Estratto del documento

Tesina di:

Giulia Sanna

Classe: III E

Liceo Classico “D.A. Azuni”

Sassari

A.S. 2008/2009 1

«Un personaggio che non abbiamo ancora visto, apre la porta, entra in scena e, prima che abbia proferito parola, il suo modo di vestire ci parla della sua condizione e del suo carattere.

Più ancora del suo personaggio, l’abito esprime uno stato d’animo; attraverso l’abito ciascun di noi tradisce, in tutto o in parte, la personalità, le abitudini, i gusti, il modo di pensare, il suo umore del momento, quello che si accinge a fare»

Jacques Manuel, L’art du costume dans le film “Revue du cinéma”, 1949 2

Etimologia e introduzione

Il termine deriva dal latino moda, modus, che significa “maniera, norma, regola”.

Nei secoli passati, l’abbigliamento alla moda era appannaggio delle sole classi abbienti soprattutto per via del costo dei tessuti e dei coloranti usati, che erano estratti dal mondo minerale, animale e vegetale.

Prima dell’Ottocento, l’abito era considerato talmente prezioso che era elencato tra i beni testamentari. I ceti poco abbienti erano usi indossare solo abiti tagliati rozzamente e, soprattutto, colorati con tinture poco costose come il grigio.

A questi si aggiungevano scarpe in panno o legno. Non potendo permettersi il lusso di acquistare abiti nuovi confezionati su misura, tali classi ripiegavano spesso sull’abbigliamento usato.

Il termine moda compare per la prima volta, nel suo significato attuale, nel trattato La carrozza da nolo, ovvero del vestire alla moda, dell’abate Agostino Lampugnani, pubblicato nel 1645.

La storia di questo particolare fenomeno offre un punto di osservazione privilegiato per studiare la confluenza di molti elementi: l’intreccio continuo tra l’evolversi della storia delle idee e quella del pensiero economico; le relazioni tra i cambiamenti del gusto, e l’incidenza del progresso scientifico; il meccanismo d’influenza reciproca che caratterizza l’attuale rapporto tra mass media e consumatori.

Protezione, pudore, ornamento sono le tre motivazioni principali del vestirsi che s’inseriscono in un sistema formale di segni organizzato in funzione normativa. 3

Dalla foglia di fico alla T-shirt

«Gli abiti servono a coprire le nudità delle nostre vergogne e a difendere il corpo dalle intemperie, dal freddo e dal caldo.»

Come dice un antico trattato seicentesco, il pudore e la necessità di proteggersi sono ritenuti tradizionalmente come i primi motivi e l’origine stessa del bisogno di vestirsi.

Racconta la genesi che non appena Adamo ed Eva ebbero gustato il frutto dell’albero della conoscenza, “si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi” (3, sette).

La scoperta delle nudità appare come il primo momento che segue alla caduta. Dapprima Adamo ed Eva la dissimularono facendosi scudo con alcune foglie di fico intrecciate; in seguito l’uomo, chiamato al cospetto di Dio, si nasconderà dicendo: “Ho avuto paura, perché sono nudo” (3, dieci).

Allora prima di cacciarli dal paradiso terrestre “il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì” (3, ventuno).

Questo mito dell’origine dell’umanità mette in luce due funzioni essenziali del vestirsi: il 4

pudore e la protezione. Pudore dell’uomo e della donna che coprono di foglie le loro nudità, divenute fonte di vergogna per via della conoscenza.

Protezione della pelle animale che fa da involucro a un individuo gettato in un mondo ostile.

Tali preoccupazioni sono due costanti del comportamento umano; a qualsiasi cultura appartenga, l’uomo non è mai completamente nudo. Si possono sempre scorgere le tracce di minimum un indumentario, si trattasse soltanto di un “rivestimento” di segni e decorazioni, come nel caso del tatuaggio, al contempo involucro magico, artificio estetico ed elemento di linguaggio.

La funzione protettiva degli abiti

La pelle animale con la quale Dio copre Adamo ed Eva prima di cacciarli, fungerà al contempo da riparo e protezione contro il freddo, le spine, la durezza del suolo.

Abito - abitacolo, il vestito accresce progressivamente il valore della sua utilità, permettendo di correre senza martoriarsi i piedi, di ammortizzare i colpi, di facilitare i movimenti.

Le necessità tecniche sono spesso alla base dell’evoluzione degli indumenti.

Dall’abito da guerra, all’abito da lavoro, dai vestiti per la caccia a quelli sportivi, l’uomo non ha cessato di innovare il suo modo di vestire, adattandolo incessantemente a nuove esigenze.

Nel continuo perfezionamento dei suoi abiti, ha sperimentato numerosi materiali: dalle fibre vegetali, morbide e fresche, a quelle animali, soffici e calde, dal cuoio dei grembiuli alla maglia metallica delle cotte al goretex degli indumenti sportivi.

Ha sperimentato materiali e forme per avvolgere senza costrizione il corpo.

Il “chiodo”, in origine il giubbotto indossato dai motociclisti americani, è un classico esempio di “guscio indumentario”.

Confezionato in cuoio molto duro e spesso, è praticamente indistruttibile in caso di caduta; chiudendosi sul davanti con un doppio spessore, permette di proteggere al meglio la pancia, più esposta al vento della corsa; grazie ad una coppia di bottoni automatici, il bavero può essere fissato sulle spalle in modo da non sbattere in continuazione; infine lo sprone sulla schiena assicura una tenuta ottimale delle reni.

Il “chiodo” è 5

fabbricato dal 1915 dalla società americana Schott, che dal 1928 lo fornisce ai motociclisti appassionati di Harley Davidson.

In alcuni paesi è conosciuto con l’appellativo di Perfecto, dal nome del suo marchio storico.

Proteggere il proprio corpo vuol dire anche ripararsi in una corazza che risponde a bisogni fisiologici.

In casi estremi, l’abito ha costituito anche una protezione contro le malattie; come nel Seicento, quando in assenza di reali nozioni di profilassi sanitaria, i medici che curavano gli appestati si facevano schermo di una coltre di stoffe e di spezie ritenute efficaci nella prevenzione dei morbi.

In un’epoca in cui il corpo è percepito come una materia permeabile a ogni aggressione e in cui l’invisibile occupa quasi più posto del visibile nella rappresentazione del mondo, l’abito protegge sia da ciò che si vede e si sente, sia dai mali occulti.

Siano di passamaneria, di pizzo o di merletto, gli ornamenti delle aperture servono ad abbellire gli abiti, ma possono avere anche significati magici, come salvare il corpo dal demonio.

L’armatura

Abiti e accessori sono a volte talmente ricercati da divenire delle vere e proprie protesi, delle estensioni meccaniche del corpo; come l’armatura del cavaliere, che richiede un’infinità di pezzi distinti e articolati tra loro, concepiti per proteggere i punti vitali del corpo e per agevolare il più possibile i movimenti.

Gli abiti da guerra utilizzati dai cavalieri medievali si dividono in due categorie: le cotte di maglia e le armature.

La tecnica per la fabbricazione delle cotte di maglia, reticella di fili di metallo intrecciata a catena, si sviluppa fra il X e il XIV secolo.

Morbida e piuttosto leggera, dal Quattrocento la cotta è adoperata in combinazione con l’armatura, composta di un insieme di placche di metallo articolate fra loro e conformate alle diverse parti del corpo, a formare singole parti, come la gorgiera e il camaglio a difesa del collo e delle spalle, i bracciali, i cosciali e gli schinieri.

Spesso il cavaliere indossa sull’armatura una livrea di stoffa con i colori della sua arme o del signore per cui combatte. 6

Il trench coat

Il trench coat (cappotto da trincea) fu creato per gli ufficiali inglesi impegnati nella Prima Guerra Mondiale.

Confezionato con una tela di cotone impermeabilizzato morbida e resistente, è rivestito internamente con una calda imbottitura sfoderabile.

Alzando il bavero si ottiene una mentoniera che, fissata con una cinghietta, impedisce alla pioggia di penetrare nel collo.

Le spalline permettono di fissare gli eventuali equipaggiamenti militari o le bandoliere. Altre cinghiette servono a stringere l’imboccatura delle maniche.

La mantellina cucita sulla schiena permette una maggiore mobilità delle braccia, mentre due fasce di tessuto attorno alle cosce assicurano l’abito ben stretto al corpo.

Infine, la cintura presenta una serie di anelli ai quali si possono appendere la borraccia e le granate.

Introdotto fra gli abiti di uso comune dai reduci di guerra, è ormai diventato un abito da città e recentemente ha anche ritrovato un nuovo consenso nelle passerelle di moda, ma naturalmente ha perso numerosi dettagli, come gli anelli porta-granate.

La T-shirt

La canottiera fa la sua apparizione come indumento intimo maschile nella seconda metà dell’Ottocento, in una forma simile a quella che ha ancora oggi: corpo cilindrico in maglia di cotone e girocollo piatto.

Usata nella divisa della Marina militare statunitense, si afferma come indumento di uso quotidiano grazie allo sviluppo delle pratiche sportive.

Negli anni Venti le associazioni sportive delle grandi università americane, e in particolare University of California, cominciano a personalizzarla con delle scritte.

Negli anni Trenta diventa un supporto pubblicitario, utilizzato per reclamizzare i pregi di una 7

Il mago di Oz

località turistica o di un film, primo fra tutti nel 1939.

La Seconda Guerra Mondiale contribuisce in modo decisivo alla sua diffusione.

Indossata dai militari americani, è prodotta in milioni di esemplari sul modello fissato nel 1942 dalla Marina Americana degli Stati Uniti col nome di T type shirt, dalla lettera che ricorda la sua forma.

Finita la guerra, la T-shirt conosce una grande popolarità e si diffonde soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

Il cinema e il rock and roll ne fanno un modello universale per le nuove generazioni.

Divenuta nel corso di trent’anni uno dei supporti privilegiati della comunicazione pubblicitaria, ma anche musicale, politica o letteraria, la T-shirt rappresenta un perfetto esempio di trasferimento d’uso e di adattamento di un capo di vestiario alla moda.

Il jeans

Tutti ne hanno almeno un paio nell’armadio, la resistenza del tessuto è famosa in tutto il mondo, alcuni lo considerano un modo di vivere, altri un oggetto di culto, altri ancora una moda: è il jeans.

Osannato e maltrattato, stracciato, tinto e arricchito.

Il pantalone a cinque tasche di tessuto più famoso della storia della moda ha conquistato il suo posto nell’armadio grazie ad una lunga e tormentata vita che è iniziata nella seconda metà dell’Ottocento.

Levi’s è la compagnia che per tutto il ’900 è stata al primo posto nella produzione dei jeans.

Il suo fondatore, Mr. Levi Strauss, uno dei tanti cercatori d’oro che arrivò a San Francisco nel 1853, con l’aiuto di Jacob Davis, un sarto del Nevada, che per primo abbinò al denim i celebri bottoni di metallo, mise a punto il più longevo dei pantaloni, resistente alle intemperie e alle mode.

All’epoca il denim era già usato per molti abiti da lavoro, ed è soltanto una leggenda quella secondo cui Levi Strauss abbia fabbricato i primi jeans con la stoffa delle tende; non era un materiale che lui produceva, se ne approvvigionava dai grossisti di passaggio.

Così nasce il mito. È l’evoluzione che il prodotto ebbe negli anni ’50 che decretò il suo successo.

Fino alla Seconda Guerra Mondiale il jeans rimase un abito da lavoro, nel dopoguerra fu il boom del casual e Levi’s ne fu protagonista.

Dagli anni ’50, i “Red Label” cominciarono a entrare nelle case dei giovani insieme ai primi idoli del cinema e del rock’n’roll: da James Dean a Elvis Presley.

La crescita e la popolarità dell’azienda furono inarrestabili almeno fino agli anni ’70, periodo in cui le griffe hanno iniziato a impadronirsi del jeans come parte integrante del loro prêt-à-porter.

In questo periodo il famoso pantalone entra negli armadi dei giovani di tutto il mondo per non uscirne mai più.

Tra slim fit e zampa d’elefante raggiunge il primato di pantalone passepartout, il preferito dai giovani e in assoluto il più portato.

L’evoluzione continua e il pubblico sembrano preferire il jeans firmato, un po’ per la novità e un po’ perché negli anni ’80 la tendenza è mostrare soprattutto il marchio, così anche per il jeans.

La storica ditta di San Francisco si affanna a mantenere la leadership senza tradire i suoi principi fondamentali, quelli che l’hanno vista protagonista del costume giovanile per decenni.

Motivo di crisi è che ormai qualsiasi linea di abbigliamento, dalla ditta più sconosciuta alla firma più nota dell’alta moda, 8

produce una propria linea jeans.

Il numero di persone che ne compra uno o lo porta è cresciuto.

Diverse, però, sono le scuole di pensiero: alcuni lo considerano un oggetto di culto e ricercano, nel campo dell’usato, il modello più antico o il tessuto più pregiato; altri, i più giovani, lo considerano un modo di vivere, anche se oggi è stato in parte soppiantato da altri tipi di pantaloni sportivi; altri ancora lo portano sempre all’ultima moda acquistando jeans di questa o di quell’altra ditta.

Adesso anche il più famoso dei pantaloni sta diventando vittima della moda.

Se prima era concepito come pantalone da lavoro e aveva un taglio e un tessuto di un certo tipo, oggi la moda e le esigenze di un pubblico sempre più critico e competente portano il jeans a cambiare forme e colori, lunghezza e larghezza secondo lo stile più attuale.

La fine degli anni ’90 è stata caratterizzata, dopo un periodo di silenzio e di minimalismo in cui si era quasi persa traccia del benamato pantalone in denim, da un ritorno alla grande della moda jeans.

Dopo l’imitatissimo neohippy di Gucci, a opera di Tom Ford, che ricorda molto gli anni settanta, jeans a vita molto bassa, non esageratamente stretti, lunghezza appena sopra la caviglia, finto trasandato con applicazioni colorate di altri materiali, e il parallelo successo dei modelli, tra piume e pitone, proposti da Roberto Cavalli, ecco che si parla di nuovo jeans.

Non è più solo per i giovani e per il tempo libero, ma ora il suo spazio nell’armadio occupa un altro livello.

È diventato un oggetto di lusso.

Per la sera e per il giorno, indifferentemente il jeans regna ancora una volta incontrastato alla faccia dei nuovi tessuti supertecnologici e delle mode che si alternano e sono dimenticate.

Apprezzato, arricchito, la sua immagine è oggi sfruttata ai limiti dell’inflazione.

Nella famosa tela denim oggi si può trovare di tutto: dalle borse al costume, agli stivali, pochette, portafogli, bracciali...

Il jeans sta morendo o è rinato in altra forma?

L’importante è portarlo sempre come si vuole e con tanta personalità.

Immortale e sempre blue-jeans.

Essere alla moda

«La nostra leggerezza è tale, che non appena una moda ne ha cancellato 9 un’altra già viene sorpassata da una nuova, che a sua volta lascia il passo a quella che la segue.»

La Bruyère

Les Caractères

Piet Mondrian

Composition in Red, Yellow, and Blue (1930)

La moda sembra godere di un piacere perverso nel cambiare e riciclare di continuo le linee e le forme dei vestiti.

Stilisti e creatori di moda, ma anche tutti coloro che indossano gli abiti, giocano con i capi di abbigliamento combinandoli e reinterpretandoli, stagione dopo stagione, in un’incessante ricerca delle novità.

Christian Laboutin and Nike Shoes

Yves Saint Laurent Dress and Bag

Modelli ispirati al celeberrimo quadro di Mondrian

Nell’antichità non si può dire che esistesse una vera e propria moda, ma più che altro dei modelli uguali per tutti o che al massimo differenziassero tra loro le varie classi sociali. 10

Gli Egizi, i Romani e i Greci

Gli Egizi, popolo molto scrupoloso nella pulizia (come dice Erodoto), usavano pochissimo la lana e le altre fibre animali, perché ritenute impure, preferendo le fibre naturali come il lino che, essendo più leggero, era molto adatto a un clima caldo e secco.

Le vesti di lino, inoltre, avevano il vantaggio di poter essere lavate con molta facilità.

Le donne indossavano abiti simili a quelli degli uomini, ma più lunghi e molto aderenti.

Anche dagli affreschi è possibile ammirare l’elegante silhouette di tutte le donne egizie: dalla moglie del faraone alle ballerine.

L’abito contrassegnava anche l’appartenenza a una classe sociale: per i ceti più bassi l’abito era più semplice.

Indossavano anche parrucche, realizzate con capelli naturali o fili di lino o fibre di palma.

Grazie a un avanzato livello culturale e a una buona stabilità politica, nell’arco di tremila anni, durata della società egizia, i cambiamenti nell’abbigliamento furono minimi.

Le prime informazioni riguardanti l’abbigliamento ci giungono proprio dagli Egizi, grazie all’ottima conservazione di statuette, affreschi ecc.

Anteprima
Vedrai una selezione di 9 pagine su 36
Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 1 Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 2
Anteprima di 9 pagg. su 36.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 6
Anteprima di 9 pagg. su 36.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 11
Anteprima di 9 pagg. su 36.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 16
Anteprima di 9 pagg. su 36.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 21
Anteprima di 9 pagg. su 36.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 26
Anteprima di 9 pagg. su 36.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 31
Anteprima di 9 pagg. su 36.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Abito... fa il monaco! - Tesina Maturità Pag. 36
1 su 36
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi