Estratto del documento

Vita da cantautore: tra poesia e realtà

Opera Sant’Alessandro

Istituto S.S. Maria Consolatrice

A.S. 2008/2009 – Giugno 2009

Samuele Salvi

“Vita da cantautore: tra poesia e realtà”

Indice

5

A_Motivazioni 8

B_Mappa concettuale 9

C_Argomentazioni 9

1 | Storia 9

1A_Introduzione 13

1B_Il movimento in Italia 15

1C_Il movimento operaio 16

1D_Il ruolo della musica 17

1E_La fine del movimento 18

2 | Italiano 18

2A_Introduzione 20

2B_Fabrizio De André 31

2C_Francesco Guccini 41

3 | Diritto 41

3A_Introduzione 41

3B_Diritto d’autore 48

3C_Diritto dello spettacolo 50

4 | Economia 50

4A_Introduzione 50

4B_La SIAE 55

4C_Bilancio SIAE 2007 67

Un pensiero a Mia Martini 71

D_Conclusione 72

E_Sitografia

A – Motivazioni

“...la fantasia che ogni essere vivente ha di esplicitare le proprie sensazioni è un fattore esclusivamente individuale, il quale caratterizza la personalità dell’individuo e sebbene essa non possa essere appresa, va incoraggiata perché l’originalità di una persona permette di distinguerla dagli altri. Qualsiasi poeta ha una propria creatività, dovuta soprattutto alla sua immaginazione, percependo sensazioni durante la giornata e modificandole o rendendole proprie in seguito. Tuttavia essa non si limita soltanto al campo letterario, è una qualità richiesta in ogni ambito e si sviluppa in molti settori. Anche la scienza richiede una certa creatività, per passare dall’analisi dei dati alla formulazione di una legge, è una facoltà che lo scienziato deve avere per spiegare ciò che ha scoperto. Ma la creatività può anche essere interpretazione. Si può conoscere ciò che altri hanno scritto o sperimentato ma percepirlo in modo proprio, originale, prendendone spunto per tirarne un’impronta personale. Questo avviene notevolmente in ambito artistico. Un autore deve aver una buona conoscenza della letteratura per scrivere i versi di una propria canzone, come un musicista deve avere una buona base classica. Nelle parti strumentali di Roger Blackmore, il chitarrista dei Deep Purple, sono evidenti le contaminazioni classiche di Bach e Beethoven, e ciò dimostra che la creatività implica una buona conoscenza di quanto è stato creato prima.

Tuttavia l’essere creativo può comportare dei rischi, perché non tutti possono apprezzare le divergenze di opinione. Nei secoli scorsi “l’uomo originale” non sempre è stato accolto nel migliore dei modi e spesso è stato condannato ai margini della società. Proprio essa limita l’uomo a schemi tradizionali impedendogli di affermare la propria originalità. Infatti, l’uomo nasce innocente e puro, afferma Rousseau, ma entrando in società è corrotto e perde la sua innocenza primordiale. Lo stato non accetta le divergenze ma preferisce di gran lunga i conservatori e i conformisti, quelli che rispettano le leggi e non si ribellano alla società. Esiste anche una categoria di individui, considerati strani e posti al margine della società, che non riescono ad esprimersi nella loro concretezza e sono limitati nel contatto umano. Questi si definiscono autistiche, ed un esempio rilevante è Albert Einstein, il fondatore della teoria della relatività, rimandato in fisica e in matematica perché non riusciva ad esprimersi davanti agli altri. È un paradosso affermare che una persona avendo avuto scarsi risultati in materie scientifiche a scuola, possa aver inventato una teoria fondamentale per la scienza moderna. Tutto ciò sta a dimostrare quanto la società non aiuti la creatività dell’individuo ma tende piuttosto ad arginarla e metterla da parte.

Dopo la fine delle due guerre mondiali ed il crollo delle dittature, la creatività ha avuto l’opportunità di fare il suo sfogo. Vi è stata una rivalutazione di tutto quello che è avvenuto in passato e oggi si accettano le divergenze d’opinione, si è liberi di pensare. Ma ancora oggi la creatività continua ad esser vincolata da schemi tradizionali che impediscono di creare. Ciò è dovuto ad un’eccessiva concezione nel dare a tutti la libertà di esprimere le proprie opinioni e teorie, si è sentito la necessità di porre nuovamente dei limiti per ristabilire l’ordine e la disciplina. Basti pensare al fenomeno degli hippie negli anni settanta. La creatività va esaltata e motivata, ma deve esser un modo di affermare esclusivamente la propria personalità e non di condizionare gli altri o obbligarli a determinate tendenze. Essa deve solo esser un mezzo per distinguersi dagli altri e affermare il proprio pensiero, carattere e personalità, non un modo per creare confusione…” Fonte: www.mondomusic.it

È proprio questo articolo trovato per caso navigando in Internet che mi ha fornito l’idea principale sulla quale costruire la mia tesina d’esame, un pensiero più o meno condivisibile che racchiude perfettamente e molto schiettamente ciò che penso sull’arte, sulla creatività e sul loro inserimento nella nostra realtà quotidiana.

Credo fortemente nella musica come mezzo per affermarsi e trovare una propria personalità, anche perché mi ritengo “l’esempio vivente” di questa ipotesi secondo me veritiera. Se prima ero in cerca di qualcosa che mi rendesse utile e al tempo stesso felice, ora ho trovato la mia identità grazie alla musica, all’“arte dei suoni”: nutro particolare stima e riconoscenza nella figura del mio Maestro all’Istituto Musicale “Donizzetti”, il musicista Angelo Teora, che anche con i suoi modi abbastanza drastici che ancora oggi provocano in me una forte soggezione, mi ha fatto capire l’importanza del creare musica, una musica non legata alle note ma al sentimento e all’interpretazione. Le note si possono sbagliare, il sentimento ci deve essere SEMPRE, anche nell’esecuzione di una banale scala melodica.

Nella musica ci vuole grinta, passione ed emozione, non si può essere passivi: chi “fa musica” ha l’obbligo morale di viverla con tutto se stesso, altrimenti perde la sua sfumatura di arte. Questa grande sicurezza che ho acquisito si confronta spesso con l’ossessionante paura che mi provoca il pensiero di una società che non apprezzi l’originalità, che non voglia cambiare e che non capisca chi veramente crede nell’arte. Mi rende triste l’idea di un mondo senza fantasia popolato da persone che rifiutano ogni forma di nuova proposta intellettiva. Penso che le attività artistiche, in particolar modo gli spettacoli, siano di fondamentale importanza in ambiente scolastico proprio perché mettono lo studente in una particolare condizione: su un palco, davanti ad una platea che vede perfettamente ogni suo movimento e soprattutto che lo giudica. Quali benefici può trarne lo studente? Sicuramente maggiore fiducia in se stesso e nelle sue capacità, maggiore sicurezza interiore sul palco come nella vita e predisposizione al lavoro in collaborazione con altri. Lo studente va incoraggiato a mettersi in gioco… non è vero che esistono individui che non hanno capacità artistiche! Tutti ne siamo in grado, magari in diverse misure.

“Vita da cantautore: tra poesia e realtà” vuole analizzare, attraverso alcuni argomenti letterali ed altri prettamente tecnici, l’operato di un cantautore partendo dagli eventi storici che hanno contribuito alla sua nascita, passando poi all’analisi letteraria dei suoi testi e della sua musica, per poi prestare attenzione ai suoi eventuali proventi derivati da diritti d’autore delle sue opere spiegandone la rilevanza giuridica ed economica.

Infine, conosceremo il Conto Economico del Bilancio 2007 della SIAE (Società Italiana degli Autori e degli Editori), l’ente preposto al deposito di opere che l’artista vuole tutelare e far fruttare in termini monetari attraverso la ripartizione dei proventi legati ai Diritti d’autore.

Sarà affascinante notare come dai testi delle canzoni si può risalire a speranze e preoccupazioni di un’intera società, che forse sono state trasmesse anche a noi nella collettività di oggi. Inoltre, scendendo nei dettagli più tecnici, sarà interessante analizzare la normativa che si pone a tutela del Diritto d’autore e dello spettacolo.

Avrei potuto prendere in considerazione esempi più “alti” di “musica impegnata”, ma il cantautore è il più popolare, colui che arriva dritto al cuore della gente con la sua semplicità, senza tante melodie articolate o testi filosofici. Il cantautore è l’unico che canta ciò che pensa, sempre con personalità e originalità.

B – Mappa concettuale

La Mappa Concettuale della mia tesina d’esame di articola in quattro materie:

  • Storia: percorrendo la situazione politico-sociale italiana a partire dagli anni ’60 cercherò di capire i motivi che stanno alla base del pensiero e della musica dei cantautori soffermandomi sugli eventi storici che ispirato la loro “vena artistica”.
  • Italiano: analizzerò fra i più esemplificativi testi di canzoni scritti le “rivoluzioni” del ’68 da cantautori che ancora non erano molto conosciuti al grande pubblico, ma che sono stati veri e propri simboli di intere generazioni. Proverò a cogliere dai testi sentimenti, ideali politici ed emozioni generazionali, anche con l’aiuto della parte musicale. Inoltre, cercherò di creare un filo diretto con i giorni nostri, confrontando testi e melodie di ieri e di oggi. Data la vastità dell’argomento, mi dovrò impegnare in un’attenta ricerca, chiedendo pareri e commenti a musicisti e critici musicali.
  • Diritto: approfondirò la disciplina giuridica riguardante il Diritto d’Autore e dello Spettacolo. Spiegherò inoltre il concetto di Plagio e presenterò un elenco di canzoni che hanno somiglianze tra di loro.
  • Economia aziendale: la SIAE (Società italiana degli Autori e degli Editori) è l’ente che si occupa della tutela delle opere letterarie-musicali e della ripartizione dei proventi legati ai Diritti d’Autore. Mi soffermerò ad analizzare il Conto Economico del Bilancio 2007 distribuito a tutti i soci.

C – Argomentazioni

1 | Storia

1A – Introduzione

Il Cantautorato italiano non è un fenomeno a se stante, infatti esso prende origine dal “bisogno di esprimere” in modo unico e originale situazioni ed eventi reali che siano di portata epocale, oppure semplicemente emozioni e sentimenti del singolo cantautore o di un gruppo più o meno vasto di persone.

Gli anni ’60 furono teatro di eventi internazionali rilevanti, che svegliarono lo spirito di ribellione, soprattutto dei giovani, in buona parte del mondo. Ma la “goccia che fece traboccare il vaso” fu sicuramente il 1968, quando grandi movimenti di massa socialmente disomogenei (operai, studenti e gruppi etnici minoritari) e formati per aggregazione spesso spontanea, attraversarono quasi tutti i paesi del mondo con la loro carica contestativa e sembrarono far vacillare governi e sistemi politici in nome di una trasformazione radicale della società. La portata della partecipazione popolare e la sua notorietà, oltre allo svolgersi degli eventi in un tempo relativamente concentrato ed intenso, contribuirono ad identificare col nome dell’anno il movimento, il Sessantotto appunto.

Il Sessantotto è stato un movimento sociale e politico ancora oggi controverso: molti sostengono che ci abbia portato ad un mondo “utopicamente” migliore e molti altri sostengono invece il contrario, ovvero che sia stato un movimento che ha spaccato e distrutto la moralità e la stabilità politica mondiale.

Furono tre gli avvenimenti che precedettero il sessantotto e che contribuirono, in misure diverse, allo scoppio di insurrezioni o anche solo alla creazione di miti che ancora oggi evocano libertà e giustizia: la guerra del Vietnam, che provocò importanti movimenti pacifisti all’interno del territorio statunitense, la “Primavera di Praga”, la morte del “Che”, leader della Rivoluzione guerrigliera a Cuba.

La guerra del Vietnam

Negli Stati Uniti, le contestazioni sociali si polarizzarono contro la guerra in Vietnam, assumendo la forma di un conflitto antimperialista. Ad essa si combinarono le battaglie dei neri per il riconoscimento dei loro diritti civili e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

Proprio la guerra del Vietnam cambiò il modo di guardare all’America dei giovani. In questo contesto negli USA nacque il movimento dei cosiddetti hippy, parola gergale che voleva dire “uno che ha mangiato la foglia”, in seguito ribattezzati “figli dei fiori”, poiché la loro unica arma erano appunto i fiori. Si distinsero per costumi molto liberali ed ampio uso di droghe, soprattutto LSD, un allucinogeno che proprio in quegli anni fu immesso sul mercato con rapida diffusione e di cui si teorizzavano le doti di espansione della mente.

Gli hippy si battevano soprattutto contro la guerra nel Vietnam. Si trattava di un sanguinoso conflitto che dal 1962 vedeva impegnati gli USA, che combattevano l’unificazione tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, poiché al nord vi era un governo comunista, mentre al sud vi era un governo filo-americano. Il timore degli USA era l’unificazione del Vietnam sotto un regime comunista, che si sarebbe potuto diffondere anche ad altri stati asiatici. Nel sud filo-americano, inoltre, vi era un nutrito gruppo di comunisti (i Vietcong) che si battevano per l’unificazione del Vietnam e perciò, con l’appoggio del governo del Vietnam del Nord e della Cina, diedero vita a morti e atti di guerriglia. Gli USA si ritirarono dal conflitto solo nel 1974, sull’onda delle proteste dell’opinione pubblica mondiale, oramai largamente contraria al conflitto. La guerra, tuttavia, si concluse solo nell’aprile del 1975.

In America questo movimento si unì alle battaglie dei neri per la conquista dei più elementari diritti civili. Sostanzialmente erano presenti in due filoni: il primo, quello pacifista auspicava la progressiva integrazione delle masse di colore nella società bianca ed era guidato da Martin Luther King, un pastore battista apostolo della “non violenza”, che fin da giovane si era dedicato alla lotta contro la discriminazione razziale. Il suo celebre discorso, in cui auspicava l’uguaglianza tra i popoli (“I have a dream”) scatenò un’ondata di proteste e di violenze, culminate nel suo assassinio nel 1968. Il secondo filone, più intransigente, fu quello delle Pantere Nere, che voleva la formazione di un potere nero (Black Power), contrapposto a quello dei bianchi. Il movimento era di orientamento marxista e chiedeva inoltre libertà, occupazione, case e istruzione per tutti e la fine delle oppressioni anche verso le minoranze etniche.

La morte del “Che”

Nell’ottobre 1967 i militari boliviani annunciarono la morte di Ernesto Che Guevara. Leader della rivoluzione guerrigliera (assieme a Fidel Castro) a Cuba e poi, dopo la vittoria della rivoluzione, ministro dell’economia del nuovo regime socialista, si era allontanato dall’isola l’anno precedente per iniziare una nuova rivoluzione nelle montagne della Bolivia.

Nella primavera del 1967 era stato reso noto un suo appello ai rivoluzionari del mondo, dal titolo “Creare due, tre, molti Vietnam”. Compito dei rivoluzionari, secondo Guevara, era affiancare il Vietnam con numerosi altri movimenti insurrezionali in tutte le aree del mondo, che vanificassero l’azione “di polizia” della superpotenza americana, garantendo la vittoria del Fronte nazionale di liberazione in Vietnam e la sconfitta dell’imperialismo statunitense. La morte da guerrigliero, in territorio boliviano, nel 1967 contribuì a fare di Che Guevara un simbolo della lotta contro ogni forma di oppressione. La sua tensione ideale divenne un esempio di utopia rivoluzionaria che contraddistinse la protesta studentesca europea alla fine degli anni sessanta. Molte canzoni gli furono dedicate, tra le più importanti ricordiamo:

  • Hasta Siempre (conosciuta anche come Hasta siempre comandante) composta nel 1965 da Carlos Puebla, Il comandante Che: pubblicata nell’album Ufficialmente dispersi di Loredana Bertè (1993).
  • Transamerika: pubblicata nell’album Terra e libertà dei Modena City Ramblers (1997).
  • Celia De La Serna: pubblicata nell’album Il bandolero stanco di Roberto Vecchioni (1997).
  • Jamas: pubblicata nell’album La prova di Raf (1998).
  • Stagioni: pubblicata nell’album omonimo di Francesco Guccini (2000).
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