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Storia

Italiano: II

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Malpelo” Inglese:

C.

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“Oliver Twist”

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Arte: Il fenomeno

Pellizza da del lavoro e

Volpedo dello

“Il Quarto sfruttamento

Stato” o minorile

Giovanni Verga

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840, da una ricca famiglia di ricchi possidenti terrieri.

Tra il 1865 e il 1871 visse a Firenze, allora capitale d'Italia, dove ebbe importanti contatti con gli ambienti letterari e strinse amicizia con Luigi Capuana, il più importante teorizzatore del Verismo italiano.

Qui cominciò a essere conosciuto come scrittore, dopo la pubblicazione di “Una peccatrice” (1866) e, soprattutto, di “Storia di una capinera” (1871), racconto, che ebbe grande successo, di una giovane costretta a farsi monaca e uccisa da un amore impossibile.

Nel 1871 si trasferì a Milano, dove stabilì contatti culturali più importanti per lo sviluppo successivo della sua arte. Entrò a far parte dei maggiori circoli letterari, conobbe altri scrittori, partecipò con loro alle discussioni e alle polemiche letterarie, conobbe le opere di Balzac, Flaubert, Zola e Goncourt. Pubblicò i romanzi “Eva” (1873), “Tigre reale” e “Eros” (1875), incentrati su vicende passionali e ultraromantiche e su personaggi appartenenti agli ambienti borghesi che lo scrittore frequentava in quegli anni.

Verso la metà degli anni settanta Verga aderì al Verismo e iniziò la stesura delle sue opere maggiori. La svolta fra la precedente produzione e quella più propriamente verista è costituita da “Nedda” (1874), "bozzetto siciliano" che narra la storia di una povera raccoglitrice di olive. Da questo stesso mondo nacquero tutti i capolavori verghiani: la raccolta di novelle “Vita dei campi” (1880), “i Malavoglia” (1881), “le Novelle Rusticane” (1883), “Mastro-don Gesualdo” (1889).

Meno felici furono le novelle ambientate fra le plebi cittadine del nord (“Per le vie”, 1883; “Vagabondaggio”, 1887; “Don Candeloro e C.”, 1894).

Verga tornò infine ai raffinati ambienti borghesi con i romanzi “Il marito di Elena” (1882) e “I ricordi del capitano d'Arce” (1891).

Scrisse anche per il teatro. “Il dramma Cavalleria Rusticana”, tratto dall'omonimo racconto, ebbe grande successo. Nel 1893 Verga si stabilì definitivamente a Catania e visse gli ultimi trent'anni della sua vita nell'isolamento e nel silenzio letterario. Morì nel 1922.

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La formazione e il pensiero

Giovanni Verga ricevette un'educazione di impronta liberale, nell'ambito di una visione politica sostanzialmente conservatrice. Imbevuto di letture tardo-romantiche, ma anche dei primi romanzi realisti francesi (Balzac e Flaubert), fin da giovane si orientò verso la narrativa, nella quale espresse via via le esperienze di vita con moduli espressivi tardo-romantici. Il momento centrale della sua formazione furono i primi anni milanesi (1872-1874), durante i quali maturò la sua "conversione verista" attraverso:

  • La conoscenza della poetica e delle opere del Naturalismo francese e le discussioni con l'amico Capuana, il teorico del Verismo italiano;
  • L'incontro con il darwinismo, da cui trasse l'idea della lotta per la sopravvivenza come elemento determinante nello sviluppo della storia umana;
  • Gli studi e le discussioni sulla "questione meridionale" (in particolare le inchieste di Jacini, Fianchetti e Fortunato), attraverso i quali scoprì la condizione di miseria delle plebi siciliane.

Attraverso queste letture e questi approfondimenti, Verga elaborò un'ideologia che pervade, nelle opere “I Malavoglia” e “Mastro-don Gesualdo”.

Grazie all'osservazione diretta della realtà e alle sue riflessioni, infatti, Verga capì la vera natura del moto risorgimentale come opera esclusiva della classe borghese, che, all'indomani dell'unificazione nazionale, aveva assunto il controllo del paese, schiacciando le masse proletarie contadine e bloccando qualsiasi prospettiva di trasformazione economico-sociale. Di conseguenza, Verga approdò a una visione pessimista e reazionaria dei fatti sociali e si limitò a guardare dall'alto, emotivamente, la sofferenza e le miserie del popolo dei diseredati: partecipava al loro dolore, soffriva delle loro miserie e delle offese di cui erano vittime, ma riteneva che la loro condizione non fosse in alcun modo migliorabile.

Verga non crede, infatti, nella possibilità di riscatto del singolo né nei tentativi di mutare la realtà. Così, come ebbe a dire nella novella “Fantasticheria” (1878), preannunciando il nucleo ideologico e poetico dei "Malavoglia,

"allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell'ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch'egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con lui ".

Nell'epoca in cui il pensiero socialista cominciava a svilupparsi e a ottenere i primi consensi, Verga non crede nemmeno alla possibilità per il popolo di mutare l'ordine sociale esistente. Significativa in proposito è la novella “Libertà” (in Novelle Rusticane), in cui lo scrittore narra la storica rivolta dei contadini di Bronte, in Sicilia, contro i notabili locali, repressa nel sangue dalle truppe garibaldine di Nino Bixio.

Tuttavia, nonostante questa sua totale sfiducia nelle possibilità di riscatto sociale dei diseredati, Verga ebbe il grande e indiscusso merito di avere denunciato le gravi contraddizioni generate dalla mancata realizzazione di una vera e propria riforma sociale all'indomani della liberazione dal dominio straniero e dell'attuazione dell'unità politica del paese.

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Vita dei campi

Il primo risultato compiuto della narrativa "verista" di Giovanni Verga è costituito da “Vita dei campi”, una raccolta di otto novelle, scritte tra il 1876 e il 1880 e pubblicate nel 1880. In questa prima raccolta, infatti, sono già facilmente riconoscibili gli elementi fondamentali della poetica verghiana: l'attenzione al mondo degli umili, dei perseguitati e dei reietti, la visione sostanzialmente pessimistica della condizione umana, il procedere "oggettivo" e analitico della narrazione e l'adozione di un linguaggio "popolare", che riecheggia i modi e le forme del parlato. Inoltre, nonostante le dichiarazioni programmatiche (soprattutto nella prefazione alla novella “L'amante di Gramigna”), la raccolta contiene già in luce le caratteristiche peculiari del Verismo verghiano. Il distacco oggettivo con cui lo scrittore narra le sue novelle è, infatti, ben diverso dall'impassibilità scientifica predicata dai teorici del Naturalismo e del Realismo: di fronte ai suoi personaggi, Verga, pur mantenendosi esterno ai fatti, non può evitare di commuoversi e di esprimere con amarezza la sua simpatia per gli umili, resi eroici e in qualche modo purificati dalla loro sofferenza, anche se talvolta disumanizzati dalle circostanze della vita.

Il ciclo dei vinti

Contemporanea alla stesura delle prime novelle veriste è anche la prima intuizione e l'avvio della maggiore produzione verghiana. Proprio in quegli anni, infatti, Verga, mosso dall'intento di ritrarre con la massima oggettività possibile la realtà sociale del tempo e soprattutto dal desiderio di narrare le vicende di coloro che vengono travolti e vinti dalla ''fiumana'' del progresso, progetta la realizzazione del cosiddetto "ciclo dei vinti", una serie di cinque romanzi che avrebbe dovuto comprendere:

  • I Malavoglia, in cui era analizzata la lotta di famiglia per la sopravvivenza economica;
  • Mastro-don Gesualdo, incentrato sull'avidità di ricchezza;
  • La duchessa di Leyra, incentrato sulla vanità aristocratica;
  • L'onorevole Scipioni, volto ad analizzare il crollo dell'ambizione politica del protagonista Blackett Leyana Ursula 4
  • L'uomo di lusso, in cui sarebbe stato analizzato il fallimento dell'ambizione suprema, quella artistica.

Rosso Malpelo

La novella Rosso Malpelo, è stata pubblicata nel 1880 nella raccolta “Vita dei campi”, contiene e sviluppa già quelli che sono i capisaldi del Verismo italiano dal punto di vista espressivo: l'attenzione al mondo degli umili, dei perseguitati e dei reietti, la sostanziale visione pessimistica della condizione umana, il procedere "oggettivo" e analitico della narrazione e l'adozione di un linguaggio "popolare", volto a riecheggiare i modi e le forme del parlato. Tuttavia, nel momento stesso in cui si presenta come un prodotto tipico della maniera verista, Rosso Malpelo appare anche come il più compiuto esempio dei particolari caratteri del Verismo verghiano. Infatti, il distacco "oggettivo" con cui Verga racconta la storia di Malpelo, è ben diverso dall'impassibilità scientifica predicata dai teorici del Naturalismo: di fronte al suo personaggio, Verga, pur senza dimenticare il suo programma di narratore estraneo ai fatti, non riesce a non commuoversi e a non esprimere la sua profonda simpatia per gli umili come Malpelo, reso eroico dalla sua stessa sofferenza nonostante le circostanze della vita lo abbiano disumanizzato e reso malvagio, cinico e violento. Novella d'ambiente e, come tutti i testi naturalistici e veristi, novella sociale, Rosso Malpelo ha il suo punto di forza nella rappresentazione della vita e del comportamento del personaggio che le dà il titolo. Rosso Malpelo è un ragazzaccio dai capelli rossi che lavora in una cava di sabbia della Sicilia, un povero infelice, precocemente indurito fino ad apparire cinico e spietato dai rigori della vita e dall'atrocità della sua condizione di sfruttato. In realtà, Malpelo nasconde dentro di sé una sua umanità e un suo bisogno di amore che riversa nel rapporto, in apparenza violento e duro, con Ranocchio, un altro infelice adolescente come lui ma rispetto a lui ancora più debole, e, soprattutto, in quello, tutto intimo e silenzioso, con il padre, morto in un incidente sul lavoro nella cava.

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Sintesi

Collegamenti interdisciplinari

  • Italiano: G. Verga, Rosso Malpelo
  • Storia: II Rivoluzione industriale
  • Discipline turistiche, geografia, diritto: Sfruttamento minorile
  • Inglese: Charles Dickens "Oliver Twist"
  • Arte: Pelizza da Volpedo, Il Quarto Stato
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