Il grido di un “essere” che non vuole sottostare al silenzio della massa
Quadro storico-culturale di fine ’800, primi ’900
Edvard Munch, Il grido; 1893; olio su tela; cm 91x73,5. Oslo, Nasjonalgalleriet.
Seconda rivoluzione industriale
La seconda metà dell’ottocento è stata definita l’età della industriale poiché fu allora che si verificarono numerosi e importanti progressi in campo tecnico e scientifico.
Il mondo occidentale assunse una nuova geografia economica, a parte la nascente potenza degli Stati Uniti d’America, crescevano di importanza nell’area europea la Germania, la Francia, il Belgio, l’Olanda e l’Inghilterra.
Lo sviluppo industriale che, dunque, caratterizzò l’economia dei maggiori stati nella prima metà dell’ottocento raggiunse la massima espansione nella seconda metà del secolo e, al progresso in campo tecnico e scientifico furono legati profondi mutamenti in ambito sociale.
Per meglio comprendere, però, l’importanza di questa rivoluzione è necessario capire in cosa si differenzi dalla prima.
Se quelli del XVIII secolo erano stati infatti gli anni del cotone e della meccanizzazione dell’industria tessile, il secondo ottocento sarà caratterizzato, invece, dall’elettricità, dalla chimica e dalla tecnologia poste a servizio della vita quotidiana.
Inoltre se nel settecento e per buona parte del secolo successivo l’Inghilterra, grazie al suo potenziale tecnico ed economico, non ebbe rivali sui mercati mondiali, verso la fine del secolo giovani e intraprendenti nazioni quali gli Stati Uniti, la Germania e la Francia, riuscirono a superarla. (Per quanto riguarda l’Italia lo sviluppo fu lento e faticoso, solo il decennio Giolittiano vide il decollo dell’industria). 2
Come già detto prima, all’espansione economica fecero seguito le prime leggi di carattere sociale e furono riconosciuti i sindacati che, a distanza di mezzo secolo dallo sviluppo industriale e dalla nascita delle prime forme organizzate del movimento operaio, si trovavano di fronte alle medesime condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori:
- Bassi salari, orari insostenibili, sfruttamento del lavoro minorile e delle donne.
Il sindacato incarnava la nuova mentalità della classe operaia, infatti, se prima la protesta si manifestava in modi piuttosto rudimentali, ora, si tendeva a creare un tipo di organizzazione che rivendicasse una migliore qualità della vita.
Ciò che determinò questo nuovo atteggiamento fu l’aver preso coscienza che il “numero” era la grande forza che la classe operaia poteva opporre allo strapotere del capitale. 3
Ma perché la forza del numero fosse efficace occorreva che i lavoratori si presentassero uniti e compatti nel difendere i loro interessi e nel chiedere uno stato più democratico.
Fu proprio per dare un’organizzazione al movimento operaio che nacque a Marx l’Associazione internazionale dei lavoratori, Londra, per iniziativa di nota
Prima Internazionale
come la (1864).
Con l’Internazionale, Marx, intendeva creare un organismo capace di coordinare l’azione dei vari partiti e delle associazioni dei lavoratori sorti in tutti i paesi del mondo, dando loro una comune linea di condotta e azione: il movimento operaio non doveva battersi solo per ottenere aumenti di salario e migliori condizioni di lavoro, ma doveva soprattutto inserirsi attivamente nella lotta politica.
Verso la metà degli anni settanta si aprì una crisi che segnò il passaggio dalla serenità economica del libero scambio alle contraddizioni dovute alla frenesia della nuova produzione industriale.
Grande depressione
I contemporanei la chiamarono perché segnò l’inizio di un periodo caratterizzato da trasformazioni sociali all’interno di molti paesi e da contrasti economici e militari negli equilibri internazionali.
L’economia mutava il volto della società e della politica negli stati interessati che assumevano sempre più un ruolo di primo piano. 4
Si creavano i presupposti per una nuova fase, quella della “produzione di massa” e dell’industria pesante caratterizzata da fenomeni quali un’accanita concorrenza fra le nazioni. L’impiego della scienza e della tecnica in ambito produttivo e l’effetto che l’industria ebbe sulla società diede vita a nuovi fenomeni di “massa” in opposizione al “soggetto” libero del periodo precedente.
Si attuava, dunque, una riorganizzazione del capitalismo, si applicavano nuove acquisizioni scientifiche al potenziamento della produzione e al controllo del lavoro umano.
Il sistema liberista economico, e di conseguenza politico-sociale, che aveva dominato la fase precedente e che era fondato sulla fiducia nella capacità dei singoli individui di autoregolazione del
Capitalismo organizzato
mercato, fallì e prese corpo il organizzato che superava e annullava il carattere spontaneo dei fenomeni economici, quindi sociali, limitandoli e organizzandoli.
Capitalismo Organizzato significava la fine del periodo aureo del liberismo e l’accettazione da parte imprenditoriale di un intervento economico dello Stato, prima attraverso misure limitate ad alcuni settori (protezionismo) poi generale.
Vittima della Grande Depressione fu il libero scambio: di fronte alla caduta generalizzata dei prezzi, all’inasprirsi della concorrenza internazionale unica risposta fu di proteggere i mercati nazionali attraverso le barriere doganali che rendessero costosa la penetrazione di merci estere. 5
La logica protezionista finì per trasformarsi in una vera e propria guerra doganale tra governi contribuendo a creare quel clima di tensione destinato a sbocciare nella Guerra mondiale.
Lo Stato arrivò così a identificare la propria potenza con gli interessi economici intervenendo addirittura militarmente per la loro affermazione.
Perché si parla di Grande Depressione?
Il ventennio 1873/95 fu caratterizzato da una grande crisi economica causata da una generale prevalenza dell’offerta di beni sulla domanda e da una caduta dei prezzi.
La crisi interessò tutti i paesi sviluppati e s’intrecciò con un altrettanto grave crisi agraria provocando estesi fenomeni di disoccupazione cui si legò un forte calo della produzione industriale e un esodo dalle campagne di vastissime proporzioni.
Prima conseguenza di questo fenomeno fu il processo di concentrazione
Monopoli
industriale, ossia la creazione di che consentivano ad un’impresa, o ad un gruppo di imprese, di controllare la produzione di un determinato settore (se a controllare il mercato sono pochi gruppi in grado di impedire l’ingresso di nuovi concorrenti si parla di oligopoli).
La crescita delle dimensioni e del potere delle imprese monopolistiche implicò la crescita delle dimensioni delle fabbriche e del numero dei dipendenti dando inizio ad una fase di riorganizzazione globale del capitalismo.
Le aziende più legate a forme di produzione artigianale lasciavano il posto a quelle con forme di produzione più moderne fondate su tecnologie più avanzate e dotate di maggiori fondi di finanziamento. 6
Si assisteva perciò a una razionalizzazione delle strutture produttive ad un aumento, cioè, della produttività attraverso l’uso delle macchine e la semplificazione del lavoro organizzato nella grande fabbrica su basi scientifiche, su una sistematica analisi dei tempi di lavoro.
Il lavoro industriale diviene dunque oggetto di studio scientifico organizzato secondo criteri di efficienza e razionalità.
Taylor
Importante è a questo proposito citare da cui prese vita il Taylorismo, teoria che si basava sul principio della parcellizzazione del lavoro, ossia sulla scomposizione in fasi distinte della produzione al fine di aumentare il rendimento del singolo operaio e quindi dell’intera azienda.
Si trattava, dunque, di ridurre l’intero processo produttivo in numerose piccole fasi da assegnare ciascuna a un diverso lavoratore.
Scompare, quindi, la figura dell’operaio abile e intelligente che deve essere dotato di una certa professionalità per svolgere le sue mansioni e viene prospettata la figura dell’operaio completamente assoggettato alla macchina, che deve svolgere una serie di movimenti ripetitivi e che non ha alcun bisogno di ricorrere all’uso della propria intelligenza e creatività: un individuo – citando
«ottuso e paziente più simile ad un bue che a qualsiasi tipo di essere
Taylor -
umano».
Si assisteva ad una spersonalizzazione e burocratizzazione del lavoro di massa basato su criteri d’impersonalità, di professionalità, di rigorosa divisione del lavoro, secondo criteri unitari e prefissati in base a norme e regolamenti. 7
Marx lo definisce un apparato oppressivo, spersonalizzante e parassitario diretto a contrapporre ai liberi comportamenti sociali una logica formalistica e astratta.
Critica della filosofia hegeliana del diritto
Nell’Introduzione Marx parlò di “massa” proprio riferendosi all’aggregazione proletaria non ancora organizzata.
Sviluppò il tema del problematico rapporto fra la massa lavoratrice politicamente e culturalmente disgregata, in quanto priva di una coscienza di classe, e l’avanguardia rappresentata dal partito degli intellettuali.
Nietzsche
Radicalmente diversa è, invece, la definizione che dà di questo concetto poiché identificò la massa più che con il proletariato con le classi medie definite mera somma numerica di individui egoistici fra loro interagenti.
La “massa”, riteneva Nietzsche, aveva la caratteristica negativa di essere facilmente suggestionabile e incarnava, inoltre, il trionfo della quantità sulla qualità a scapito del merito e dell’intelligenza.
Nel XIX secolo ci si trovava comunque di fronte ad un tipo di forza lavoro dualistica: il ristretto numero di operai qualificati da una parte, e dall’altra la massa di manovali comuni, solitamente di origine contadina privi di qualificazione e scarsamente remunerati. 8
Furono proprio i primi, eredi delle precedenti professioni artigiane, padroni di ogni segreto del mestiere che godendo di una notevole autonomia lavorativa si organizzarono da sé il lavoro. Spesso esercitarono forme di comando e direzione sulla massa dei dequalificati e diedero vita al nucleo fondatore delle prime organizzazioni operaie tanto politiche che sindacali. L’evoluzione del pensiero scientifico e le nuove scoperte tecnologiche generarono comunque una forte fiducia nella capacità dell’uomo di indagare la realtà, nella scienza e nella tecnica l’uomo trovava il modo per risolvere i suoi problemi.
Filosofie della crisi
Da esso presero vita le successive e si posero le premesse di quella “reazione idealistica” fatta di antideterminismo e volontarismo, di irrazionalismo e di vitalismo che fu la risposta alle disillusioni del progresso.
Allo spirito di fiducia nella scienza e nel progresso che animava l’epoca del positivismo si oppose, dunque, negli ultimi decenni del secolo una tendenza di valenza contraria che opponeva una concezione oggettivistica e razionalistica della società e dell’uomo. 9
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Il positivismo aveva, per molti aspetti, posto in secondo piano il valore e la funzione della “volontà” umana di fronte alla potenza oggettiva delle leggi naturali che riguardano l’evoluzione del mondo.
Il positivismo tendeva a ridurre la vita a norma, a necessità e a questo spirito deterministico vi si contrappose un’idea di libertà assoluta: un’immagine di Io creatore e dominatore.
Contro l’oggettività della tecnica si ergeva la volontà del soggetto, la creatività, la libertà dell’individuo capace di prevalere sul “numero”, sulla “massa”.
Fu l’irrazionalismo di fine secolo, rappresentato da filosofi come Nietzsche, a dare voce all’Io che rifiutava il dominio delle cose e attraverso il mito del superuomo
Volontà di potenza
e con la combatté l’idea di fredda ragione.
Nascita della tragedia dallo spirito della musica
Nella (1871), Nietzsche scrive che l’arte sia uno degli strumenti utili all’uomo per spiegare l’essenza del mondo e della vita e ad essa deve affidarsi la filosofia
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Il grido di un “essere”
Che non vuole sottostare al silenzio della massa
Quadro storico-culturale di fine ‘800 primi ‘900