A.S. 2008-2009
Classe 5Bp
I.T.C. “Luigi Rendina”
Argomenti
Italiano: Giuseppe Ungaretti, l’ermetismo.
Storia: L’economia mondiale tra le due guerre.
Scienze delle finanze: Spesa pubblica, Welfare State, Sicurezza sociale.
Inglese: The English Economy.
Economia aziendale: Il fido, il rating.
Informatica: Internet e l’economia.
Diritto: Forme di stato e Pubblica Amministrazione.
Matematica: Funzione a 2 variabili.
A cura di:
Ciotti Deborah 46
La vita
Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1888. La sua famiglia, di origine contadina, aveva lasciato Lucca per seguire il capofamiglia. Nel 1890 Giuseppe rimase orfano del padre assieme al fratello, Costantino.
L’abitazione degli Ungaretti si trovava ai limiti del deserto e la sensibilità di Giuseppe fu segnata per sempre dai silenzi, dai suoni misteriosi, dai colori di quel paesaggio favoloso e primitivo. A questa prima immagine se ne aggiunse nella fantasia un’altra, quella dell’Italia lontana.
La sua istruzione scolastica iniziò in un collegio di religiosi e proseguì a Parigi. Nel frattempo seppe dell’esistenza della rivista “La voce”, nata nel 1908 a Firenze, vi si abbonò e ne divenne corrispondente per l’Egitto.
Nel 1912 Ungaretti lasciò l’Egitto. Fu accolto a Firenze dagli amici de “La voce”; da qui, con una lettera di presentazione dell’allora direttore della rivista, Prezzolini, per gli ambienti culturali parigini, proseguì alla volta della capitale francese.
A Parigi si iscrisse alla Facoltà di Lettere della Sorbona. Ungaretti frequentò assiduamente e conobbe alcuni dei rappresentanti più significativi della cultura del tempo, come Apollinaire, con cui strinse amicizia.
Nel 1914 egli tornò in Italia, si trasferì a Milano dove, conseguita l’abilitazione all’insegnamento della lingua francese, insegnò in una scuola secondaria. Ungaretti venne chiamato al fronte in Francia e in Italia. La tragica esperienza della vita di trincea trasformò profondamente la sua idea della guerra e la stessa poesia.
Nel 1919, egli, l’anarchico, il ribelle senza patria, sposò una giovane donna francese, Jeanne Dupoix, la quale gli starà a fianco per tutta la vita. La coppia avrà due figli.
Dopo la guerra entra a far parte de “La Ronda” e aderisce al fascismo. Nel 1933 viene nominato professore di letteratura italiana nell’università di San Paolo in Brasile dove insegna fino alla morte del figlio nel 1939.
In quello stesso anno si abbatté sull’Europa la bufera di una nuova guerra mondiale. Nel 1940 anche l’Italia vi prese parte ed un paio di anni dopo il Brasile si schierò contro l’Asse Roma-Berlino.
La famiglia Ungaretti fu costretta a scegliere tra l’internamento in un campo di concentramento ed il ritorno in Patria. Nel 1942 ritornarono a Roma, dove, a mitigare parzialmente la forza degli eventi sfavorevoli, sopraggiunse la nomina di Ungaretti alla cattedra di Letteratura Italiana moderna e contemporanea presso l’Università.
Subisce un processo per essere stato sostenitore del fascismo ma viene riammesso all’insegnamento. Nel ’58, infine si ritirò dall’insegnamento, a 70 anni. Nello stesso anno morì la moglie.
Rimasto solo, per vincere la solitudine, riprese a viaggiare recandosi in Russia e in America. Durante un viaggio si ammalò. Tornato in Italia per curarsi, morì a Milano tra l’1 e il 2 giugno 1970.
Il pensiero e la poetica
I motivi costanti della poesia ungarettiana sono: Amore, Morte, Divino, Terra promessa, Deserto.
La poetica di Ungaretti s’inserisce nella ricerca della poesia pura, e la tecnica e le forme da lui adoperate lo fanno stimare come maestro dell’ermetismo.
Per lui la parola è l’essenza delle cose, è vita, perché il poeta attraverso la parola e attingendo al suo “io” più profondo reinventa la realtà creandola.
Ungaretti, però, si distacca dai simbolisti opponendo al loro ateismo il suo cattolicesimo e al loro rifiuto della cosa fisica la sua adesione alla natura.
Le opere
Il porto sepolto, ricordo dell’adolescenza africana in cui compaiono toni che richiamano il periodo di guerra.
Allegria di naufragi, L’allegria, viene ripubblicato con il titolo: è il diario di guerra che è vista come “condizione ultimativa” in cui l’uomo è esposto al suo destino di precarietà.
Al senso iniziale di fraternità si aggiunge il bisogno di salvezza e di allegria come risorsa contro la morte.
Sentimento nel tempo, motivo centrale: rapporto tra tempo (incarnato nel paesaggio, della ricerca di Dio, della vita del poeta) e memoria (capacità di creazione poetica che salva il ricordo dalla distruzione del tempo).
Penultima stagione, Poesie disperse.
Il Dolore, raccolta ispirata alla morte del figlio oltre che alla guerra.
La Terra Promessa, Un Grido e Paesaggi, Il Taccuino del Vecchio, Morte delle stagioni, Dialogo. Vita di un Uomo.
Tutte le poesie vengono pubblicate in un’unica raccolta.
L’ermetismo
Il termine “ermetico” fu coniato dal critico Francesco Flora, con riferimento all’oscurità dello stile di alcuni poeti, i cui componenti risultavano di difficile interpretazione.
Tale corrente prende le mosse dal simbolismo francese che ricercava la corrispondenza tra i simboli e le istintive sensazioni che ne derivavano.
L’esistenza è vista come dolore inspiegabile di cui ogni uomo è vittima senza colpa alcuna, ma tale profondo pessimismo ha una matrice storica che lo alimenta, la funesta cornice del regime fascista.
Uno stile che esprime, attraverso un linguaggio misterioso ed enigmatico, una sfiducia totale nella possibilità di manifestare liberamente la propria individualità e vivere liberamente il mondo a cui si ispira.
Per questo i poeti ermetici perdono la fiducia nel potere della poesia e non credono di poter affidare ai versi il loro profondo mondo interiore.
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L’economia mondiale tra le due guerre
La crisi di riconversione del 1919/23
Alla fine della guerra i paesi europei si trovavano in un grave stato di sottoproduzione: l’offerta di beni era inferiore alla domanda.
Nell’Europa occidentale il problema era la riconversione economica, ossia il passaggio da un’economia di guerra a una produzione per scopi civili.
Gli Stati europei pativano poi le conseguenze del debito pubblico accumulato per far fronte alle spese di guerra. Queste ultime erano state finanziate sia con l’emissione di prestiti sia con l’emissione di nuova cartamoneta; ciò aveva comportato un aumento della circolazione monetaria che alla fine aveva causato un deprezzamento e un corrispondente incremento dei prezzi innescando la spirale dell’inflazione.
La spinta inflazionistica era alimentata dai grandi deficit nei bilanci statali. Infine, pesava sulle economie dei paesi europei l’indebitamento con l’estero, contratto in massima parte con gli Stati Uniti creditori ormai di 10 miliardi di dollari verso l’Europa.
Questo disavanzo nei conti con l’estero si traduceva in un pesante passivo nella bilancia dei pagamenti, indebolendo ancor di più le loro monete.
Dal gold standard al gold exchange standard
L’urgente problema di ogni Paese al termine della guerra era quello di ricostruire il sistema monetario ritornando alla convertibilità delle monete con l’oro.
La Conferenza Monetaria Internazionale di Genova del 1922 propose una soluzione: l’adozione del gold exchange standard come base dei pagamenti internazionali.
Questo sistema prevedeva di affiancare all’oro, come garanzia, delle riserve in divise-chiave, vale a dire valute particolarmente forti (in particolare il dollaro), che avevano la prerogativa di essere convertibili in oro.
In questo modo si sarebbe economizzato l’oro presente sul mercato e si sarebbe evitata la deflazione.
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L’iperinflazione in Germania e la ripresa economica
In Germania, come negli altri Paesi, il governo aveva autorizzato la Banca Centrale (Reichsbank) ad emettere carta moneta non coperta dalle riserve auree. Questa fu la prima causa che aprì il varco all’inflazione.
Oltre all’instabilità monetaria c’era il problema delle riparazioni di guerra della Germania. Le potenze vincitrici avevano fissato in 132 miliardi di marchi d’oro l’ammontare delle riparazioni di guerra a carico della Germania, di cui il 52% doveva essere versato a favore della Francia.
Per far fronte ai propri obblighi e nello stesso tempo rilanciare l’economia, il governo tedesco della Repubblica di Weimar perseguì una politica inflazionistica, tendente a determinare la svalutazione del marco.
Il colpo di grazia fu dato dall’occupazione militare della Ruhr da parte delle truppe franco-belghe che lamentavano il mancato pagamento di un’indennità di riparazione.
Il governo tedesco per fronteggiare la crisi fu costretto a stampare una grande quantità di moneta da cui derivò il definitivo crollo del marco.
Gli alleati, consapevoli del fatto che la Germania non sarebbe mai riuscita a pagare le riparazioni se non si fosse sostenuto il risanamento monetario, istituì a tal fine un comitato presieduto dal generale americano Dawes.
Il piano Dawes prevedeva un pagamento delle indennità annuale a importo, fino al 1928/29, variabile a seconda della congiuntura, in modo da non compromettere la stabilità della moneta.
Per il pagamento della prima rata fu concesso allo Stato tedesco un prestito internazionale di 800 milioni di marchi.
Nel 1923 fu creata una nuova banca pubblica (la Deutsche Rentenbank) che emise una nuova moneta, il Rentenmark (marco-rendita) che si sarebbe cambiata nel rapporto di un marco nuovo per 1000 miliardi di marchi carta.
Il marco-rendita non era garantito da una base aurea, ma solo nominalmente, da ipoteche sulle reali risorse del Paese.
La garanzia nominale fu però sufficiente ad assicurare la fiducia nella nuova moneta, anche perché governo e Reichsbank attuarono una rigida politica di deflazione con emissioni limitate, crediti limitati, riduzione della spesa pubblica e aumento della tassazione.
Nel 1924 il bilancio dello Stato tedesco era nuovamente in pareggio e il Rentenmark fu sostituito dal Reichsmark che aveva un valore uguale a quello del marco di prima della guerra e convertibile in oro.
La stabilità del marco e gli alti tassi di interesse praticati dalle banche tedesche stimolarono un afflusso sempre più massiccio di capitali americani sotto forma di prestiti.
Si venne a creare un flusso triangolare di capitali: dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Germania agli altri paesi europei, da questi agli Stati Uniti.
Ci fu una graduale ripresa economica. La Germania effettuò tra il 1924 e il 1929 tutti i pagamenti per le riparazioni di guerra richiesti dal piano Dawes, che fu sostituito nel 1929 dal piano Young.
L’ammontare totale delle riparazioni di guerra venne ridotto, mentre i pagamenti vennero suddivisi in rate annue fino al 1988.
Della ripresa economica internazionale beneficiò anche l’Italia che uscì così dalla crisi postbellica.
La lira fu stabilizzata, ma per ragioni esclusivamente di prestigio il governo fascista, presieduto da Mussolini, la rivalutò nel 1926 a “quota novanta” rispetto alla sterlina inglese (cambio 90 lire per una sterlina).
Era un cambio troppo alto per la lira e il suo mantenimento costrinse il governo a moderare eccessivamente la quantità di moneta nazionale in circolazione per non deprezzarla, limitando così l’espansione produttiva del paese.
Il crollo della Borsa di New York
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Wall Street era divenuta dopo la Prima guerra mondiale il centro finanziario più importante del mondo.
La borsa di Wall Street, nel clima di euforia suscitato dal grandioso boom economico vissuto dagli Stati Uniti, registrava giorno dopo giorno un continuo rialzo dei titoli azionari.
In 5 anni il valore medio dei titoli era quadruplicato. La speranza di un inarrestabile rialzo dei titoli aveva messo in moto una pericolosa spirale speculativa, il valore dei titoli raggiunse quotazioni così elevate da non avere più alcun rapporto con il valore reale delle imprese.
Anche l’inflazione ebbe un ruolo importante: la Federal Reserve aveva acquistato sul mercato un gran quantitativo di titoli di Stato per far calare il tasso di interesse, immettendo una grande quantità di liquidità che fu subito investita in azioni.
All’inflazione si aggiunsero le facilitazioni creditizie concesse dal Sistema della Riserva Federale: le banche chiedevano prestiti alla Federal Reserve Bank che a loro volta prestavano agli agenti di cambio.
Questi ultimi facevano credito ai clienti che intendevano acquistare azioni chiedendo come garanzia solo quella degli stessi titoli acquistati.
Nei primi mesi del 1929 il governo avvertì la pericolosità della situazione e tentò di ridurre la massa monetaria in circolazione aumentando il tasso di sconto al 6%, ma senza risultati.
Il 24 ottobre 1929 (il famoso giovedì nero) scoppiò il panico per l’improvvisa vendita di circa 13 milioni di azioni a fronte di una domanda nulla.
L’intervento di sei grandi banche di New York che acquistarono azioni ebbe solo risultati temporanei. I prezzi crollarono della metà, e da quel momento fino al 1932 la marcia al ribasso fu inarrestabile.
La Federal Reserve Bank, nel tentativo di aumentare la liquidità, diminuì il tasso di sconto fino all’1,5%, ma senza risultati.
L’intera economia entrò in un gravissimo processo deflazionistico che fu il peggiore mai avvenuto negli Stati Uniti.
La depressione negli Stati Uniti
Il crack borsistico fece precipitare una crisi che in realtà era già iniziata.
L’aumento della produttività dell’industria americana aveva portato a un’offerta di beni molto superiore alle capacità di assorbimento del mercato, generando una sovrapproduzione. Si consumava meno di quanto si produceva.
Le perdite causate dal crollo della Borsa colpirono imprese ed investitori privati, che si trovarono a corto di liquidità e non potevano né pagare i debiti né acquistare alcun bene.
La conseguenza fu il crollo di produzione e consumi. La maggior parte degli operai fu licenziata e coloro che mantennero il lavoro percepivano salari irrisori.
Le importazioni e le esportazioni crollavano, come i prezzi e le produzioni. Gli investimenti erano rarissimi e molte banche fallivano.
In particolar modo furono colpite le piccole banche legate all’agricoltura locale, che fu la più danneggiata dalla crisi.
I contadini non potevano vendere le loro merci e quindi non potevano neanche saldare i debiti con le banche.
Le autorità monetarie non furono in grado di trovare tempestive soluzioni, anche perché il capitalismo liberale allora imperante escludeva qualsiasi intervento statale a sostegno dell’economia.
La diffusione della Grande Crisi nel mondo
La grande depressione si estese dagli Stati Uniti a tutto il mondo, esclusa l’Unione Sovietica.
Dopo il crack di Wall Street gli investitori americani ritirarono i loro crediti all’estero per far fronte alla crisi americana.
A soffrirne fu soprattutto la Germania, che per evitare l’inflazione mantenne la politica deflazionistica per restare fedele alla base aurea.
In questo modo, a causa della diminuzione degli investimenti esteri in Germania e negli altri Paesi, calarono le importazioni e la produzione industriale.
L’immediata reazione alla crisi fu il protezionismo per difendere l’agricoltura e l’industria nazionali.
Nel 1931 Austria e Germania dichiararono di voler costituire un’unione doganale per superare le crescenti difficoltà economiche in cui si dibattevano, ma questo annuncio creò preoccupazione negli ambienti finanziari mondiali.
Furono ritirati i fondi investiti in quei Paesi, causando il fallimento della Kredit Anstalt austriaca e forti perdite d’oro alla Reichsbank tedesca.
Molte banche tedesche perdettero liquidità, rialzarono i tassi di sconto e bloccarono i crediti esteri.
Di conseguenza, 70 milioni di sterline di capitali inglesi a breve termine rimasero congelati nelle banche tedesche.
Le banche straniere inevitabilmente disinvestirono dalle sterline all’oro, causando l’abbandono dei pagamenti in oro (e quindi del gold standard) da parte di questa moneta che, libera di fluttuare, si svalutò del 40%.
L’abbandono del gold standard da parte dell’Inghilterra segnò la fine del sistema del gold Exchange Standard.
Le potenze mondiali tentarono nel 1933 di trovare una soluzione alla crisi con una conferenza a Londra, ma alla vigilia gli Stati Uniti abbandonarono il gold standard con il risultato che il dollaro iniziò a fluttuare.
Ogni Paese ripiegò quindi su politiche proprie tese a sostenere la domanda interna a spese, se necessario, del commercio internazionale, mentre la scena politica era in fibrillazione con l’invasione della Manciuria da parte del Giappone, l’avvento di Hitler.
Le cause della Grande depressione
Sul piano internazionale, ciascun paese cercò di dominare la crisi per conto proprio, isolandosi in se stesso e mettendo in pratica varie forme di nazionalismo economico.
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