La forza dell’amore: la passione che anima l’uomo
1. Cos’è l’amore?
L’amore e la sua forza
«Io non posso amare, se non altamente, ardentemente, forsennatamente forse; e l’Amore per me non è un ragazzo cieco, alato, con l’arco e i dardi; ma un giovane d’aspetto forte, virile, fierissimo, onnipotente ed assoluto, e chiaroveggente» (1).
Queste intense parole del poeta Ugo Foscolo (Zacinto, 1778-Londra, 1827) esprimono lo slancio dell’uomo che vive ogni singola emozione nella maniera più profonda, senza timori e remore, ma con la sola voglia di difendere il dono più prezioso che ci è stato fatto: la vita.
E proprio l’amore, con tutte le sue sfaccettature e diverse interpretazioni, può permetterci di sperimentare infinite emozioni e sensazioni, non soltanto nei confronti di una persona, ma anche verso il mondo che ci circonda, i nostri interessi e le nostre attività.
Ritengo che la forza con cui l’amore si esprima sia la passione: essa è la prova tangibile del nostro attaccamento a qualcosa o a qualcuno, quel «non so che» trascinatore verso mete che, dominati dalla sola ragione, non ci saremmo mai nemmeno sognati di poter raggiungere.
Lo stesso filosofo Hegel (Stoccarda, 1770-Berlino, 1831) affermava nella sua «Filosofia della storia» che è la passione a cambiare il corso della storia e del mondo.
Parliamo, quindi, di una forma di sfida, raccolta solo da chi ha davvero il coraggio di mettersi in gioco ed osare, accettando anche le sconfitte, ma con la gioia nel cuore di non essersi arreso.
Coraggio e responsabilità: ingredienti dell’amore
Sono convinta che l’intensità dell’amore ci travolga rendendoci, a volte, incapaci di mettere ben a fuoco i sentimenti che si susseguono nella nostra anima e facendoci di cadere anche in errori di valutazione: a tale proposito cito una frase dell’«L’arte amare» di Erich Fromm (Francoforte sul Meno, 1900-Locarno, 1980): «Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo. Là dove manca questo interesse non esiste amore.» (2).
È questo l’aspetto più importante (e spesso travisato) che bisogna considerare del verbo «amare», evitando un uso improprio che rischierebbe di sminuirne il senso: in ogni tipo di amore c’è bisogno di responsabilità, costanza, impegno e dedizione, come capisaldi da applicare con l’ausilio della passione.
Amore significa sostenere sempre ciò in cui crediamo, anche a costo di andare contro tutto e tutti, non lasciarsi spaventare dagli ostacoli (che sono inevitabili e ci fanno crescere), custodire quella «fiamma» che pulsa incessantemente nel nostro cuore, ovvero essere attivi e sperimentare tutte le sensazioni, senza avere mai paura di quello che si può provare.
L’amore come mezzo di conoscenza
La passione ci può anche spingere a penetrare nelle pieghe più intime della realtà e a portare alla luce ciò che di più misterioso esista; bisogna essere pronti ad affrontare questo «viaggio» con la voglia di raggiungere gli obiettivi prefissati, imparando a guardare dentro di sé senza «coprirsi gli occhi»: «L’amore è l’unico mezzo per conoscere» (2) secondo Fromm, il solo modo per raggiungere quel segreto dell’animo umano tanto desiderato, ma sempre sfuggito al potere della ragione.
Sono tanti quelli che rifiutano di lasciarsi trasportare dal potere della passione per paura di perdersi e non riuscire più ad affrontare la realtà lucidamente: è, invece, proprio grazie ad esso che l’essenza della nostra vita può essere afferrata in tutte le sue sfaccettature.
2. L’amore travolgente e totale
Strumento di procreazione…
L’amore ha fatto versare fiumi di lacrime e di sangue ma nessuno ne ha indagato così a fondo il mistero come il filosofo Arthur Schopenhauer (Danzica, 1788-Francoforte sul Meno, 1861).
Egli afferma che questo sentimento «Si impadronisce della metà delle forze e dei pensieri dell’umanità più giovane» (3) ed è uno dei più forti stimoli dell’esistenza; si tratta di una passione tirannica e demoniaca, anzi metafisica che, nei gradi più alti della sua intensità, è capace di travolgere tutto, anche la vita stessa di chi vi è irretito.
E se ne capisce il perché, secondo il filosofo, se si pensa che dall’amore dipende la perpetuazione della vita, come prescritto dalla Natura.
Ritengo che questa visione del sentimento amoroso abbia una sua verità: la passione è lo strumento adatto alla procreazione, ovvero il mezzo tramite il quale noi uomini riusciamo a continuare la specie.
Questa è, però, la definizione scientifica, così precisa, rigorosa ma estremamente fredda e dura; infatti, per passione s’intende anche la condivisione di un momento speciale e bellissimo tra due persone che si cercano, che non possono fare a meno l’una dell’altra e che solo insieme riescono a completarsi e ad acquisire consapevolezza di sé e delle proprie azioni.
A sostegno della mia tesi vi è un’altra frase di Fromm: «Nell’altro essere trovo me stesso, scopro me stesso, scopro tutti e due, scopro l’uomo» (2).
Soltanto tramite la passione riesco ad identificarmi pienamente come essere umano e a rispecchiarmi nell’altra persona, percependo perfettamente le vibrazioni del suo animo: se l’uomo avesse un’altra passione di intensità pari a quella dell’amore, probabilmente non gli rimarrebbe addosso nulla della sua carne.
…e della volontà di vivere
Tuttavia, le riflessioni di Schopenhauer sulla forza dell’amore, tra le più negative mai state elaborate dalla filosofia occidentale lungo la sua storia plurisecolare, devono essere situate nel contesto del suo pensiero pessimista, teso a mettere in luce l’assurdità della vita e la condizione dolorosa dell’umanità, condannata ad obbedire ad una volontà cieca e insopprimibile:
«La crescente attrazione di due innamorati è già la volontà di vivere del nuovo individuo. Ciò che con tanta esclusività e con tanta forza attira l’un verso l’altro due individui di sesso diverso è la volontà di vivere di tutta la specie» (3).
Per questo motivo l’amore egoistico e ingannatore è ricondotto solo alla dimensione sessuale, la quale rappresenta la manifestazione dell’unico e indistruttibile desiderio:
«Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, è radicato esclusivamente nell’istinto sessuale, anzi non è assolutamente altro che un impulso più determinato, meglio individualizzato nel senso più stretto del termine» (3).
Dunque, la stessa volontà illude l’individuo mediante l’istinto facendogli ritenere «un bene per se stesso ciò che in realtà è solo un bene per la specie» (3).
Soltanto in tal modo ci si può spiegare l’ostinazione, l’irrazionalità e la cecità che tanto spesso caratterizzano l’esperienza amorosa; l’uomo pensa, secondo il filosofo di Danzica, di ricercare unicamente il proprio appagamento, mentre di fatto è l’istinto a spingerlo dove vuole la natura.
Ebbene, torno a sostenere che proprio questa bruciante passione deve donarci il pieno accordo con il mondo circostante e farci da scudo contro i tentativi di dominazione da parte di forze estranee alle nostre, permettendoci di ritrovare interamente la nostra individualità.
L’amore si arricchirà così di ulteriore senso e non sarà solo basato sulla sfera procreativa, ma raccoglierà in sé il nucleo delle valorizzazioni emozionali dell’essere umano.
L’uomo zimbello della Natura
Ancora una volta non riesco a condividere la visione schopenhaueriana dell’amore come inganno: «È un’illusione di voluttà quella che inganna l’uomo... e lo persuade che gli procurerà una straordinaria felicità» (3).
Da qui nasce l’ulteriore definizione dell’individuo che funge da strumento, addirittura da zimbello della Natura per l’autoconservazione, proprio dove crede di realizzare la maggiore soddisfazione, ovvero nel rapporto amoroso.
Manifestazione dell’essenza «biologica» del sentimento è il caso-limite della mantide femmina, che divora il maschio dopo l’unione sessuale, o la triste constatazione che la donna, dopo aver generato e allevato i figli, avendo assolto alla sua funzione, perde ben presto bellezza e attrattive.
Come è facile comprendere, all’interno di un siffatto quadro concettuale e speculativo, il matrimonio viene ridimensionato e ricondotto al rango di utile artificio di cui fa uso l’istinto.
Con esso niente hanno più a che fare i cosiddetti valori spirituali, ma neppure i sentimenti, dal momento che tutto è ridotto ad essere guidato dal genio della specie: non ha alcun senso parlare di unioni felici, e Schopenhauer non esita a ricordarlo nel modo più aspro e disincantato.
Ecco perché l’amore altro non è che un disgraziato strumento di perdizione, una terribile tirannia che si prende gioco di tutto e tutti, fino a giungere a quegli esiti tragicomici così spesso ricorrenti nelle vicende sentimentali, dovuti al fatto che il singolo diventa una sorta di burattino nelle mani dello spirito della specie.
È per questo, secondo il filosofo, che per amore si muore, si uccide e si compiono scelte e azioni che mai l’uomo si sognerebbe di fare se non fosse abbagliato dall’illusione:
«La brama dell’amore, l’èmeros, che i poeti di tutti i tempi hanno cercato di esprimere in innumerevoli modi, senza mai esaurire l’argomento… questa brama e questo dolore dell’amore non possono trarre la loro essenza dai bisogni di un individuo effimero, ma sono il sospiro dello spirito della specie» (3).
Una «perla» d’amore
Tale visione fa rabbrividire perché ci apre gli occhi sugli abissi metafisici della nostra esistenza; ribadisco comunque che la creatura umana, pur nella sua innegabile dimensione effimera, non può essere considerata solo un mezzo adatto alla continuazione dell’esistenza: l’idea di essere manovrati da «fili» invisibili che dettano legge e calcolano in anticipo ogni nostra mossa non riesco a sopportarla.
Cosa ne sarebbe di tutte le palpitazioni emozionali che proviamo ogni giorno e che ci concedono uno «spiraglio di luce» in questa realtà così monotona e ripetitiva?
È mai possibile che anche le passioni, ingredienti principali della nostra capacità di relazione e di stare al mondo, siano frutto di un’illusione e, per di più, di una manovra invisibile?
No, ho troppa fiducia nella forza dell’amore e nella sua concreta possibilità di cambiare lo stato delle cose e assicurarci una speranza nell’avvenire, per essere persuasa dalla dottrina schopenhaueriana, che è comunque da considerarsi una «perla» (come afferma lo stesso autore a proposito della sua «Metafisica dell’amore sessuale») nel campo culturale mondiale.
Il vero amore: la pietà
L’amore procreativo è inconsapevolmente avvertito come «peccato» e «vergogna», dato il maggiore dei delitti compiuto mediante la perpetuazione di altre creature destinate a soffrire (analogamente a quanto sottolinea il poeta Pascoli ne «Il gelsomino notturno»).
Ma se esso è nient’altro che «due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara» (3), l’unico sentimento di cui si può tessere l’elogio non è l’eros ma quello disinteressato della pietà (agàpe, caritas): «ogni puro e sincero amore è pietà» (4), ovvero l’impulso di totale solidarietà con il prossimo, di una piena condivisione del dolore e delle sofferenze che, di certo, non potrà mai sradicare l’inestirpabile male che avvolge l’umana esistenza, ma sarà in grado di produrre un lenimento nell’animo altrui e persino un pianto sincero, come descritto in modo suggestivo dal filosofo anche nei «Supplementi».
Questo secondo genere di amore diviene tutt’uno con la compassione e fornisce, a mio parere, un invito a sperimentare la fratellanza quale modo per alleviare i mali personali e collettivi, a cogliere il dolore del prossimo per riscoprire e riaffermare la nostra umanità:
«Sentimento più alto e universale, capace veramente di dissolvere anche le radici più profonde dell’egoismo… piena identificazione della nostra sorte con le sofferenze delle altre creature» (4).
Una «bella fabella» di Apuleio
Anche nella letteratura latina ritroviamo affascinanti storie di passione amorosa che travolge e trasforma i protagonisti, plasmando il loro destino.
Una delle opere più interessanti a riguardo sono le «Metamorfosi» («Metamorphoseon libri») di Lucio di Apuleio (Madaura, 125 d.C.-180 d.C. circa), parzialmente autobiografiche e composte da undici libri, noti fin dall’antichità anche con il nome di «Asinus aureus» («L’asino d’oro»).
Il genere cui il testo rimanda, definito «romanzo», manca in realtà di una fisionomia definita e appare come il risultato di stili diversi cui si aggiunge l’indispensabile rapporto con le fabulae Milesiae per quanto concerne il carattere erotico-licenzioso di alcuni episodi.
Vi sono anche sottotrame nate da leggende popolari e l’elemento magico con il quale si scontra e viene ribaltata la logica di vita dei singoli personaggi.
Il protagonista narra la sua trasformazione in asino: l’intera vicenda assume i caratteri del racconto esemplare; perciò Apuleio, apprezzabilmente, non calca mai la mano su quanto vi è di scabroso nel suo romanzo.
Prova della serietà moralistica dell’opera è la funzione di elemento strutturante svolta dalla curiositas di Lucio che conduce il personaggio alla rovinosa trasformazione, dalla quale sarà liberato solo dopo una lunga espiazione, culminata in un drastico cambiamento di vita.
Emblematico è il caso della bella favola di «Amore e Psiche», che occupa addirittura due libri; essa assume un valore fondamentale nei confronti del destino di Lucio e, come il resto delle Metamorfosi, ha un significato allegorico.
Cupido (identificato con il greco Eros, signore dell’amore e del desiderio), unendosi a Psiche (cioè l’anima), le dona l’immortalità; la donna, per giungervi, deve affrontare innumerevoli prove, tra cui quella di scendere agli Inferi per purificarsi.
Anche la posizione centrale della favola nel testo originale aiuta a capire ciò che lega questo «racconto nel racconto» con l’opera principale; è infatti facile scorgere in tale favola una «versione in miniatura» dell’intero romanzo, offrendone la corretta decodificazione.
Come Lucio, anche Psiche è una persona «simplex et curiosa» che compie un’infrazione, viene duramente punita, e solo in seguito a molte peripezie potrà raggiungere la salvezza.
Appena sono contaminate dall’esperienza parallela di Psiche, le metamorfosi del giovane devono essere lette come prove cui è sottoposto un essere che, dopo un tempo di alienazione e di errabonde peripezie, è fin dall’inizio promesso alla salvezza voluta dalla dea signora delle trasformazioni.
Ma la favola appare isolata dal contesto in cui è collocata ed è destinata momentaneamente a fallire: la sua struttura di salvazione a lieto fine sarà riattivata e portata a compimento col chiudersi della narrazione.
Tale storia esposta da Apuleio, nonostante la sua tradizione millenaria, conserva intatto il suo fascino e ci fornisce l’esempio di un amore vissuto al massimo della potenza e dell’intensità: i due protagonisti sono attratti da una forza irresistibile e divengono, a mio vedere, l’emblema del sentimento puro cui tutti dovremmo ispirarci.
Psiche è una bellissima principessa che causa l’invidia di Venere; quest’ultima invia suo figlio Eros perché la faccia innamorare dell’uomo più brutto e avaro della Terra: Psiche doveva essere coperta dalla vergogna di questa relazione.
Il Dio Amore, però, s’innamora della mortale, la trasporta al suo palazzo e le impone che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre.
Ogni notte Eros va alla ricerca di Psiche: i due bruciano la loro passione in un amore che mai mortale aveva conosciuto.
Psiche è dunque prigioniera nel castello di Eros, legata da un tormento che le travolge i sensi.
Una notte, istigata dalle sorelle e pronta a tutto, la donna decide di vedere il volto del suo amante mentre egli dorme.
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