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Sette vizi per sette materie

In questa mia tesina ho ricercato per ognuno dei sette vizi capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia), attraverso le sette materie del mio esame di maturità, un autore conosciuto e/o studiato che abbia scritto un’opera mediante l’influenza di un determinato vizio capitale. Fino all’età moderna quello dei sette vizi capitali è stato un tema molto presente e dibattuto. Il concetto di vizio è spesso associato a quello di peccato, ma la mia tesina ha una visione puramente morale, facendo una distinzione ed eliminando l’associazione posta.

I vizi capitali sono un elenco di inclinazioni profonde, morali e comportamentali, dell’anima umana, spesso e impropriamente chiamati peccati capitali. Questo elenco di vizi (dal latino vĭtĭum = mancanza, difetto, ma anche abitudine deviata, storta, fuori dal retto sentiero) distruggerebbero l’anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti “capitali” poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana. Impropriamente chiamati “peccati”, nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero già causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto.

I vizi capitali compaiono in Aristotele che li definisce “gli abiti del male”. Al pari delle virtù, gli “abiti del bene”, i vizi derivano dalla ripetizione di azioni che formano nel soggetto che le compie una sorta di “abito” che lo inclina in una certa direzione. Nel Medioevo i vizi sono visti come un’opposizione della volontà umana alla volontà divina. L’elenco dei vizi fu quindi analizzato dal primo Cristianesimo ad opera dei primi monaci, tra cui Evagrio Pontico e Cassiano. A Evagrio si deve la prima classificazione dei vizi capitali, e dei mezzi per combatterli. In particolare, egli individuò otto “spiriti o pensieri malvagi” (logismoi): gola, lussuria, avarizia, ira, tristezza, accidia, vanagloria e superbia. La Tristezza appare come vizio a sé, successivamente accorpata come già effetto di Accidia o di Invidia, stessa cosa accadde per la Vanagloria, accorpata successivamente nell’unico vizio della Superbia. Gli altri vizi sono gli stessi giunti a noi (Ira, Lussuria, Avarizia, Gola), mentre l’Invidia venne aggiunta successivamente. Nell’Età dei lumi la differenza tra vizi e virtù perde importanza, poiché anche i vizi, come le virtù, concorrono allo sviluppo industriale, commerciale ed economico. Dopo il periodo illuminista, i vizi compaiono nella filosofia di Kant che li definì “malattie dello spirito” e parlando di malattia la sfera morale fu quindi sostituita da quella patologica.

Vizio -> abitudine umana negativa, che spinge l’individuo ad un comportamento nocivo normalmente ripetitivo

Peccato -> colpa derivante da una trasgressione volontaria ad una legge suprema

In altre parole sembra che la nozione di vizio non sia necessariamente religiosa o teologica, anche se può essere etica o morale, mentre la nozione di peccato sembra essere essenzialmente teologica, cioè religiosa.

In filosofia ed in diritto si parla di male morale, di errore, di colpa, sempre e soltanto in relazione alla ragione o ad una legge naturale o positiva, mentre il peccato, teologicamente inteso, è propriamente errore, colpa, male morale, ma concepito come libera e volontaria trasgressione, in pensieri, parole, opere o omissioni, della volontà di Dio, di cui ogni legge è espressione. Però quando si parla di 7 vizi capitali, il termine equivale a quello di peccato.

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Che differenza c’è tra vizio e peccato?

La differenza è legata alla volontà, nel vizio essa è passiva e quindi non venendo esercitata priva l’uomo o la donna del “carattere” necessario per poter interrompere quel determinato vizio. Nel peccato, la volontà non solo viene utilizzata ma è il perno su cui ruota il peccato, il peccatore è consapevole di essere in quello stato (con delle eccezioni) e ma la sua volontà potrebbe in ogni momento interrompere questo “atto” e ritornare alla vita di non peccatore. Ma se prosegue in quella strada, superando il limite del peccato, si entra nella iniquità: l’iniquo è colui che è consapevole di ciò che sta facendo e si applica al 100% delle proprie capacità e possibilità pur di riuscire in tale scopo. La volontà dell’individuo peccatore ormai, è totalmente coinvolta e pressoché impossibilitata a tirarsi indietro.

Di seguito riporto i vizi con le rispettive opere scelte per rappresentarli:

  • Accidia – Verga “I Malavoglia” – Svevo “Inetto” – E. Munch “Il Grido” – M. Donizetti “Accidia”
  • Avarizia – Dickens “A Christmas Carol” – M. Donizetti “Avarizia”
  • Gola – Fratelli Grimm “Hänsel und Gretel” – J. Harris “Chocolat” – Caravaggio – “Bacco” – M. Donizetti “Gola”
  • Invidia – Fratelli Grimm “Schneewittchen” – M. Donizetti “Invidia”
  • Ira – W. Blake “A poison tree” – M. Donizetti “L’Ira”
  • Lussuria – G. Flaubert “Madame Bovary” – D’Annunzio “Il Piacere” – T. Lautrec “Il Bacio” – G. Klimt “Il Bacio” – A. Eisenstaedt “V-J day a Times Square”
  • Superbia – Hitler – Regime dei totalitarismi – M. Donizetti “Superbia” – Jean-Auguste-Dominique Ingres “Napoleone sul trono Imperiale”

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I sette vizi capitali

Mario Donizetti, uno dei grandi protagonisti dell’arte contemporanea, è considerato il massimo esponente della pittura figurativa realista. Nel 1999 è stata realizzata a Bergamo, presso il Palazzo della Ragione, la mostra “I Vizi Capitali”. Ogni dipinto dei Vizi capitali è realizzato a pastello encaustizzato e misura cm. 210x150. I disegni preparatori sono invece a matita.

La donna distesa è tanto ugualmente infiacchita dalla pigrizia che potrebbe essere la stessa persona raffigurata in altra posa. Il levigato splendore del suo corpo, la bellezza del suo viso, la morbida lucentezza dei suoi lunghi e folti capelli, la rendono ancora più colpevole.

È pavida e rinunciataria. Non crede a nulla, non desidera nulla, non vuole fare nulla, né il bene e nemmeno il male, così macchiandosi del Male peggiore, quello della nostra “società frigida”, incolore, insapore, indifferente. Nella sua bellezza pittorica, il quadro riesce a dare il senso di una desolazione in cui tutto è tristissima inerzia e nulla appare desiderabile.

Mario Donizetti “Accidia”

La donna ghermisce il suo tesoro, ansiosa di non perderlo e di accrescerlo; allo stesso modo l’ombra ghermisce il suo corpo e ne scarnifica i profili. Lo sguardo obliquo e reclinato non può vedere. È accecato - come scrive Cipriano - da spessa e profonda caligine di avarizia che ne allontana ogni splendore di verità. Il volto è impassibile. Il corpo longilineo è esageratamente magro; le gambe lunghe, sottili, nervose come il piede, solo in punta appoggiato al terreno.

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Mario Donizetti “Avarizia”

Nel dipinto vi è raffigurato il volto felicemente ebete della donna, cieco e sordo ad ogni persona e cosa circostante, solo preoccupato della sua perenne voglia di cibo. Sul volto dell’altra donna l’ansia. L’ansia di mangiare a sua volta, ma anche l’ansia del nostro tempo, che spesso trova nel cibo il suo tranquillante e, insieme, la causa di nuova ansietà in un circolo vizioso che offusca la mente e appesantisce il corpo. Modernissima la rappresentazione allegorica della Gola che nelle due donne raffigura non solo il peccato di gola, ma anche una delle sue possibili cause psicologiche, così conflittuali e contraddittorie nel rapporto con il cibo e con il proprio corpo da alternare talvolta la bulimia all’eccesso opposto dell’anoressia.

Nel quadro la donna invidiosa si nasconde con un velo nero e forse trama nell’ombra. Vorrebbe anche oscurare l’altra donna, quella a destra, serena e consapevole della propria bellezza, immersa in una luce chiara e distesa su un candido drappo. Nero e bianco. Come non comprendere il patire della donna brutta alla vista della bellezza? Un moto d’invidia nasce istintivo ed aspro. Se la ragione non lo disciplina e domina, si aggrava. Si irrigidiscono i lineamenti del viso, si intristisce e incattivisce lo sguardo, e si prova una grande tensione in tutto il corpo.

Mario Donizetti “Gola”

Mario Donizetti “Invidia”

Pittura fatta di misura, equilibrio e purezza anche quando raffigura il vizio della Lussuria. L’insieme si ordina come un gruppo scolpito in scorci audacissimi di corpi ravvicinati in un sensuale groviglio di gambe. Spazio risonante di gemiti. Espressione perduta, di chi si è perduto nella lussuria. Il serpente vi si annida avido. L’atto sessuale, per sé sacro, viene così inserito nel contesto del male a causa dell’abuso di chi segue “come bestie l’appetito”.

Mario Donizetti “Lussuria”

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Nel dipinto la donna ha il volto spigoloso come pietra e tagliente come lama, la mano adunca come artiglio, lo sguardo di fuoco, il naso affilato, l’atteggiamento furente come tempesta. Improvvisa si scatena l’Ira, piomba come uccello rapace non contro una persona, ma una sorta di manichino. Chi ha un attacco d’ira si arrabbia per una sciocchezza, si scaglia come fulmine talvolta contro incolpevoli oggetti e persone, più spesso contro il destino.

Mario Donizetti “L’ira”

L’artista usa colori freddi per la fredda Superbia, così presa d’amore di se stessa da credersi superiore fino al disprezzo degli altri ridotti a manichini ai suoi piedi. Viso altero, sdegnoso, inavvicinabile, insolente. Occhi di ghiaccio. Tutto intorno diviene un deserto di solitudine. Sulla sinistra vi è una casa, alta e sottile, con piccole finestre. Triste è il volto della Superbia incapace di uscire dal proprio “Io” e di andare verso l’altro, incapace di quella umiltà, incapace della cordialità, che è rapporto con gli altri uomini a cuore aperto. Intorno non ha che una distesa di manichini.

Mario Donizetti “Superbia”

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Accidia

Disprezzo per la vita con le sue frustrazioni e le sue prove, malinconia.

L’accidia è l’avversione all’operare, mista a noia e indifferenza. Il senso del termine è in stretto rapporto con quello della noia, con la quale l’accidia condivide una medesima condizione originaria determinata dalla vita contemplativa: entrambe nascono da uno stato di soddisfazione e non, si badi bene, di bisogno. Il significato del termine accidia è oggi vago, ma resta fortemente connotato, nelle culture cristiane, di implicazioni moralistiche e negative. Due conseguenze tipiche sono l’instabilità e il disprezzo per gli impegni della propria vita. L’uomo non padroneggia più la vita, le vicende lo avviliscono, ed egli non sa più vederci chiaro. Non sa più come cavarsela in determinate situazioni della propria esistenza e il compito a lui affidato gli si erge davanti a lui insuperabile, come la parete di una montagna. Per descrivere meglio l’uomo il cui vizio dominante è l’accidia ho scelto Giovanni Verga “I Malavoglia” e Italo Svevo con la figura dell’inetto nel suo romanzo “Una vita”.

Giovanni Verga

Verga nasce nel 1840 a Catania da una famiglia benestante di idee liberali. Compie i primi studi presso Antonio Abate, patriota entusiasta che gli trasmette la sua passione per i romanzi storico-patriottici e per la narrativa d’appendice: i suoi romanzi giovanili riflettono gli ideali risorgimentali dello scrittore. Col passare degli anni Verga decise di dedicarsi totalmente al mestiere di scrittore. Così abbandona gli studi in legge (1869) e si trasferisce a Firenze, allora capitale del regno. Tre anni dopo si stabilisce a Milano, vero centro della cultura nazionale e dell’industria editoriale. Qui frequenta i salotti intellettuali e gli ambienti della Scapigliatura, si dà alla vita mondana e agli amori. Tra il 1866-1875 Verga raggiunse il successo con una serie di romanzi che narrano vicende passionali ambientate nel mondo aristocratico. Nel frattempo Verga amplia i suoi riferimenti culturali: legge i realisti francesi. Mentre in Italia si apre il dibattito sulla questione meridionale: in questo clima nasce il suo progetto di un ciclo di cinque romanzi ambientati in Sicilia (I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso). Ma il suo pubblico rimase deluso del rinnovamento delle tecniche narrative che adottò. Le cupe storie di contadini e pescatori risultano sgradevoli. Così i Malavoglia fanno fiasco; Mastro don Gesualdo va un po’ meglio ma non raggiunge il successo dei romanzi mondani. Di tanto in tanto Verga torna a narrare storie sentimentali borghesi; è il caso del romanzo Il marito di Elena, definito dallo scrittore “una ciambella riuscita senza buco”. Dei suoi testi per il teatro quello che fa maggior successo è Cavalleria rusticana (1884), storia a forti tinte di un “delitto d’onore”. Nel 1893 compie a ritroso il viaggio della sua giovinezza e si trasferisce definitivamente a Catania. Tornato in Sicilia, continua a scrivere ma il lavoro che più gli sta a cuore non riesce a prender forma, e col passare degli anni finisce per rinunciare alla letteratura. Nel 1922 muore a Catania.

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“I Malavoglia”

I Malavoglia sono pescatori di Aci Trezza e possiedono una barca: la Provvidenza. La famiglia è composta da: Padron ’Ntoni (il nonno); Bastianazzo (il figlio); Maruzza (la moglie di Bastianazzo); e dai nipoti ’Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Padron ’Ntoni parte con la barca a vendere altrove un carico di lupini, ma naufraga. Bastianazzo muore e per pagare i debiti bisogna vendere la casa. Qui inizia una lunga serie di sventure: Luca, partito militare, muore nella battaglia di Lissa; Mariuzza muore di colera. Mentre Padron ’Ntoni cerca di recuperare la casa, compromessa dalle voci di una relazione col brigadiere Don Michele, fugge di casa. Mena, a causa delle difficoltà economiche, deve rinunciare all’amore di compare Alfio, il carrettiere. Dopo la morte di padron ’Ntoni, Alessi riesce a riscattare la casa, dove va a vivere con la moglie, i figli e la sorella Mena. Una notte ’Ntoni uscito di prigione, ritorna a casa ma la sua ribellione lo ha tagliato per sempre dalla vita della famiglia e del paese.

Nel romanzo vi è una sorta di visione pessimistica della vita da parte dell’autore: egli sottolinea il fatto che le disgrazie debbano essere subite passivamente e vengano una dopo l’altra per affondare le sorti di una famiglia intera. Quella in questione, è una famiglia di tipo patriarcale con due capisaldi: Padron ’Ntoni e l’imbarcazione “La Provvidenza”. Il primo è il senex, il galantuomo, custode della saggezza; si ricordino, a tal proposito, i tantissimi proverbi sciorinati in ogni momento. È possibile ipotizzare che l’autore, attraverso queste manifestazioni della cultura del popolo, esprima il proprio giudizio e le proprie opinioni: egli comunica con il lettore attraverso i detti e le sentenze. La seconda, la barca, è la fonte di guadagno, simbolo della vita: in essa sono racchiuse le speranze di una buona pesca.

Ho scelto i Malavoglia per rappresentare l’accidia perché i personaggi, pur tentando di migliorare le proprie condizioni economiche, combattendo una continua lotta per la sopravvivenza, si allontanano dal modello di vita consueto e finiscono male (come ’Ntoni e Lia). Soltanto quelli che si adattano alla loro condizione possono salvarsi (è il caso di Alessi e di Mena).

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Accidia

Disprezzo per la vita con le sue frustrazioni e le sue prove, malinconia.

Italo Svevo

Italo Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schmitz) nacque a Trieste, allora sotto l’Impero asburgico, nel 1861, da famiglia ebrea di commercianti agiati. Avviato dal padre alla carriera commerciale, compì gli studi prima a Trieste e poi in Germania, dove entrò in contatto con la letteratura tedesca. Tornato a Trieste per proseguire la sua educazione, iniziò a collaborare con giornali e a scrivere testi letterari (essenzialmente teatrali). Nel 1880, tuttavia, il padre fallì a causa di un investimento sbagliato; Italo dovette cercarsi un impiego, e venne assunto da una filiale della banca Union di Vienna. Svevo visse dunque un declassamento sociale, e il lavoro da impiegato venne sentito come arido e opprimente. Nel 1895 la madre morì; in questa occasione conobbe una cugina più giovane di lui, Livia Veneziani, e, innamoratosene, la sposò.

L’avvenimento rappresentò una svolta: Livia era figlia di un ricco commerciante, e Svevo poté lasciare il lavoro per affiancare il suocero nella direzione dell’impresa.

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Sintesi

I sette peccati capitali

  • Accidia – Verga “I Malavoglia” – Svevo “Inetto” – E. Munch “Il Grido” – M. Donizetti “Accidia”
  • Avarizia – Dickens “A Christmas Carol” – M. Donizetti “Avarizia”
  • Gola – Fratelli Grimm “Hänsel und Gretel” – J. Harris “Chocolat” – Caravaggio – “Bacco” – M. Donizetti “Gola”
  • Invidia – Fratelli Grimm “Schneewittchen” – M. Donizetti “Invidia”
  • Ira – W. Blake “A poison tree” – M. Donizetti “L’Ira”
  • Lussuria – G. Flaubert “Madame Bovary” – D’Annunzio “Il Piacere” – T. Lautrec “Il Bacio” – G. Klimt “Il Bacio” – A. Eisenstaedt “V-J day a Times Square”
  • Superbia – Hitler – Regime dei totalitarismi – M. Donizetti “Superbia” – Jean-Auguste-Dominique Ingres “Napoleone sul trono Imperiale”
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