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Gustav Klimt, Il bacio; 1908; olio su tela; 1,80 × 1,80 m

«…Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho…»

L. Ligabue

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Henri Matisse, La danza; 1910; olio su tela; 2,60 × 3,90 m

Edvard Munch, Il grido; 1893; olio su tela; 91 × 73,5 cm

  • Sono voluta partire da una canzone che a me piace molto e che esprime, almeno credo, non solo i miei voglio desideri ma quelli di un’intera generazione. Tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo detti «riuscire a non crescere» oppure abbiamo sognato un mondo all’altezza dei nostri sogni, un mondo deciso da noi, piuttosto che dagli altri.

  • In una canzone Ligabue è riuscito a riassumere quei sogni che siamo abituati a nascondere, perché potrebbero apparire senza senso agli altri. Io ho preferito abbandonarmi allo scorrere di queste note, come tutti i giovani, perché, nella maggior parte dei casi, una canzone dice di più di quanto noi potremo fare.

  • Oggigiorno, per i giovani è molto difficile sognare, sono bloccati dal sospetto e dalla sfiducia, sono convinti che per loro c’è un mondo senza promesse, un futuro che, come continuamente sentono ripetere, sarà pieno di incertezze. Molti trascinano la loro vita inutilmente, segnati dalla noia, da un senso di vuoto, dalla mancanza di interessi reali.

  • Non credo che le mie parole possano essere un inno alla vita, vorrei solo mostrare alla mia generazione che la nostra storia è colma di guerre, distruzione, egoismo, cattiveria e pessimismo. A noi si aprono due strade: continuare la consueta storia o vivere la vita che desideriamo?

  • E come dice Pablo Neruda «…Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.»

Henri Matisse, Ritratto con la riga verde; 1905; olio su tela; 40 × 32 cm

Arthur Schopenhauer

  • Nasce a Danzica il 22 febbraio 1788, da una ricca famiglia di commercianti. Nel 1809 si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università di Gottinga, per passare quasi subito a quella di filosofia. Su consiglio di Schulze, il suo primo maestro, si dedica allo studio di Platone e di Kant, che rimarranno al centro della sua riflessione.

  • Nel 1813 si laurea presso l’Università di Jena. Compie un viaggio in Italia, soggiornando a lungo a Venezia, Bologna, Firenze, Roma e Napoli. Risalgono a questo periodo i progetti di matrimonio, ben presto sfumati, con una gentildonna veneziana.

  • Tornato in Germania, per affrontare una crisi familiare, pensa di dedicarsi alla carriera accademica e inizia lo scontro con Hegel, verso cui nutrirà costantemente una profonda antipatia. Nel 1831 si trasferisce a Francoforte sul Meno, dove morirà, in seguito ad una polmonite, nel 1860.

  • Arthur Schopenhauer già nel titolo della sua più importante opera, «Il mondo come volontà e rappresentazione» del 1819, ci dà l’indicazione di partenza di tutta la sua concezione: essa si basa sul duplice aspetto che la realtà assume a seconda che sia considerata in sé, Volontà, o per l’uomo, Rappresentazione.

Considerata in sé, la realtà è essenzialmente Volontà, cioè volontà di vivere, di esserci, di affermarsi e di esistere; energia cieca e immotivata che si realizza e muove ogni fenomeno. Anche l’uomo, come tutti gli altri esseri, ne è posseduto. Ogni uomo, in quanto specificazione della Volontà, si sente «ego assoluto» e in quanto tale inappagato e inappagabile.

In lui la volontà vorrebbe tutto mentre la realtà gli dà ben poco. Fragile e precario, sperimenta ogni momento la propria insoddisfazione e, come trascinato, sposta le sue mete e i suoi desideri ancora avanti fino a che la morte porrà fine a questa assurda fatica di esistere.

  • È una visione di contrasti costruita in modo tale che sia il nulla sia la vita e la sua inesausta energia sembrano, in un rapporto di negazione reciproca, esaltarsi a vicenda. In tale visione vi è rappresentato il nulla nella sua radicale irrazionalità, ma vi è rappresentata anche la vita in quel suo immotivato presente che sempre si offre e senza scopo si rinnova.

  • Allorché egli prende invece in considerazione la realtà non più in sé ma quale all’uomo appare, scrive ne «Il mondo come volontà e rappresentazione»:

  • «Il mondo è una mia rappresentazione… E quando l’uomo sia venuto di fatto a tale coscienza, lo spirito filosofico è entrato in lui. Allora egli sa con chiara certezza di non conoscere né il sole né la terra ma soltanto un occhio che vede un sole e una mano che sente il contatto di una terra; egli sa che il mondo circostante non esiste se non come “rappresentazione”.

  • (Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, p. 39, Mursia)

Ciò comporta due ordini di conseguenze di cui il primo è l’evidente svalutazione della realtà empirica e con essa della scienza e della tecnica, e il secondo è l’affermazione di un aspetto nuovo dell’io inteso ora non più come pulsione vitale, mondo come Volontà, ma come capacità rappresentativa.

  • Si apre a questo punto uno scenario che è stato poi recepito ben nel profondo dell’anima contemporanea. Secondo tale modo di sentire, gli oggetti sono creature dell’io e se l’io non ci fosse, nemmeno gli oggetti, in quanto sue rappresentazioni, ci sarebbero.

  • Questa immagine ci permette di afferrare l’essenza profonda del nostro io, ossia la cosa in sé del nostro essere Volontà di vivere: la, cioè l’impulso alla vita. Il nostro stesso corpo non è altro che la manifestazione fenomenica della volontà di vivere: l’apparato digerente è manifestazione della volontà di nutrirsi, l’apparato sessuale è manifestazione della volontà di accoppiarsi e perpetuare la specie.

  • L’intero mondo fenomenico non è altro che la maniera attraverso cui la volontà si manifesta nella rappresentazione: da qui il titolo della più importante opera di Schopenhauer: «Il mondo come volontà e rappresentazione».

  • Affermare che l’essere è la manifestazione di una Volontà infinita significa dire, secondo Schopenhauer, che la vita è necessariamente dolore. Infatti volere significa desiderare, e desiderare significa essere in uno stato di tensione, per la mancanza di qualcosa che non si ha e si vorrebbe avere. Essendo l’uomo l’essere con la volontà più cosciente e quindi più desiderante, egli risulta destinato a non trovare mai un appagamento totale.

  • Con questa affermazione Schopenhauer afferma che l’appagamento della volontà è brevissimo rispetto alle infinite esigenze dell’uomo, perché il desiderio appagato dà sempre luogo a un nuovo desiderio. Ciò che gli uomini chiamano godimento e gioia è nient’altro che cessazione di dolore, ossia l’uscita da una precedente situazione di tensione, che ne è la condizione indispensabile.

Il dolore, il piacere e la noia

Perché vi sia piacere vi deve essere stato necessariamente dolore, non è vero il contrario, perché vi può essere una lunga catena di dolori senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri: sintetizzando, con le parole di Schopenhauer, «non v’è rosa senza spine, ma vi sono tante spine senza rose».

Henri Matisse, Nudo rosa; 1935; olio su tela; 66 × 92,5 cm.

  • Accanto al dolore, che è la realtà durevole, e al piacere, che è qualcosa di breve, Schopenhauer pone come terza condizione esistenziale la noia, che subentra quando viene meno il desiderio oppure il dolore. Quindi il filosofo conclude che «la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra il dolore e la noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia».

  • Poiché la volontà, che è un desiderio inappagato, si manifesta in tutte le cose, allora il dolore non riguarda solo l’uomo, ma tutte le creature. Se l’uomo soffre di più, è semplicemente perché, avendo maggiore consapevolezza, sente di più il pungolo della volontà.

  • Per lo stesso motivo il genio soffrirà di più dell’uomo comune, perché «chi aumenta il sapere moltiplica la sofferenza».

Così Schopenhauer perviene ad una delle concezioni più pessimistiche di tutta la storia del pensiero, ritenendo che il male non sia solo nel mondo, ma nel Principio stesso da cui dipende. In questa vicenda irrazionale della vita, l’individuo appare soltanto uno strumento per la specie; al di là del breve sogno dell’esistenza individuale, l’unico fine della natura sembra essere quello di perpetuare la vita, e con essa, il dolore.

Testimonianza di quest’unico interesse della Natura è riscontrabile, per Schopenhauer, nella manifestazione dell’amore. Il fine dell’amore, o lo scopo per cui esso è voluto dalla Natura, è l’accoppiamento-procreazione; ciò vuole dire che l’individuo è il burattino della Natura proprio nell’atto in cui pensa di realizzare maggiormente il proprio godimento e la propria personalità.

Prova dell’essenza biologica dell’amore è, per Schopenhauer, la triste constatazione che la donna, dopo aver procreato e allevato i figli, perde ben presto bellezza e attrattiva. Per il filosofo non c’è amore senza sessualità, tant’è che in un passo dal sapore pre-psicanalitico scrive che «ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’impulso sessuale».

Per queste ragioni l’amore viene sentito inconsapevolmente come peccato e vergogna, perché esso commette il più grave dei delitti, cioè la perpetuazione di creature destinate a soffrire.

Pablo Picasso, Le Moulin de la Galette; 1900; olio su tela; 90 × 116 cm.

L’amore, per Schopenhauer, non è altro che «due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano, e una terza infelicità che si prepara».

L’espiazione del dolore

  • Schopenhauer afferma che la vita è dolore, e che l’esistenza, in virtù del dolore che la costituisce, risulta tal cosa che si impara poco per volta a non volerla. Si potrebbe quindi pensare che il pensiero di Schopenhauer porti ad una filosofia del suicidio universale; invece il filosofo rifiuta il suicidio per due motivi:

  • 1) perché «il suicidio, lungi da essere negazione della volontà, è invece un atto di forte affermazione della volontà stessa», in quanto «il suicida vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate»;

  • 2) perché il suicidio uccide solo una manifestazione fenomenica della Volontà di vivere, lasciando intatta la cosa in sé, che pur morendo in un individuo rinasce in mille altri.

Per Schopenhauer la risposta al dolore del mondo sta non nel suicidio ma nella liberazione dalla Volontà di vivere; questo processo salvifico avviene in tre tappe: l’arte, la morale e l’ascesi.

  • Il tipo di arte più profonda ed universale è la MUSICA, capace di metterci a contatto con le radici stesse della vita e dell’essere; questa infatti si pone come immediata rivelazione della volontà a se stessa.

  • «La musica è dell’intera volontà oggettivazione e immagine, tanto diretta com’è il mondo; o anzi come sono le idee: il cui fenomeno moltiplicato costituisce il mondo dei singoli oggetti. La musica non è quindi affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, bensì immagine della volontà stessa, della quale sono oggettività anche le idee.

  • Perciò l’effetto della musica è tanto più potente e insinuante di quel delle altre arti: imperocché queste ci danno appena il riflesso, mentre quella esprime l’essenza. Essendo adunque la medesima volontà che si oggettiva, tanto nelle idee quanto nella musica, ma solo in modo affatto diverso, deve trovarsi non proprio una diretta somiglianza, ma tuttavia un parallelismo, un’analogia tra la musica e le idee, delle quali è fenomeno molteplice e imperfetto il mondo visibile.

  • L’indicare una tale analogia sarà come un chiarimento, che aiuti a comprendere questa dimostrazione difficile per l’oscurità del soggetto.»

  • (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari, vol. II, 1991, pp. 346-49)

  • L’ASCESI: essa nasce dall’orrore dell’uomo per quella Volontà di cui egli è manifestazione fenomenica, è l’esperienza per la quale l’individuo, cessando di volere la vita ed il volere stesso, si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere, di volere.

La soppressione della Volontà è l’unico atto di libertà concesso all’uomo: quando si raggiunge questo obiettivo non si raggiunge l’estasi, come accade per il misticismo cristiano, ma l’esperienza del nulla, cioè di negazione del mondo stesso.

Pablo Picasso, La vita; 1903; olio su tela; 1,97 × 1,27 m.

Friedrich Nietzsche

Pablo Picasso, Vecchia; 1901; olio su tavola; 65 × 51 cm.

  • Nasce a Roecken, presso Lipsia, il 15 ottobre 1844. Rimase presto orfano di padre e la madre si trasferì con i figli a Naumburg, dove il filosofo iniziò gli studi. Si iscrisse all’Università di Bonn, dove seguì soprattutto i corsi di filologia classica.

  • Alla fine del 1868 conobbe Wagner; nel frattempo lesse Schopenhauer e pubblicò alcuni scritti filologici. Nel 1889, a Torino, ha un crollo psichico. Il suo amico Overbeck lo porta a Basilea, dove viene ricoverato in una clinica per malattie nervose. Dal 1890 vive con la sorella Elizabeth, rimasta vedova. Muore nel 1900 a Weimar.

  • L’opera di Nietzsche si presenta come una ricerca che tende a definire l’essere dell’uomo e le forme di umanità che a questo essere corrispondono.

Da un lato egli getta luce sulla vitalità, l’istintualità, l’aggressività, l’egoismo, la finitezza, che fanno da base all’essere dell’uomo; coglie la consistenza della realtà individuale e la profondità delle tensioni che dividono l’individuo e gli individui; contesta le metafisiche perché assolutizzano in modi diversi la ragione.

Da un altro lato N. indaga la decadenza della moderna civiltà, di cui mette a nudo la repressione della vitalità e dell’istintualità, il livellamento, la mediocrità, la mancanza di grandi finalità, la concezione ancora platonica e teologica della ragione.

Occorre uscire dall’esistenza codificata e uniforme, riattingere l’essere originario dell’uomo e di qui promuovere la costituzione di una nuova ed autentica esistenza. Ma Nietzsche non perviene ad una teoria dell’uomo soddisfacente perché gli sfuggono le dimensioni sociali, economiche e storiche della realtà umana.

In Su verità e menzogna in senso extramorale (1873) Nietzsche critica il concetto positivistico di verità: il linguaggio è una convenzione la cui essenza non è la rappresentazione della natura delle cose, ma è solo un sistema di metafore, prodotto liberamente, imposto come il solo modo per descrivere il mondo.

Coloro che si sono imposti hanno utilizzato l’idea di una verità assoluta, ma, per Nietzsche, la verità è solo il provvisorio figurarsi di determinate opinioni.

  • Esse sono solo il risultato di un determinato modello culturale vincente nel tempo, ma sostituibile con altri modelli. Non esistendo per lui una verità assoluta, Nietzsche si scaglia contro la presunta oggettività e neutralità della scienza dichiarando che «non esistono fatti, ma solo interpretazioni».

Il mondo è solo il risultato dei giochi prospettici che vi operano: conoscere significa valutare la realtà secondo il prospettivismo dei valori attraverso cui l’uomo riesce ad esprimere la singolarità della propria esistenza. Nietzsche prosegue poi il suo lavoro di critica spostando l’attenzione sui concetti di soggetto e coscienza.

La gaia scienza

Ne La gaia scienza (1882) Nietzsche annuncia la morte di Dio, drammatizzandola attraverso il racconto dell’uomo folle. Cosa significa che Dio è morto? Significa constatare che oltre gli uomini sta solo il nulla; è il simbolo dell’impossibilità di rinvenire, nel flusso caotico della realtà, un punto di riferimento definitivo e stabile.

Con questo annuncio Nietzsche intende riassumere in una formula radicale l’irruzione del nichilismo nel mondo moderno, ossia il fatto che l’insieme degli ideali e dei valori su cui, grazie al cristianesimo, la civiltà europea ha costruito per secoli la propria ...

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