’60, ’70, ’80… Voglia di
Moda
Moda e costume: la società allo specchio
Anni ’60, ’70, ’80… anni densi di eventi, di fatti destinati a cambiare gli equilibri internazionali, fondamentali negli sviluppi della storia futura. Sono, tuttavia, anche anni di grandi cambiamenti nel costume e negli atteggiamenti, nella moda, nella musica, nel cinema…
Accanto ai roboanti avvenimenti che interessarono la scena mondiale, si collocano grandi cambiamenti nella società che possono essere indagati a fondo, analizzati nella loro essenza, specialmente considerando i fenomeni di costume che caratterizzarono quegli anni.
Il costume, infatti, si erge a principale specchio di una società in perenne evoluzione, subendo profondi cambiamenti che troveranno il proprio apice nel corso degli anni ’80, con mutamenti che coinvolgeranno tutti gli ambiti di espressione:
- Il cinema, con film che hanno fatto storia (Shining, Ritorno al futuro) e con le influenze esercitate dalla Movida Madrilena;
- La musica, con l’astro nascente di Michael Jackson e con la formazione di gruppi storici, ad esempio gli U2;
- La scienza, con la creazione dei primi computer, il PC IBM e il Macintosh, e sistemi operativi, Windows, delle prime VHS, musicassette e Compact Disc;
- La televisione, con l’affermazione del gruppo Mediaset e la diffusione di serie storiche come Arnold e Robinson e cartoni animati, tra i quali si ricordano Lupin III e Mazinga.
Questi cambiamenti nell’ambito di costume si accompagnano e sono indissolubilmente legati ad avvenimenti storici di portata capitale, che hanno segnato il corso degli eventi non solo negli anni immediatamente successivi, ma che restano nell’immaginario collettivo fino ai nostri giorni, influenzandoli fortemente.
Gli anni ’60-’70 sono segnati dalla guerra in Vietnam: negli Stati Uniti, le lotte si polarizzarono contro la guerra del Vietnam, assumendo la forma di una protesta contro il conflitto imperialista.
Ad essa si combinarono le battaglie dei neri per il riconoscimento dei loro diritti civili e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.
Il Sessantotto…
Proprio la guerra del Vietnam cambiò il modo di guardare all’America da parte dei giovani. In questo contesto negli USA nacque il movimento dei cosiddetti hippy, parola di gergo che voleva dire “uno che ha mangiato la foglia”, in seguito ribattezzati “figli dei fiori”, poiché la loro unica arma erano appunto i fiori.
Si distinsero per costumi molto liberali ed ampio uso di droghe, soprattutto LSD, un allucinogeno che proprio in quegli anni fu immesso sul mercato con rapida diffusione e di cui si teorizzavano le doti di espansione della mente.
Gli hippy si battevano soprattutto contro la guerra nel Vietnam. Si trattava di un sanguinoso conflitto che dal 1962 vedeva impegnati gli USA, che combattevano l’unificazione tra Vietnam del Nord, guidato da un governo comunista, e Vietnam del Sud, con un governo filo-americano.
Il timore degli USA era l’unificazione del Vietnam sotto un regime comunista, modello che si sarebbe potuto diffondere anche ad altri stati asiatici. Nel sud filo-americano, inoltre, vi era un nutrito gruppo di comunisti, i Vietcong, che si battevano per l’unificazione del Vietnam e perciò, con l’appoggio del governo del Vietnam del Nord e della Cina, diedero vita ad atti di guerriglia.
Gli USA si ritirarono dal conflitto solo nel 1974 per la sopraggiunta impossibilità di vincere la guerra, ma anche sull’onda delle proteste dell’opinione pubblica mondiale, oramai largamente contraria al conflitto. La guerra, tuttavia, si concluse solo nell’aprile del 1975.
In America il movimento degli hippy si unì alle battaglie dei neri per la conquista dei più elementari diritti civili. Le battaglie per il riconoscimento di tali diritti si dividevano sostanzialmente in due filoni.
Il primo era quello pacifista, che auspicava la progressiva integrazione delle masse di colore nella società bianca ed era guidato da Martin Luther King, un pastore battista apostolo della “non violenza”, che fin da giovane si era dedicato alla lotta contro la discriminazione razziale.
Il suo celebre discorso, “I have a dream”, in cui auspicava l’uguaglianza tra i popoli, scatenò un’ondata di proteste e di violenze, culminate nel suo assassinio nel 1968.
Il secondo filone, più intransigente, fu quello delle Pantere Nere, che chiedeva la formazione di un potere nero, Black Power, contrapposto a quello dei bianchi.
Il movimento era di orientamento marxista e chiedeva inoltre libertà e occupazione, case e istruzione per tutti, la fine delle oppressioni anche verso le minoranze etniche. Era guidato da personalità del calibro di Angela Davis, Elridge Cleaver e Malcolm X.
Quest’ultimo era un avvocato allevato da una coppia di bianchi che gli avevano dato il cognome “Little”; divenuto adulto, il leader preferì cancellarlo con una X.
Egli era propenso ad un’alleanza tra tutti i popoli neri e lottava per la superiorità razziale del suo popolo. Secondo lui la divisione razziale era inevitabile, ma accusava i bianchi, da lui reputati persone intelligenti ma responsabili della condizione dei neri, di non fare abbastanza o il necessario per risolvere questi problemi.
Morì in circostanze poco chiare nel 1965, assassinato da tre membri della Nation of Islam, organizzazione che aveva lasciato da poco.
Mesi prima della sua morte, dopo un viaggio in Egitto ed Arabia Saudita, rinnegò le sue teorie sul potere nero e disse che esistevano dei bianchi sinceri e che era amico di buddisti, cristiani, indù, agnostici, atei, bianchi, neri, gialli, marroni, capitalisti, comunisti, socialisti, moderati ed estremisti.
…E la sua eredità
Il Sessantotto è una data cardine nella storia europea, svolta fondamentale nella maniera di intendere la società in tutte le sue sfaccettature.
L’arte come contestazione della società capitalistica
A partire dagli Anni Cinquanta si sviluppa in Europa quel tipo di società o di civiltà nella quale ancora viviamo. Si tratta di quella “società industriale nella fase del capitalismo avanzato” o di quella “civiltà di massa” o civiltà dei consumi, della quale i sociologi hanno esaminato tutte le caratteristiche: che vanno dal consumismo ai persuasori occulti, che attraverso una serie di canali di comunicazione trasformano l’uomo in consumatore diretto, dall’omogeneizzazione del gusto collettivo alla mercificazione di qualsiasi tipo di valori.
Questo aspetto si identifica con la cosiddetta industria culturale.
Quest’ultima è causa ed effetto assieme di una situazione tipica della società odierna: il mercato dell’arte si allarga a dismisura, la richiesta dei beni culturali non si diversifica più da quella dei prodotti industriali, poiché anch’essi sono simbolo di promozione sociale, prima ancora che di promozione culturale.
Ciò comporta la riduzione del prodotto artistico a merce che segue le leggi del mercato: è la domanda a determinare l’offerta, e quindi la produzione, ed è il sistema a provocare la domanda.
In ultima analisi, il prodotto artistico per essere fruibile ed accetto al mercato deve essere gradevole, aproblematico, cioè omologo al sistema.
Di conseguenza il raggiungimento di questo obiettivo pone una pesante ipoteca sull’attività dell’artista che, condizionato dalle leggi del mercato, si può ridurre a docile produttore di asettici beni di consumo.
A questo proposito scrive Theodor W. Adorno:
La cultura che, conforme al suo senso, non solo obbediva agli uomini ma continuava anche a protestare contro la condizione di sclerosi nella quale essi vivono e, in tal modo, per la sua assimilazione totale agli uomini, faceva ad essi onore, oggi si trova invece integrata alla condizione di sclerosi; così contribuisce ad avvilire gli uomini ancora di più. Le produzioni dello spirito nello stile dell’industria culturale non sono ormai anche delle merci, ma lo sono integralmente.
In questa situazione è abbastanza agevole capire come mai, a partire circa dalla fine degli Anni Cinquanta, si sia avuto nel mondo letterario, e soprattutto in quello delle arti figurative, un pullulare di ricerche, sperimentazioni, “neoavanguardie”.
Di fronte alla negatività di certi fenomeni prodotti dall’industria culturale, scrittori ed artisti hanno tentato, isolatamente o legandosi in “scuole” o “gruppi”, la contestazione della prassi e dei valori della società di massa, con una varietà di atteggiamenti e di soluzioni che nelle arti figurative sembra avere assunto una volontà eversiva più marcata che nella letteratura.
È, però, indispensabile sottolineare che quel sistema che si vuole contestare ha ormai talmente perfezionato le sue tecniche di penetrazione e di condizionamento, ha un tale potere di mercificare ogni prodotto culturale, che riesce a strumentalizzare anche quest’arte di contestazione a fini commerciali.
E così, a livello di costume, il sistema commercializza la contestazione giovanile e ne canonizza un abbigliamento rituale, realizzando in tal modo grossi affari; ad un diverso livello, mercifica e banalizza i moduli dell’arte informale, riducendo il recupero dell’arte popolare a mode naïf, del rustico, del primitivo.
I cambiamenti nell’arte
In effetti, questi cambiamenti ben presto porteranno ad una nuova espressione dell’arte, del tutto originale, che si adatterà alle nuove esigenze del mondo culturale: l’arte di tutti, alias Pop Art.
I pittori, infatti, erano diventati un tutt’uno col mondo fisico esterno, tanto che era impossibile capire quanto fosse dovuto all’autore e quanto nascesse dall’influenza del mondo esterno; il motivo di ciò derivava dal fatto che l’immaginazione di tutti, e in particolare dei pittori, era stata impressionata dalle esplosioni nucleari, le quali non hanno confini, fondono tutto alla loro elevata temperatura.
Da questo derivò l’Espressionismo in cui nulla era distinguibile, tutto si consumava in un unico fuoco.
Ma, come abbiamo visto, all’alba degli anni ’60 tutto cambiò, allontanato il terrore di una guerra atomica e cresciuta l’accettazione della tecnologia, vista come dispensiera d’abbondanza e ricchezza, e s’innescò il fenomeno del boom industriale e del connesso consumismo.
A questo punto, diveniva inutile “l’aggressione” alle cose da parte degli artisti; era meglio ritirarsi e lasciarsi penetrare dalla forza del progresso, rappresentata dagli oggetti prodotti in gran numero dall’industrialismo rinnovato.
Colui che riuscì a rappresentare, nel migliore dei modi, questo mutamento repentino fu Roy Liechtenstein, New York, 1923; infatti, con lui gli oggetti penetrano, si stampano da protagonisti, nelle tele dell’artista.
Ma, ad essere rappresentati, non sono gli oggetti appartenenti ad uno stato di natura, ma quelli usciti dal ciclo produttivo dell’uomo, definiti oggetti-cultura, oggetti non “trovati” o “raccolti”, ma volutamente fabbricati per soddisfare fabbisogni di massa, le merci appunto.
Proprio da qui giunge il connotato “popolare” di quest’arte, inteso non in senso di degradazione ma, poiché si serviva di oggetti-merce, “popular” appunto, che dall’abbreviazione inglese divenne POP.
Obiettivo di quest’arte era dunque quello di esaltare l’oggetto industriale, trascurato dall’arte, estraniandolo dal proprio ambiente al fine di farci notare la sua esistenza, concentrando su di esso la nostra attenzione.
Il procedimento usato era quello dello straniamento ottenuto attraverso il ricorso a diverse tecniche, tutte atte a decontestualizzare gli oggetti all’interno di una composizione artistica, in modo da giungere, mediante la loro libera associazione, ad un significato inedito.
All’interno della pop-art ebbero successo i combine-paintings, cioè ricombinazioni di cose vere con la pittura.
Gli autentici rappresentanti della pop-art sono stati Oldenburg, Warhol e il suddetto Liechtenstein: il primo prendeva le forme della vita, le isolava, le ingrandiva e ne studiava i dettagli; il secondo rappresentava divi e politici del tempo come Marilyn Monroe o Richard Nixon; l’ultimo affrontò l’intero mondo della mercificazione.
Difatti, una prima affermazione di questi artisti si compie attraverso i prodotti alimentari, come le carni, nei supermercati, impacchettate nella plastica al pari di qualsiasi altro prodotto confezionato ed ancora tutti gli altri prodotti esposti negli stessi supermercati, materiale elettrico, bombolette spray, articoli sportivi ecc.; alla fine, quando poi la scena era già preparata ed addobbata, la scena fu dedicata al protagonista: l’essere umano.
Anche per l’uomo era di scena la pubblicità, tuttavia lo riguardava anche un’altra forma di consumo, la narrazione di storie sentimentali.
Infatti, in quegli anni si consumava tanta stampa rosa, pagine e pagine di immagini tracciate con linee larghe, flessuose e sintetiche, rotte dal levarsi dei fumetti, nuvolette che scandivano frasi stereotipate, che scorrevano in sequenza.
Intervenendo su un materiale del genere, Liechtenstein si fece forte di un nuovo strumento di “straniamento”: ingigantiva su tele di ampio formato la singola casella di una “storia”, arrestando il flusso mediante l’effetto del blocco.
Anche in Europa si diffuse rapidamente questo fenomeno, tuttavia andò trasformandosi in varie tendenze che sconfinavano in altre, Nuovo realismo.
Tra gli italiani coinvolti troviamo Mimmo Rotella, Valerio Adamo ed Enrico Baj.
I cambiamenti nella musica
Ma la contestazione non si esauriva a quei modelli culturali che investivano le forme d’arte, quelle letterarie e morali, giacché riuscì a trovare nella musica un ulteriore canale di diffusione, sicuramente più incisivo.
Il modello musicale che si sviluppava in contemporanea alla beat generation fu il rock’n’roll, un tipo di musica bianca, che interpretava il senso di inquietudine, di protesta e di ribellismo dell’epoca.
Esso si proponeva come un veicolo anti-tradizionalista e anticonformista, che voleva mettere al bando la musica melodica e sentimentale e produrre un nuovo sound provocatorio.
Con questo genere, quindi, si arrivava ad un punto in cui le libertà in musica, nei costumi e la libertà sessuale si fondevano prepotentemente; fra i maggiori interpreti ricordiamo Bill Haley e Elvis Presley.
Al movimento della beat fece seguito quello degli Hippie, “figli dei fiori”, particolarmente presente durante gli anni della guerra del Vietnam.
I maggiori interpreti del pacifismo e della solidarietà tra i popoli furono Joan Baez e Bob Dylan; di quest’ultimo bisogna necessariamente citare “Blowin’ in the Wind”.
In Italia, in realtà, il Sessantotto si visse qualche anno più tardi, ma, dal punto di vista musicale, le prime tracce della ribellione appaiono come fenomeno di massa già nel 1966, quando Franco Migliacci e Mauro Lusini scrissero il testo di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”.
La canzone fu cantata da un Gianni Morandi inedito. Il cantante bolognese era il classico interprete di testi facili e sentimentali come “La fisarmonica” e “Se non avessi più te”, per cui la sua avventura folkbeat fu scoraggiata da più parti.
L’ostacolo più grande venne dalla Rai, la cui censura si scagliò contro il testo eccessivamente esplicito, che citava la guerra in Vietnam, che proprio in quegli anni stava scrivendo alcune fra le pagine più sanguinose della storia contemporanea.
Le idee e le atmosfere evocate, tipiche della gioventù dell’epoca, contribuirono ad un successo senza precedenti per una canzone di questo tipo e soprattutto senza confini, dato che fu ripresa dalla celebre Joan Baez che la consacrò quale inno alla pace.
Da citare anche Lucio Battisti con “Uno in più” e la Linea Verde di Mogol.
Molte canzoni furono scritte sugli avvenimenti di quegli anni, le più significative della musica italiana furono quelle composte da Fabrizio De André raccolte nell’album “Storia di un impiegato”; anche Francesco Guccini, cantautore dichiaratamente anarchico, dedica agli avvenimenti in Cecoslovacchia un pezzo naturalmente intitolato “Primavera di Praga” e cita il periodo anche nella canzone “Eskimo”: “Infatti i fiori della prima volta, non c’erano già più nel Sessantotto”.
Di grande importanza è anche la canzone “Come potete giudicar” dei Nomadi, vero e proprio inno alla libertà che tocca i problemi di quegli anni, o l’apogeo di locali “di culto” quali il Piper di Roma, espressione evidente dello spirito rivoluzionario dei giovani di allora.
Beat generation
The term “Beat Generation”
The beat writers were a small group of close friends at the beginning, and a movement later.
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