero rinunciare a un consistente afflusso di capitali che, anche se di dubbia provenienza, alimenta una buona parte delle speculazioni finanziarie su cui le borse stesse costruiscono le loro fortune.

Al boulevard Prince Henry di Lussemburgo, capitale dell’omonimo Granducato, al n. 13, tutte nello stesso palazzo si possono trovare le sedi di Pirelli, Mondadori, Tosi, Merloni Ariston e, 50 metri più in là,

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Meccanica Finanziaria, Lucchini, Autogrill, Franzoni, Gazzoni Frascara e Valentino.

Il gruppo Mediaset è a Malta, l’Istituto Mobiliare Italiano è a Madeira e il 50% (112 su 250) delle società quotate in borsa ed il 25% (22 su 88) dei gruppi bancari hanno partecipazioni, quasi sempre di controllo, in società residenti nei paradisi fiscali.

Le autorità internazionali hanno adottato una serie di misure che consentono di limitare l’attività di tali giurisdizioni. Si citano al proposito le direttive dell’OECD, il Patriot Act e Sarbanes-Oaxley statunitensi, le raccomandazioni dell’Egmont Group e del Wolfsberg Group.

La «black list» dell’OCSE

L’OCSE ha pubblicato nel 1998 il primo rapporto sulla concorrenza fiscale dannosa “Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue” in cui si distingue tra “paradisi fiscali” (tax heavens) e “regimi fiscali preferenziali dannosi” (harmful preferential tax regimes). 5

I regimi fiscali preferenziali sono numerosi e possono comportare una competizione fiscale dannosa, tale da attrarre capitali dall’estero a danno degli altri Stati.

I veri e propri paradisi fiscali non sono caratterizzati solo dal basso livello di tassazione ma anche dall’assenza di un effettivo scambio di informazioni

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