Estratto del documento

Il suicidio

“Il campo di grano con corvi”, Van Gogh, 1890

Veronica Spada

5D

Liceo Scientifico A. Oriani

a.s. 2014/2015

Indice

Introduzione pag. 3

  • Suicidio come autoliberazione: Lucio Anneo Seneca pag. 4
  • Suicidio “sociale”: Luigi Pirandello pag. 6
  • Suicidio per la patria: I kamikaze giapponesi pag. 8
  • Suicidio come impulso inconscio: Sigmund Freud pag. 10
  • Posizioni contrarie al suicidio:
  • Giacomo Leopardi pag. 11
  • Arthur Schopenhauer pag. 13

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“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto, se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie, viene dopo” “Mythe de Sisyphe”, Albert Camus

Questa citazione di Albert Camus, filosofo esistenzialista del ‘900, esprime al meglio il mio punto di vista riguardo l’argomento che ho deciso di trattare utilizzando gli strumenti conoscitivi di cui ho potuto disporre durante quest’ultimo anno scolastico.

Ho cercato di categorizzare i diversi tipi di suicidio, analizzando le posizioni favorevoli e quelle contrarie ad un atto estremo come il togliersi la vita volontariamente, all’interno della letteratura latina e italiana, della storia e della filosofia.

Partendo dall’antica filosofia stoica di cui è seguace Seneca, ho poi letto una sorta di “suicidio sociale” nell’eliminazione dalla propria maschera del Pascal pirandelliano, fino ad arrivare alla decisione volontaria di togliersi la vita in nome della patria e dell’onore da parte dei kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale, che ho successivamente contrapposto a coloro che ancora oggi attuano queste pratiche con motivazioni e scopi ben differenti, ovvero i terroristi islamici. Ho ritenuto necessario fare riferimento ad un parere medico, ovvero quello di Freud, che ha intravisto nel suicidio un atto non totalmente consapevole e libero per l’uomo, in quanto essere governato dal proprio inconscio.

Ho poi concluso con le posizioni estremamente contrarie di Leopardi e Schopenhauer, i quali nonostante fortemente pessimisti, ritengono comunque più opportune altre vie per alleviare il dolore datoci dalla vita.

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Come “autoliberazione”

Lucio Anneo Seneca

Cotidie morimur (Libro 3, Lettera 24. Epistulae Morales ad Lucilium)

Nella letteratura latina una delle posizioni favorevoli al suicidio è quella di Seneca, seguace della scuola stoica della quale condivide i principi, mettendoli in pratica con enorme coerenza nel corso della propria vita.

La filosofia di Seneca può essere considerata come una meditatio mortis, cioè una preparazione alla morte. Centrali sono, infatti, le riflessioni sulla vita e sulla morte, considerata non come qualcosa che ci sta di fronte, ma piuttosto come colei a cui appartiene la vita già trascorsa.

Una famosa sententia senechiana recita “cotidie morimur”, ovvero “ogni giorno stiamo morendo”; ogni momento di vita trascorsa non è nient’altro che un passo della scala alla cui fine si trova appunto la morte. Essa non è un male; rappresenta sia la fine di tutto e di conseguenza anche di ogni dolore, sia la possibilità di un passaggio ad una vita migliore.

Il filosofo latino invita tutti a non temere né la morte né le sofferenze, esortando ad utilizzare il tempo a disposizione in modo razionale. Nel De Brevitate pone in contrasto la vita degli occupati, ogni giorno concentrati su affari, politica e lavoro, con la vita del sapiens, il quale si pone in una dimensione di ucronia, ovvero al di fuori del tempo.

Seneca sostiene che la vita non è breve se la si sa usare bene (vita longa est si uti scias); il modello da seguire è appunto quello del sapiente stoico, autonomo rispetto alla dimensione temporale.

Di fronte a questa prospettiva di morte il compito del sapiens è anche quello di mostrare la propria virtù, la sapientia, ovvero dimostrare la propria capacità di conformarsi al logos, il senso complessivo dell’universo, attraverso la ratio.

Deve perciò mantenere la propria forza razionale, lasciando che essa si esprima di fronte ad ogni evenienza, compresa la più estrema, la morte.

Ma se occorre dunque apprezzare la vita, senza preoccuparsi delle sofferenze che essa comporta e dell’unica prospettiva finale che ci viene mostrata, come può Seneca contemplare l’eventualità del suicidio, contravvenendo al principio stoico che raccomanda lo svolgersi della realtà naturale?

Centrale non è tanto la vita in sé, quanto la vita “razionale”. L’uomo infatti esiste solo nel momento in cui esibisce la propria ragione; perciò il saggio è tale finché riesce a resistere alle contrarietà dell’esistenza senza perdere la propria ragione.

Nel caso in cui dovesse essere minacciato dal rischio di perdere il controllo e quindi di perdere la propria virtus, tramite il suicidio ha la possibilità di sottrarsi a questa perdita, salvando così la propria razionalità. Nella morte si può trovare la libertà, spirituale e materiale, libertà dai travagli della vita e dalla schiavitù dei beni materiali.

Il suicidio non rappresenta un cedimento, ma piuttosto un atto di coerenza al logos con il quale ci si svincola da ciò che gli altri tentano di imporci. Solo il sapiens è però in grado di comprendere quando e quale sia il momento opportuno, nella convinzione che “bene autem mori est effugere male vivendi”, ovvero, “morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male”.

“Quae, ut scis, non semper retinenda est; non enim vivere bonum est, sed bene vivere. Itaque sapiens vivet quantum debet, non quantum potest. Videbit ubi victurus sit, cum quibus, quomodo, quid acturus. Cogitat semper qualia vita, non quanta sit. Si multa occurrunt molesta et tranquillitatem turbantia, emittit se… Citius mori aut tardius ad rem non pertinet, bene mori aut male ad rem pertinet; bene autem mori est effugere male vivendi periculum.”

“Non sempre bisogna cercare di tenere la vita, perché vivere non è un bene, ma è un bene vivere bene. Così il saggio vivrà quanto deve, non quanto può; esaminerà dove gli converrà vivere, con quali persone, in quali condizioni, con quali occupazioni. Egli si preoccupa sempre del tipo di vita che conduce, non della sua durata: se gli si presentano molte avversità che turbano la sua tranquillità, esce dal carcere ... Quel che importa non è morire più presto o più tardi, ma importa morire bene o male, ma morire bene è fuggire il pericolo di vivere male” (Libro VIII, Lettera 70. Epistulae Morales ad Lucilium)

Nel 65 d.C. Lucio Seneca venne accusato da Nerone, imperatore pazzo e sanguinario, di aver partecipato alla congiura dei Pisoni, nata per ucciderlo.

Gli fu ordinato di togliersi la vita. Si tagliò le vene e bevve la cicuta, poi si immerse in una vasca di acqua calda, arrecandosi così una morte lenta e straziante, in armonia con la precettistica stoica (secondo il racconto tacitiano degli Annales).

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Sintesi

Introduzione suicidio tesina

Partendo dall’antica filosofia stoica di cui è seguace Seneca, ho poi letto una sorta di “suicidio sociale” nell’eliminazione dalla propria maschera del Pascal pirandelliano.

Collegamenti

  • Latino: Seneca
  • Italiano: Pirandello
  • Storia: Kamikaze giapponesi Seconda Guerra Mondiale
  • Filosofia: Freud
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