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Storia: diritto

Uso dei mezzi di libertà di comunicazione durante la manifestazione del fascismo pensiero: art. 21 Cost.

Mezzi di comunicazione

Economia aziendale

Il bilancio: la funzione informativa

Inglese

Il villaggio “globale”: globalisation

Informatica

La realtà di Internet

Mezzi di comunicazione di massa nel fascismo

La storia ci insegna che i mezzi di comunicazione di massa possono essere usati per ottenere consenso politico. Questo avvenne, ad esempio, negli anni immediatamente precedenti la Seconda guerra mondiale, quando il fascismo completò la propria edificazione in regime totalitario.

A poco a poco, il fascismo cercò di far sottostare al regime tutta la società italiana al fine di ottenere assoluta obbedienza al suo Duce.

Infatti, più che con le idee innovative, fu con le tecniche di condizionamento che il regime fascista riuscì assoggettare non solo i ceti medi ma anche il proletariato: la pubblicità, i giornalini a fumetti, la radio e il cinema, le celebrazioni e le manifestazioni di massa, i “dialoghi dal balcone” del Duce con il “popolo italiano” radunato in piazza, la valorizzazione del lavoro manuale attraverso le molteplici interpretazioni del Duce.

I nuovi mezzi di comunicazione, in primo luogo la radio, consentivano di raggiungere direttamente tutti gli italiani nelle proprie case, dalla grande città allo sperduto e remoto casolare di campagna.

I discorsi del Duce venivano trasmessi simultaneamente nelle scuole, nelle officine, nelle piazze di tutto il paese, attraverso altoparlanti e, nella misura in cui venivano ascoltati collettivamente dalle famiglie o da intere comunità, erano percepiti come veri e propri eventi a cui si assisteva di persona. Ma un ruolo ancora più rilevante ebbero gli strumenti di comunicazione visiva: il cinema, la fotografia, i fumetti per la gioventù, e le vignette satiriche, le cartoline postali, la pubblicità.

La stampa fu progressivamente imbavagliata mediante censure, sospensioni delle pubblicazioni, sequestri, allontanamento coatto di direttori non graditi all’autorità. Fin dal 1931 il regime impartì alla stampa direttive molto precise, ingiungendo di improntare ogni giornale “a ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire”, eliminando invece “le notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti”. Si cominciava a segnalare nel dettaglio non solo quali notizie dovevano essere censurate, ma soprattutto come si dovesse dare l’informazione.

Nel 1933 l’Istituto Luce (“L’unione cinematografica educatrice”) venne posto alle dipendenze del Ministero della cultura popolare (Minculpop), con il compito di documentare le opere del regime e diffondere le immagini ufficiali attraverso servizi fotografici, film, documentari propagandistici e cinegiornali distribuiti nelle sale cinematografiche di ogni parte d’Italia ma anche per impedire ogni critica al regime e per esaltare il primato della civiltà italiana e lo spirito nazionale.

In ogni cinegiornale la parte propriamente politica non occupava più della metà del tempo, ma anche gli altri argomenti svolgevano una funzione politica, suggerendo i modelli da imitare insieme a una presentazione deformata degli altri paesi.

Dagli anni ’30, in particolare, il regime fascista si impegnò a tradurre in immagini quella realtà inesistente che veniva spacciata per “magnificenza imperiale”.

“Le fotografie di avvenimenti e panorami italiani devono essere sempre esaminate dal punto di vista politico. Così se si tratta di folle, scartare le fotografie con spazi vuoti; se si tratta di nuove strade, zone monumentali ecc. scartare quelle che non danno una buona impressione di ordine, di attività, di traffico ecc. I soldati, poi, non dovevano mai essere fotografati mentre salutavano i familiari commossi, ma mostrati sempre in masse imponenti, in cui doveva scorgersi la fierezza della “razza” e l’audace forza giovanile. La fotografia ufficiale del regime, tende all’estremo estetismo nella rappresentazione delle manifestazioni ginniche; evoca immagini classiche, ma anche un senso di disciplina che sconfina nell’addestramento militare. Le immagini celebrano il perfetto ritmo e la bellezza del corpo degli atleti, tesi allo sforzo agonistico come eroi dell’antica Grecia.

Una volta occultata la realtà con le misure restrittive e repressive dell’apparato propagandistico, nel mondo dell’immagine le opere del regime esprimevano tutta la loro enfatica monumentalità: le schiere armate e i moderni mezzi bellici si moltiplicavano grazie ai fotomontaggi, i campi traboccavano di messi lussureggianti e le mamme prolifiche sfornavano incessantemente i soldati del domani. Le prescrizioni relative ai disegni e alle fotografie della moda femminile sono a questo proposito emblematiche: la donna fascista doveva essere fisicamente sana, per poter diventare madre di molti figli sani, quindi dovevano essere eliminati i disegni di figure femminili artificiosamente dimagrite e mascolinizzate.

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