Storia della follia
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Storia della follia
Percorso multidisciplinare di Francesca Paola Picciarelli
Liceo Scientifico “San Giuseppe” classe V sez. B
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Percorso multidisciplinare di Picciarelli Francesca Paola classe V sez. B
Liceo Scientifico “San Giuseppe” AS 2006/2007
Storia della follia
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Anno scolastico 2006/2007
Mappa concettuale
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Percorso multidisciplinare di Picciarelli Francesca Paola classe V sez. B
Liceo Scientifico “San Giuseppe” AS 2006/2007
Storia della follia
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Indice
- Che cos’è la follia?
- Età classica - Divina mania: Seneca
- Dal Rinascimento all’età moderna: segregazione della malattia mentale
- Legge Giolitti n. 36 del 1904: istituzione del manicomio
- Legge Basaglia n. 180 del 1978: chiusura del manicomio
- Età contemporanea: nascita della psicanalisi
Sigmund Freud
- Flusso di coscienza: Italo Svevo e James Joyce
- Surrealismo: Salvator Dalì
- Intervista: il laboratorio artistico “Il mattone”
Testimonianza raccolta dal giornalista Nino Vascon.
- Bibliografia
- Sitografia
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Percorso multidisciplinare di Picciarelli Francesca Paola classe V sez. B
Liceo Scientifico “San Giuseppe” AS 2006/2007
Storia della follia
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Che cos’è la follia
Credo che esistano due concetti nettamente distinti di follia. Uno è orientato alla società, l’altro lo definirei orientato all’individuo. Nel concetto di follia legato alla società, specie nelle letterature moderne, il matto è colui che è più cosciente delle convenzioni e dell’assurdità della vita borghese. Quindi, nel concetto di salute psichica orientata alla società, l’uomo è sano quando è all’altezza dei compiti che la società gli assegna, ovvero quando funziona in modo conforme ai bisogni di una data società.
Il concetto umanistico, invece, si distingue nettamente da quello orientato alla società. Non è il funzionamento conforme ad una data società a determinare che cosa sia la malattia o la salute psichica, ma criteri insiti nell’uomo stesso.
Esiste infatti il concetto di follia spesso utilizzato in psichiatria: la follia consiste nella presenza di malattia psichica. Di conseguenza, possiamo parlare di individuo relativamente sano, se non c’è nessuna nevrosi, psicosi o sintomo psicosomatico, e se su un piano socialmente rilevante non ci sono alcolismo, omicidi e disperazione.
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Età classica
Divina mania
Il furor di Seneca
Al centro di tutte le tragedie di Seneca troviamo la rappresentazione dello scatenarsi rovinoso di sfrenate passioni, non dominate dalla ragione, e delle conseguenze catastrofiche che ne derivano. Il significato pedagogico e morale s’individua dunque nell’intenzione di proporre esempi paradigmatici dello scontro nell’animo umano di impulsi contrastanti, positivi e negativi. Da un lato vi è la ragione, di cui si fanno spesso portavoce personaggi secondari che cercano di dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi; dall’altra vi è il furor, cioè l’impulso irrazionale, la passione (amore, odio, gelosia, ambizione e sete di potere, ira, rancore) presentata, in accordo con la dottrina morale stoica, come manifestazione di pazzia in quanto sconvolge l’animo umano e lo travolge irrimediabilmente.
In questa lotta tra furor e razionalità, lo spazio dato al furor, al versante oscuro, alla malvagità e alla colpa, è senza dubbio preponderante e va ben oltre i condizionamenti e le esigenze imposti dal genere tragico. L’interesse per la psicologia delle passioni, che può apparire quasi morboso, sembra talora far dimenticare al poeta le esigenze filosofico-morali. Inoltre è caratteristica delle tragedie senecane l’accentuazione delle tinte più fosche e cupe, degli aspetti più sinistri, dei particolari più atroci, macabri, raccapriccianti. In poche parole Seneca enfatizza il pathos e dimostra la forza devastante della passione indice di disintegrazione della personalità interiore. I personaggi vengono analizzati in profondità: di essi vengono messi in risalto i contrasti interiori, le esasperazioni, il furor, la morte della ragione, la bestialità umana.
In realtà la visione pessimistica, l’accentuazione degli elementi cupi e la forte intensificazione patetica, appaiono funzionali a quel valore di esemplarità negativa che i personaggi tragici rivestono agli occhi dei filosofi; sono mezzi di cui l’autore si serve per raggiungere più efficacemente il suo principale obiettivo, consistente nell’ammaestramento morale. Del resto il pathos caricato, l’enfasi e il gusto per i particolari orridi e raccapriccianti erano già presenti nelle tragedie dei latini arcaici, e trovavano piena corrispondenza nel gusto dei tempi di Seneca.
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Dal Rinascimento all’età moderna
Segregazione della malattia mentale
Per conoscere la concezione di follia che avevano in quel periodo, ho preso in considerazione il filosofo Michel Foucault e la sua opera “Storia della follia nell’età classica”.
La parte che tratto di quest’opera è dove lui inizia ad introdurre per la prima volta la parola “Manicomio”. Il Manicomio sorge in Europa tra la fine del ’700 e l’inizio dell’800.
La fondazione di un’istituzione quale il manicomio si presenta come uno degli snodi fondamentali di quel processo che identifica come il processo di medicalizzazione della follia, che consiste nella nascita di uno specifico progetto terapeutico per questa particolare classe di soggetti e che segna il passaggio da una concezione della follia come malattia.
Questa evoluzione implica, da una parte, la formalizzazione dello statuto del malato che non è più, come nella società di Ancien Régime, genericamente un povero bisognoso cui è riservato una sorta di internamento promiscuo in cui la follia si confonde con altre forme di povertà, e dall’altra, la formazione di un gruppo di professionisti che si esplicano all’interno di uno spazio istituzionale quale appunto il manicomio. Il punto di partenza di questo progetto è l’assunzione della curabilità della follia, considerata come uno stato di alterazione dell’equilibrio normalmente esistente tra tutti gli elementi che intervengono nei processi intellettivi dell’uomo.
In questa prospettiva l’uomo alienato risulta un uomo smarrito, la cui interiorità può essere ricomposta attraverso un progetto terapeutico che fondi insieme trattamenti fisici e trattamenti morali da realizzarsi all’interno di uno spazio rigorosamente isolato dal resto della società. Questo spazio, cioè il manicomio, è il fulcro del progetto terapeutico, o meglio, si identifica esso stesso con il progetto terapeutico.
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Legge Giolitti n. 36 del 1904
Istituzione del manicomio
Le discussioni circa la legge manicomiale occupano in Italia tutta la seconda metà dell’Ottocento, partendo già dal 1849 quando il deputato Bernardino Bernini presenta la propria proposta di legge al parlamento subalpino, per concludersi nel 1904 con l’approvazione della legge Giolitti n. 36. Un iter così lungo e tormentato dimostra perfettamente l’importanza e la radicalità degli interessi in gioco nella gestione di un’istituzione quale il manicomio e di una categoria di malati quali quelli mentali, nella quale non intervengono semplicemente problemi di ordine medico e scientifico, ma anche di carattere sociale, politico ed amministrativo.
La legge viene approvata il 12 febbraio in considerazione del fatto che l’unificazione della legislazione manicomiale è ormai improcrastinabile e promulgata il 14 febbraio col titolo “Disposizione sui manicomi e sugli alienati”.
La legge, all’art. 1, primo comma, sancisce:
Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé, e agli altri, o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi.
La legge si apre quindi, con una dichiarazione ricca di implicazioni nel momento in cui individua nei soggetti socialmente pericolosi i veri destinatari del progetto manicomiale. In primo luogo, infatti, come mette in evidenza Vinzia Fiorino, questa specificazione rivela l’eclisse subita dall’utopia della guarigione, o almeno il poco peso che la classe politica riconosce all’aspetto curativo e terapeutico dell’istituzione manicomiale, nonostante le pressioni e l’appoggio della classe degli psichiatri.
Il secondo ed il terzo articolo dispongono le modalità di ammissione e dimissione del paziente dal manicomio.
All’articolo 2 si afferma che l’ammissione in manicomio è autorizzata in via provvisoria dal Pretore, su presentazione di un certificato medico ed in via definitiva dal tribunale in base alla relazione del direttore, e dopo un periodo di osservazione che non può essere superiore ad un mese.
L’articolo 3, invece stabilisce che la dimissione degli alienati guariti è autorizzata, su richiesta del direttore o dei parenti, con decreto del Presidente del Tribunale, nei confronti del quale è ammesso reclamo al tribunale stesso. Per quanto riguarda le ammissioni e l’intervento dell’autorità giudiziaria nell’autorizzazione di queste, esso è stato concepito come una misura di tutela della libertà individuale, come supervisione atta ad impedire il costituirsi ed il perpetuarsi di abusi.
La legge fu completata dal Regolamento di attuazione nel 1909 e, nonostante già qualche anno dopo la sua approvazione si levarono critiche ed opposizioni, come documentano le riviste psichiatriche del tempo, essa rimase in vigore per oltre settanta anni, nel corso dei quali, tra l’altro, il sistema manicomiale venne rafforzato con una serie di disposizioni tra cui l’obbligo per i medici di denunciare all’autorità di pubblica sicurezza le persone da loro assistite o esaminate che risultino affette da infermità psichica che li rende pericolosi, e l’obbligo dell’annotazione, introdotto con il Codice Rocco nel 1929, sul proprio certificato penale dei provvedimenti di ammissione e dimissione emessi dal giudice.
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Legge Basaglia n. 180 del 1978
Chiusura del manicomio
Nel secondo dopoguerra si mette in moto in vari paesi europei un processo di ridefinizione dei metodi di assistenza psichiatrica, che ruota intorno alla liberalizzazione dell’ospedale psichiatrico.
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Tesina di maturità sulla storia della follia
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- Legge Basaglia n. 180 del 1978: Chiusura del manicomio
- Età contemporanea: Nascita della psicanalisi