“La Follia” Carpino Noemi
V A Artistico
A.S. 2012/2013
La follia
La follia è una realtà complessa e dalle mille facce, spesso difficili da percepire.
Essa ci cammina accanto invisibile, è accanto ai singoli uomini, ma si rivela compagna inseparabile della storia umana.
Esiste una definizione medica, psichiatrica della pazzia ma a volte questa definizione è riduttiva perché si riferisce alla patologia da curare senza vedere nient’altro. Per certi aspetti la follia costituisce una rottura delle comuni regole accettate. Essa scardina il meccanismo delle “forme”, delle convenzioni che imprigionano la vita nel suo fluire, come ci ricorda Pirandello.
A volte il “pazzo” è solo una persona pericolosa per sé e per gli altri, quindi da evitare, da rinchiudere. Ricordiamo a tal proposito Gericault, che in pittura eseguì una serie di ritratti di alcuni ricoverati in un manicomio parigino, e Vincent Van Gogh che arrivò al punto di farsi ricoverare in una clinica per malati mentali a causa dei frequenti eccessi di follia.
La follia genera distruzione e anche autodistruzione. Il folle è colui che è privo di senno, che manca di qualcosa rispetto alle persone ritenute conformi alla norma.
Ma questo modo di definire la pazzia come semplice fenomeno di alienazione mentale, fuga nel delirio fine a se stesso, non si ritrova nelle altre culture pre-moderne o tradizionali: qui alcuni tipi di follia sono segno di presenza divina nell’uomo. Egli per il suo stato supernormale “vede” molto oltre quello che i comuni mortali possono vedere: tali erano i veggenti.
È facile portare esempi di artisti, filosofi, scienziati che hanno saputo convivere con la loro follia (a volte con esiti tragici), esprimendo capacità intuitive e creative affascinanti, del tutto fuori dal normale: ne sono esempi il pittore Van Gogh, il filosofo Nietzsche, il quale nel periodo in cui si era stabilito a Torino, dà i primi segni di squilibrio mentale. Ai primi del 1889 Nietzsche ha un crollo psichico e scrive lettere esaltate (i cosiddetti “biglietti della pazzia”) ad amici, a uomini di Stato e a membri di case regnanti.
Distruzione e creazione costituiscono i due poli complementari e opposti di questo stato ambivalente della mente. Follia può essere genio ma anche crimine.
Perfino l’intero corpo sociale può essere “folle”: genocidi e stragi che lo circondano sempre, così come la grande tragedia dello sterminio nucleare, dove raggiunge il suo apogeo il delirio di potenza dell’uomo moderno.
Pirandello e la follia
In Italia è con Luigi Pirandello che ci avviciniamo al clima delle avanguardie e, in particolare, all’espressionismo. Nella sua opera la follia acquista un ruolo preminente, ancor più di quanto accada con altri grandi artisti sperimentali suoi contemporanei. La riflessione dello scrittore su questo tema è sollecitata anche dall’esperienza biografica: a partire dal 1903, infatti, la moglie Antonietta ha i suoi primi sintomi di squilibrio che la faranno internare, nel 1919, in una casa di cura.
Tuttavia, l’interesse di Pirandello per la follia trascende ampiamente questa occasione: si lega infatti ai suoi temi centrali (la verità, il relativismo, l’identità) e al genere in cui il suo sperimentalismo dà i risultati più intensi: il teatro.
Per Pirandello la follia non ha solo un significato. In primo luogo, ricollegandosi al romanticismo, essa può apparire come dimensione autentica di fronte all’inautenticità delle convenzioni. Il folle capovolge i valori consueti: egli fa apparire malato ciò che viene dichiarato sano, e viceversa.
La follia in Pirandello diventa l’unica verità: cioè, che non esiste alcuna verità.
Questo paradosso ha in sé un grande potenziale tragico: lo sviluppa l’Enrico IV, il dramma del 1922. Caduto da cavallo durante una festa in maschera in cui vestiva i panni di Enrico IV di Germania, il protagonista è impazzito credendosi davvero l’imperatore. Ritornato in sé, mantiene la finzione. Ora dopo anni, giungono a trovarlo nel suo castello Matilde, che egli aveva amato senza essere corrisposto. Tito Belcredi, suo rivale e attuale amante di Matilde; Frida, che assomiglia straordinariamente a sua madre Matilde da giovane.
Enrico non sopporta di essere stato escluso dalla vita reale, rimpiange la giovinezza perduta e sa che la sua caduta da cavallo fu causata da Belcredi. È ancora innamorato: non della Matilde attuale, ormai invecchiata, bensì di Frida, che per lui è come la Matilde di un tempo. Si avventa sulla giovane, rivelando di aver simulato; Belcredi tenta di fermarlo, ed egli lo ferisce a morte. D’ora in poi non gli resterà che ritornare ad essere per sempre l’imperatore Enrico IV.
La follia di Enrico IV è anche una follia recitata. Essa pone perciò un problema: esiste un legame fra teatro e pazzia? A teatro la pazzia acquista un significato particolare? Perché? Anzitutto, nelle opere drammaturgiche non esiste un autore che, come in narrativa, coordini e commenti dall’alto stabilendo una verità univoca. Gli atti e i discorsi del folle sono dunque oggetto di giudizio al pari di tutti gli altri. Perciò non si può stabilire nell’Enrico IV sino a che punto il protagonista sia malato o guarito. In questo modo, la nozione di verità viene decostruita; e in secondo luogo la follia non viene neutralizzata da subito come un discorso che, in quanto pronunciato da un folle, non vale la pena di prendere in considerazione.
In secondo luogo, pazzo e attore possono essere accostati. Il pazzo è, in un certo senso, uno che recita, poiché si rappresenta come qualcuno che non è. Chi si crede Napoleone, o il papa, o qualsiasi altro personaggio illustre ne assume gli atteggiamenti, trasformando la propria vita in una recita e rinunciando alla propria identità per assumerne un’altra.
È appunto quanto accade nell’Enrico IV. In questo dramma la follia non mette più solo in questione la verità, ma l’identità personale.
Questa si disgrega e viene sostituita da una maschera: l’uomo reale scompare (nell’elenco dei personaggi, al posto del suo nome compaiono dei puntini di sospensione) e resta solo il travestimento assunto nella festa di carnevale. Il folle è dunque uno che, per esistere, ha preso un’identità diversa dalla propria, ma non meno convenzionale di tutte le altre.
Pittura - Vincent van Gogh
Letteratura - Pirandello