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L’età giolittiana

Giovanni Giolitti nacque a Mondovì (Cuneo) nel 1842 e morì nel 1924. Fu uno dei più importanti statisti italiani.

Si laureò in Giurisprudenza e percorse rapidamente una brillante carriera amministrativa.

Divenne, infatti, consigliere di Stato, ministro del Tesoro e nel 1892 formò il primo dei suoi cinque ministeri.

L’Ottocento, in Italia, si chiuse all’insegna della crisi economica e del disagio sociale.

La produzione industriale era cresciuta, ma si concentrava ancora nel triangolo Milano - Torino – Genova; l’agricoltura al Nord si era evoluta tecnicamente e il paese aveva compiuto alcuni passi significativi verso la modernizzazione; si era però aggravata la questione meridionale, ossia l’arretratezza economica e sociale del Mezzogiorno, e in genere restavano molto difficili le condizioni di vita delle masse povere, contadine e operaie. Lo testimonia l’entità del fenomeno migratorio: negli ultimi vent’anni dell’Ottocento circa 5 milioni di italiani lasciarono il paese.

L’età giolittiana

L’età giolittiana è il periodo dominato politicamente dalla figura di Giovanni Giolitti, che iniziò col 1901 e finì col 1914.

Il decennio dell’età giolittiana segnò anzitutto il ritorno alla centralità del Parlamento, contro le tentazioni autoritarie degli anni precedenti, e lo sviluppo di una politica riformista, perseguita attraverso l’accordo con i rappresentanti del movimento operaio, cioè i sindacati e il Partito socialista. Con Giolitti il governo, invece di usare la forza per difendere interessi di parte, ossia degli imprenditori, tendeva a rimanere neutrale: lavoratori e imprenditori dovevano intavolare trattative sui problemi specifici e trovare un accordo. Di conseguenza, il tasso di conflittualità sociale e politica si abbassò, o almeno trovò in molti casi una composizione pacifica.

Tra i più importanti aspetti del riformismo giolittiano ricordiamo la garanzia effettiva del diritto di sciopero e, nel 1904, l’entrata in vigore di leggi per tutelare il lavoro delle donne e dei ragazzi e per sostenere l’invalidità e la vecchiaia.

Inoltre, una nuova legge scolastica riorganizzò e migliorò l’istruzione elementare.

Nel 1912 una riforma elettorale estese il diritto di voto a tutti i cittadini maschili (suffragio universale maschile), inclusi gli analfabeti, purché avessero compiuto trent’anni. Gli elettori salirono così a oltre 9 milioni e sia il ceto medio sia i lavoratori poterono entrare direttamente nella vita politica del paese.

L’età giolittiana fu il periodo del definitivo decollo industriale italiano. I nuovi impianti idroelettrici misero a disposizione molta energia per le fabbriche; si svilupparono l’industria chimica (specie per la produzione della gomma: pneumatici e cavi), quella meccanica e automobilistica (con la Fiat di Torino) e quella agroalimentare.

Lo slancio dell’industria e la crescita produttiva, tuttavia, non coinvolsero l’intero territorio nazionale. Il Sud fu toccato poco o per nulla dal “decollo”, tanto che l’emigrazione aumentò notevolmente: nel decennio di governo di Giolitti circa 8 milioni di italiani lasciarono il paese, e la maggior parte di loro proveniva dal Sud e dalle isole. Giolitti non seppe quindi affrontare la questione meridionale con una politica di ampio respiro e anzi, secondo critiche che già al suo tempo si levarono, non volle farlo. In particolare, secondo uno storico e studioso della questione meridionale, accusò Giolitti di clientelismo, cioè di concedere favori e vantaggi a potenti locali e a parlamentari che potevano assicurargli pacchetti di voti: un malcostume politico di cui Giolitti senza dubbio si servì e che aveva luogo soprattutto nel Sud Italia.

L’allargamento alle masse popolari della partecipazione politica fu comunque un risultato di primaria importanza del decennio giolittiano. Questo allargamento non solo favorì, a sinistra, lo sviluppo in senso democratico del movimento dei lavoratori, ma rimise anche in moto la partecipazione dei cattolici alla vita politica.

Giolitti, infatti, cercò un accordo con i cattolici per evitare che l’ampliamento del corpo elettorale desse la vittoria ai socialisti. In vista delle elezioni nel 1913, egli strinse un accordo informale con l’Unione elettorale cattolica, il cosiddetto patto Gentiloni. Così i cattolici votarono per i candidati liberali, in cambio dell’impegno a salvaguardare l’istruzione religiosa nella scuola pubblica e a bloccare proposte di legge sul divorzio, e Giolitti ottenne una larga maggioranza di deputati.

Finiva in tal modo la lontananza dei cattolici dalla vita politica del paese.

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli, nato a San Mauro di Romagna nel 1855, visse un’infanzia lieta e spensierata, ma era ancora fanciullo quando, nel 1867, suo padre fu assassinato da ignoti. Questo fu l’inizio di un periodo di lutti familiari: in pochi anni morirono una sorella, la madre e un fratello del poeta, una vera tragedia che lasciò tracce in tutta la sua opera.

Pascoli compì i suoi studi nel collegio degli Scolopi a Urbino, poi a Rimini, Firenze e Cesena; nel 1873 vinse una borsa di studio per l’università di Bologna.

Con l’esperienza della morte dei familiari era scaturito nell’autore un senso di sfiducia e malinconia della vita e del mondo.

Nel 1876, con la morte del fratello Giacomo e l’accresciuto disagio economico della famiglia suscitarono in lui moti di ribellione, tanto che in quegli anni Pascoli cominciò a trascurare gli studi e a dedicarsi alla politica a fianco ai socialisti. Nel 1879, però, fu arrestato per due mesi per la sua partecipazione a manifestazioni anarchico-socialisteggianti, assolto, abbandonò la politica per dedicarsi con maggior impegno agli studi. Laureatosi nel 1882, insegnò nei licei di Matera e poi in quelli di Massa e di Livorno, dove riuscì a ricostruire il “nido” familiare con le sorelle Maria e Ida.

Verso di esse il poeta dimostrò un attaccamento morboso, tanto che visse il matrimonio di Ida come un vero e proprio tradimento.

Nel 1891 esce la sua prima raccolta, Myricae. La raccolta è composta da liriche di argomento semplice e modesto ispirate perlopiù a temi familiari e campestri.

Nel 1895 ottenne la cattedra universitaria per l’insegnamento della letteratura latina e greca a Bologna.

Spesso si allontanava, con la sorella Maria, nella casa di Castelvecchio, dove compose molte delle sue opere più suggestive.

Strettamente legate agli argomenti di Myricae, sono le raccolte di poesia Canti di Castelvecchio (1903), Primi poemetti (1904) e Nuovi poemetti (1909).

In queste opere Pascoli si rileva sensibile poeta della natura, delle piccole cose e dell’intimità familiare, ma anche del mistero, della morte, del cosmo.

Pascoli scrisse anche numerosi saggi, il più importante dei quali è Il fanciullino, pubblicato nel 1897.

In Odi e inni (1906), il poeta canta soprattutto l’eroismo e la patria, la fratellanza umana e la giustizia sociale.

Secondo Pascoli la poesia è il solo strumento possibile di conoscenza del mondo.

Il poeta si fa veggente, cioè può spingersi oltre le apparenze reali ed esplorare l’ignoto.

Il pessimismo pascoliano, sorretto da un profondo umanitarismo (cioè atteggiamento di chi vuole migliorare la condizione economica, sociale e morale degli uomini) sentimentale.

Le linee essenziali della poetica pascoliana sono espresse nel saggio Il fanciullino, in cui il poeta ha una visione intuitiva e fanciullesca della realtà.

Alla teoria del fanciullino sono legate molte delle novità stilistiche della poesia pascoliana: il poeta tende, infatti, a suggerire, a evocare più che a descrivere. Usa un linguaggio ricco di metafore e sinestesie; anche il lessico è nuovo, con mescolanze di parole dotte e comuni. Dal punto di vista sintattico, il poeta preferisce i periodi semplici composti di una sola frase.

III

X agosto

Da Myricae (1891)

San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:

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