Società di massa e psicologia collettiva
Francesco Tita III B
1. Introduzione
“La contrapposizione tra la psicologia individuale e quella sociale o collettiva si rivela, quando la si consideri più attentamente, ben più attentamente, ben meno profonda di quanto non appaia a prima vista. Indubbiamente la prima ha come oggetto l'individuo e ricerca i mezzi di cui questi si serve e le strade che segue per ottenere la soddisfazione dei suoi desideri e bisogni; tuttavia, ben di rado ed in casi assolutamente eccezionali essa riesce, in questa ricerca, a fare astrazione dai rapporti tra l'individuo e i suoi simili. Nella vita dell'individuo l'altro rappresenta sempre un modello, un oggetto, un amico od un nemico, e sin dall'inizio la psicologia individuale è anche […] una psicologia sociale […]”.
(S. FREUD, “Psicologia delle masse e analisi dell'io”, da “Psicoanalisi della società moderna”, Newton Compton, 2010)
Dalle parole di Freud che pongono inizio al celebre saggio “Psicologia delle masse e analisi dell'io” si può evincere un concetto che ha sempre guidato l'intera storia politico-culturale dell'umanità: l'individuo è specchio della società, della collettività e delle masse. Sulla prima affermazione i dubbi non sembrano sorgere spontanei: anche Aristotele nel IV sec. a.C. affermava “ο ανθρωπος φυσει ζωον πολιτικον εστι”, ossia “l'uomo è per natura un essere atto alla vita sociale”.
Lo scandalo non può certo sorgere se si paragona la personalità raziocinante dell'uomo individuale alla regola, alla legge, allo spirito mentale e intellettuale e all'ordine del cosiddetto uomo sociale. Il grave problema sorge nel momento in cui l'individuo diviene specchio della collettività, della società di massa, quella bollata dal panorama culturale come indistinta, facile preda dell'istinto, dell'influenza altrui, della violenza e, secondo i moralismi religiosi sviluppati anche dalla letteratura (come nel romanzo storico manzoniano), radice del male storico.
Essere lo specchio delle masse significa farsi dominare, nel mondo culturale, dalle facili persuasioni e dagli incontrollabili impulsi. Tuttavia, la società di massa ha certamente influenzato il pensiero individuale di ogni epoca. Prima ancora dei mezzi di comunicazione di massa che oggi diffondono le immagini, i simulacri, i gusti, i modelli valoriali e le pseudo-divinità della collettività, la letteratura, la storia e la filosofia ci hanno offerto continuamente esempi della “turba”, della folla indistinta descritta talvolta con una sorta di manierata superficialità che delinea e denuncia il quadro spazio-temporale in cui l'autore scrive, e talvolta con un'analisi fortemente introspettiva del suo mondo per ricercare in essa consenso e appoggio, modificando la propria realtà interiore e individuale alla ricerca non solo del successo, ma talvolta anche del plagio e della facile influenza, come la storia ha documentato nella grande fase dei totalitarismi.
Perciò la società di massa non è quella folla soggetta ai moti delle violente influenze, non è il simbolo dell'irrazionalità cruda e semplicistica, ma costituisce una psicologia definita, che è il costante specchio dell'uomo medio, comune, che anche negli stereotipi e nei valori preimpostati costituisce il riflesso più vivo e autentico della storia. Non bisogna neppure pensare alla società di massa come monolitica, poiché se la storia muta profondamente le sue coordinate ciò è dovuto a intrinseci cambiamenti della collettività che, pur conservando una radice di tradizione, si evolve e fonde i valori della “mediocritas” umana in un'unica grande coscienza sociale.
L'unico problema da risolvere è la ricerca della società di massa attraverso le epoche, in quanto essa non è certo una creazione moderna, risalente agli sviluppi storici del Novecento: si è man mano delineata attraverso l'opinione letterario-filosofica, combattuta tra la denuncia degli ideali collettivi ritenuti piatti, insulsi e crudeli e il fascino e la ricerca dei gusti massificati. La psicologia di massa si è quindi sempre insinuata nelle manifestazioni culturali che la storia ha conosciuto e ha delineato un quadro che, letto attentamente, è sempre diverso e diversamente sfaccettato.
2. Società di massa come opinione comune: gusto e ripulsa nei mimi di Eroda
La grecità classica non ha realmente mai descritto, almeno nella letteratura ufficiale, una sorta di società di massa, un pensiero comune e massificato nell'uomo sociale. Perfino il teatro greco, genere che ha sempre cercato di venire incontro alle esigenze valoriali e ai gusti del pubblico, non ha mai parlato di una vera e propria psicologia di massa: la tragedia di Eschilo presenta sempre la ricomposizione della υβρις individuale nel νομος νου dato dall'ordine sociale della πολις; Sofocle rivendica l'autonomia e il παθος dell'individuo contro lo spietato raziocinio di una società chiusa in regole schematizzate; Euripide, invece, esclude la componente sociale per concentrarsi su una piena e assoluta affermazione del παθος individuale.
Solo in Aristofane si fanno avanti i primi segni di una psicologia collettiva, che però diviene purissimo oggetto di dileggio e di beffa da parte dell'incrinato tradizionalismo del commediografo. Solo con l'arrivo dell'età ellenistica le espressioni dei modelli valoriali di una prima società di massa emergono, in quanto è proprio in quest'epoca che il raggio di influenza del letterato e dell'autore si amplia: si crea una vera società di massa, una psicologia comune e collettiva in una realtà di κοσμοπολιται, di nuovi ruoli socio-culturali (ormai in mano anche alle donne) e di una realtà umana dove le masse impongono la loro vivida immagine, forse un po' crudele e stereotipata, che è quella dell'opinione comune, della reputazione e della spietata maldicenza.
Tuttavia il quadro è quello di una descrizione molto distaccata, fredda e impersonale che si volge anche alla conquista di quello stesso pubblico delineato in modo così aspro e pungente dall'autore. Piena manifestazione di questo dicotomico dualismo sono i mimi di Eroda, letterato originario di Cos a lungo considerato il precursore delle correnti naturalistico-veristiche della seconda metà dell'Ottocento.
Tuttavia, nonostante il loro peso sia stato oggi sottovalutato sotto la definizione di puro formalismo, bisogna rivalutare il mimiambo erodiano come prima fonte del collettivo pensiero della società di massa. La fonte culturale che Eroda ci offre si colloca a pieno nel contesto socio-culturale ellenistico: gli orizzonti dell'uomo si sono ormai aperti a una dimensione globale, che l'individuo non riesce ad accettare e verso la quale ci si chiude in un completo individualismo, che rifugge le masse e il suo pensiero condizionante.
Anche se sembra una soluzione alquanto semplicistica, la società di massa e la collettività assumono già il primo connotato dell'opinione comune, del chiacchiericcio che schiaccia e bolla in schematismi l'individuo alla ricerca di una propria autoaffermazione. Nei mimi di Eroda, inoltre, non ci sono solo le masse che bollano l'individuo come figura traviata, dalla dubbia moralità, ma c'è anche profondo simbolismo e la presenza dell'uomo sociale, ossia di quell'individuo che incarna i valori collettivi.
Le trame del mondo ideale comune si trovano in numerosi mimiambi, come nel Πρoκυλις η μαστροπος, dove la mezzana diviene un bozzetto, quasi un canovaccio dell'atellana che rappresenta il pensiero sociale:
“Si è dimenticato di te e ha bevuto a una coppa nuova”.
“...fatti gaia e guarda verso un altro”.
Gillide, l'anziana mezzana che consiglia alla giovane Metriche di incominciare una nuova vita, è il puro simulacro dell'“individuo sociale”, di una massa storica che entra nella vita del πολιτης e dell'ιδιωτης per renderlo κοσμος, pubblico, esposto a un mondo al quale, tuttavia, l'uomo individuale cerca di reagire con la propria autonomistica e ferma opposizione, che si ritrova anche nel Πορνοβοσκος, storia di un lenone che cita in giudizio il cliente Talete per violenza fatta a una prostituta e all'edificio stesso del bordello:
“Qua anche tu, Mirtala, mostrati a tutti, non avere vergogna di nessuno. Considera gli sguardi di costoro, che vedi qua a giudicare, sguardi di padri, di fratelli tuoi. Vedete, signori, gli strappi che essa ha subito dal basso e dall'alto, come a forza di strappare ha reso spellate queste parti, questo scellerato, quando la trascinava e le faceva violenza”.
Da queste parole si evince a prima vista lo sguardo dell'uomo sociale, Talete, che disprezza e depreca un mestiere che ormai si vuole privare della sua accezione amorale e spudorata che la massa ha voluto attribuire con la violenza. E non è solo Battaro, il tenutario del bordello, ad alzare la voce di fronte alla crudeltà della collettività, ma anche Mirtala, quasi un'“Antigone del silenzio” ellenistica, fa vedere delle ferite che sono il simbolo delle torture infertele dall'opinione comune.
Per questa ragione la descrizione della società di massa che emerge dai mimi di Eroda non cerca proprio di denunciare la crudeltà e il carattere violento e spietato della collettività (sia per l'impersonalità assoluta dell'autore sia perché il mimo è uno dei primi veri e propri generi della “cultura di massa”, diffusosi per l'intrattenimento e scritto secondo il gusto popolare), quanto più mostra i costi che la nuova società cosmopolita ha imposto ad un individuo che rivendica la sua posizione in un mondo di conformismo e di “uniformazione globalizzata”, ma che continua a rimanere sotto l'egida delle masse, ormai sempre più schiacciante e senza più risoluzioni.
La società di massa erodiana, in conclusione, non è altro che lo specchio della storia contemporanea.
3. Denuncia delle masse e “visione d'élite” nel Seneca dei “Dialogi” e delle “Epistulae ad Lucilium”
Come affronta la litteraria latinitas il problema della società di massa? Anche se nella tradizione letteraria successiva sarà Marziale l'interprete di un gusto massificato, realistico e descrittore del costume collettivo (da non dimenticare la sententia “hominem pagina nostra sapit”), nell'età giulio-claudia Seneca sarà invece il modello umano individuale che descriverà abiezioni, storture e corruzioni di quella collettività che diviene simbolo della storia dei tempi, irrazionale e ispirata dall'apparenza e dal potere.
Seneca, infatti, riesce a descrivere in modo dettagliato la società di massa in quanto dalla sua parte ha l'intento di denunciare le brutture della contemporaneità, Marziale, invece, crea il quadro eterno, non circoscritto storicamente, degli istinti umani e sociali per ricercare il gusto e dar vita ad una prima forma di “cultura di massa”.
Seneca fa della propria scrittura una “satira invettiva”, una denuncia aspra contro la turba, la folla sconsiderata, irrazionale, in cui vi è il germe della malattia storica della corruzione. Se in Eroda abbiamo visto come la società di massa sia forse solo malata di pregiudizio, in Seneca questa diventa fortemente sconsiderata, al di là di qualsiasi modus vivendi e attirata da un mondo che essa costruisce secondo le sue fattezze ma che addirittura si fa ad immagine e somiglianza di essa, per venire incontro alle esigenze delle folle.
Non c'è mai nell'autore latino una qualsiasi forma di nostalgia, di un'aurea aetas perduta, di un repubblicanesimo passatistico che celebra dei valori ormai desueti, c'è piuttosto una pungente critica all'uomo sociale, a quell'essere che viene spinto dall'attrazione dell'opulenza a evitare la virtus stoica, il rifiuto della brama di potere.
In realtà, il risvolto filosofico della denuncia delle masse si ritrova di più nelle “Epistulae ad Lucilium”, trattazione-finzione letteraria sulla realtà umana e sulle caratteristiche individuali e sociali dei tipi descritti. Partendo però dalla “Consolatio ad Helviam matrem” (una sorta di lettera di conforto alla madre per l'esilio in Corsica voluto dall'imperatore Claudio), la società di massa diviene la protagonista di un'accesa invettiva storica alla corruzione dei tempi.
Della turba profana, spiccatamente vicina al profanum vulgus verso cui si rivolgono l'odio e la ripulsa di Orazio, Seneca sembra parlare in modo sbrigativo, tipizzato e piatto, in realtà delinea nella società di massa un conglomerato di specifici caratteri che creano la totalità collettiva:
“alios adduxit ambitio, alios necessitas officii publici, alios inposita legatio, alios luxuria opportunum et opulentum vitiis locum quaerens, alios liberalium studiorum cupiditas, alios spectacula; quosdam traxit amicitia, quosdam industria laxam ostendendae virtuti nancta materiam; quidam venalem formam attulerunt, quidam venalem eloquentiam”. (Consolatio ad Helviam matrem 6,2)
- Greco - Eroda e il mimo.
- Latino - Seneca dei "Dialogi" e delle "Epistulae ad Lucilium".
- Italiano - D'Annunzio e Svevo, i miti collettivi.
- Storia - Totalitarismo con riferimento al saggio di Reich.
- Filosofia - Freud.