Istituto omnicomprensivo
Statale di Casacalenda
Istituto tecnico commerciale
Anno scolastico 2012/2013
Alunno: Biello Emilio, classe V^ A
Tesina multidisciplinare:
- Seconda rivoluzione industriale
- Verga e il Positivismo
- Art. 41 Cost.
- I redditi fondiari
- Il petrolio
- La contabilità gestionale
- Levi Strauss
- L’Exposition Universelle de Paris de 1889
La seconda rivoluzione industriale
Uno degli aspetti che caratterizza la cultura occidentale della seconda metà dell’Ottocento è una grande fiducia nel progresso tecnico-scientifico.
Auguste Comte nel suo libro, Corso di filosofia positiva, descrive la storia umana come una progressiva avanzata verso forme sempre più mature di conoscenza. A uno stadio teologico, che tendeva a spiegare fatti e fenomeni ricorrendo a entità sovrannaturali, succede uno stadio metafisico, che sostituisce le entità spirituali con i princìpi astratti, per giungere infine allo stadio positivo, caratterizzato dal metodo della scienza sperimentale che consiste nella spiegazione razionale dei fatti d’esperienza.
Una volta raggiunto questo stadio in tutti i campi del sapere, l’umanità potrà intraprendere un cammino inarrestabile verso il pieno dominio sulla natura, però il sapere intorno all’uomo è ancora gravato da pesanti ipoteche teologiche e metafisiche. Occorre dunque abbandonare la visione spiritualistica del comportamento umano e decidersi a studiare l’uomo per quello che è: una specie naturale.
Nasce così, nel progetto di Comte, la sociologia, cioè una scienza del comportamento umano che dovrebbe individuare i fattori determinanti dell’equilibrio sociale e favorire una continua e pacifica evoluzione della civiltà all’insegna della ragione scientifica.
In Inghilterra Charles Darwin elaborò una teoria: l’evoluzionismo. Essa si basava sul fatto che ogni specie naturale produce nel tempo un gran numero di piccole variazioni casuali: tra queste solo alcune permangono come patrimonio stabile della specie.
La ragione è che gli individui che ne sono i portatori possono risultare più adatti all’ambiente in cui vivono: la loro sopravvivenza risulta quindi facilitata, sinché attraverso molte generazioni un meccanismo di selezione naturale tende a trasmettere e a esaltare solo le variazioni favorevoli.
Si può definire la specie umana come l’anello più evoluto della catena biologica; la selezione dei caratteri che determina l’evoluzione della specie è fondata sulla sopravvivenza del più forte. In breve queste teorie di Darwin portano alla nascita il cosiddetto darwinismo sociale, che eleverà il principio della selezione giustificando la subalternità e l’esclusione dei più deboli con la lotta alla sopravvivenza.
Sempre in questo periodo, Joseph-Arthur de Gobineau aveva pubblicato un’opera nella quale affermava l’esistenza di razze diverse, tra le quali la razza ariana presenterebbe evidenti caratteri di superiorità morale ed intellettuale, rivendicando il ruolo naturale di guida nei confronti delle razze considerate inferiori.
La seconda metà dell’Ottocento fu caratterizzata da un impressionante incremento della produzione, da un più stretto rapporto tra ricerca scientifica, innovazioni tecnologiche e industria. Questo avvenne in modo così sistematico ed efficace da condurre in breve a profonde trasformazioni nell’aspetto della società occidentale: da qui l’espressione seconda rivoluzione industriale.
Nel 1876 Bell costruì il primo telefono, inventato dall’italiano Meucci. L’anno seguente Edison realizzò il fonografo ed Berliner, il grammofono. Nel 1878, sempre Edison inventò la lampadina a filamento incandescente. Nel 1895 Marconi costruì il primo telegrafo senza fili e i fratelli Lumière inventano la cinematografia.
Verso la fine del secolo videro la luce le prime centrali elettriche pubbliche. Nel 1882 città come Londra, New York, Milano erano già in parte dotate d’illuminazione stradale elettrica. Il settore dell’industria chimica conobbe un incremento senza precedenti.
Le fabbriche di esplosivi si avvantaggiarono della scoperta della dinamite; l’industria farmaceutica fu profondamente rinnovata dalle nuove scoperte dell’aspirina, brevettata dalla ditta Bayer, e dall’invenzione del DDT, che rivoluzionò il campo degli insetticidi.
Nel 1888 venne brevettato il primo pneumatico. Nel 1859 gli Stati Uniti avevano avviato l’estrazione di petrolio dal sottosuolo. Nel 1870 nasceva la Standard Oil Company, la prima grande impresa per l’estrazione del petrolio.
L’ultima grande invenzione di questo nuovo periodo di straordinario sviluppo produttivo fu il motore a scoppio, ben più flessibile, leggero e potente della macchina a vapore che aveva caratterizzato la prima rivoluzione industriale, ben presto impiegato nell’industria automobilistica e seguito dal motore Diesel, che si rivelò particolarmente adatto per la propulsione delle navi.
La seconda rivoluzione industriale incise profondamente anche sulle modalità della produzione. Agli inizi del Novecento, negli Stati Uniti l’ingegnere Taylor teorizzò un’organizzazione scientifica dell’attività di fabbrica (taylorismo), basata su una suddivisione del processo produttivo in singoli gesti, per ciascuno dei quali era calcolato un tempo standard.
L’operaio si vedeva assegnata una sola mansione, che era tenuto a svolgere esclusivamente e ripetitivamente per tutta la giornata: una tale modalità produttiva privava definitivamente il lavoratore di ogni autonomia decisionale e creativa, trasformandolo in un’appendice della macchina.
Il modello di Taylor ottenne un ampio successo: a partire dalle catene di montaggio dell’industria automobilistica Ford, per poi diffondersi anche in Europa. Esso ebbe pesanti conseguenze, sia sul piano psicologico, dato il carattere monotono e spersonalizzato dell’attività, sia su quello sociale, poiché un tale sistema richiedeva abilità semplificate all’estremo, dunque intercambiabilità della manodopera.
Il clima d’ottimismo subì un arresto dal 1873; da quest’anno fino al 1896 l’Europa fu investita da una grave crisi economica, una fase che fu definita grande depressione.
In Germania si verificò una congiura negativa, paradossalmente legata alla vittoria sulla Francia. La Prussia, infatti, aveva imposto agli sconfitti il pagamento dei danni di guerra, valutati in cinque miliardi di franchi.
La Francia pagò il suo debito e i tedeschi non persero tempo ad immettere il nuovo capitale in circolazione, investendo nella produzione industriale. Il carattere generale della depressione risale soprattutto alla crisi del settore agricolo europeo.
Il popoloso continente europeo divenne sempre meno autosufficiente dal punto di vista della produzione agricola, penalizzata dalla forte concorrenza del sistema agricolo americano. Il libero scambio e l’accelerazione delle comunicazioni sono le cause della crisi del settore agricolo europeo.
La depressione inflisse un duro colpo alle certezze liberiste, che avevano sempre confidato nell’autoregolamentazione del mercato, rifiutando ogni ipotesi d’intervento politico o comunque esterno al circuito produttivo.
Misure correttive in senso protezionistico vennero adottate negli anni Ottanta in tutti i Paesi, con la sola eccezione dell’Inghilterra che assunse molto spesso il ruolo di imprenditore, sostenendo l’economia, orientandola e finanziandola, presentandosi dunque come cliente, azionista e stratega della produzione.
Il settore agricolo, il più provato dalla crisi, subì un forte ridimensionamento e si accentuò la tendenza degli Stati Europei a dipendere dal mercato internazionale.
In alcuni Paesi come l’Italia si adottarono provvedimenti protezionistici nei confronti della produzione cerealicola. In Francia, in Germania e in Danimarca lo Stato intervenne per finanziare i settori più colpiti.
Tra le profonde trasformazioni indotte dalla crisi, vanno segnalate le forti concentrazioni capitalistiche e produttive, tese ad abbattere la concorrenza e capaci di guadagnare posizioni di vero e proprio monopolio.
Nacquero le holding, cioè grandi società che avevano il controllo azionario di molte imprese e sede in diversi Paesi. Negli Stati Uniti si formarono imponenti trust, che concentravano nelle loro mani interi settori produttivi.
A questi fenomeni si aggiunsero spregiudicate strategie di mercato come quelle rappresentate dai cartelli (accordi fra produttori per uniformare costi e tariffe) o dalla pratica del dumping (vendita sotto costo di certi prodotti allo scopo di eliminare la concorrenza e impadronirsi del mercato).
La stretta integrazione fra sistema bancario e sistema industriale divenne determinante. Solo le banche, infatti, potevano disporre dei capitali adeguati per la gestione delle nuove, gigantesche concentrazioni imprenditoriali.
Dal 1870 alla Prima guerra mondiale il mondo intero e il continente europeo in particolare furono interessati da una notevole crescita demografica.
Le aree maggiormente industrializzate furono caratterizzate da una crescita più modesta rispetto a quelle agricole, nonostante proprio la civiltà industriale avesse contribuito a ridurre il tasso di mortalità con il miglioramento delle condizioni igieniche e le crescenti vittorie della medicina sulle malattie che avevano falcidiato le popolazioni nei secoli precedenti.
I Paesi industrializzati affiancarono anche una riduzione della natalità, dovuta alla maggiore consapevolezza delle tecniche contraccettive, crescente impiego delle donne in fabbrica e minore disponibilità alla cura della prole, scolarizzazione e rigidi controlli sul lavoro minorile, che rendevano più costoso il mantenimento dei figli, ritardandone progressivamente l’ingresso nel mondo del lavoro.
Possiamo affermare che il modello della civiltà industriale si allontanava sempre più dallo stile di vita tradizionale della civiltà contadina, dove il numero dei figli era spesso garanzia di produttività.
Diversa la situazione dell’Europa mediterranea e orientale, ancora fortemente legata al modello rurale: qui il livello di mortalità si manteneva stazionario, mentre si assisteva a una forte crescita demografica.
Il fatto che in queste aree le condizioni di vita fossero ancora molto disagevoli e l’età media della popolazione fosse decisamente più bassa contribuì in modo determinante all’ondata migratoria che spinse molti a cercare fortuna nel continente americano.
Questione sociale
Alla fine del XIX secolo la società europea è interessata da profonde trasformazioni. Conserva ancora un certo prestigio, la vecchia aristocrazia fondiaria, che in Europa centro-orientale costituisce ancora il vertice sociale ed economico.
In Gran Bretagna e in Francia c’è invece l’ascesa della borghesia imprenditoriale. Ai vertici troviamo l’alta borghesia, che rappresenta la guida economica e politica della società; al di sotto c’è la media borghesia, composta da alti funzionari, dirigenti, professionisti, ricchi commercianti; infine la piccola borghesia, rappresentata da bottegai ed artigiani, lavoratori dipendenti ed impiegati.
In termine di reddito, spesso la piccola borghesia veniva accostata al proletariato. Anche il proletariato industriale non può definirsi una classe sociale del tutto omogenea, perché al fianco dei lavoratori specializzati, che rappresentano la classe élite proletaria, veniva accostato il proletariato giornaliero, i disoccupati.
La classe borghese rappresentava il proprietario dei mezzi di produzione mentre il proletario era il lavoratore salariato, ricco soltanto della forza delle sue braccia.
Con l'avvento della rivoluzione industriale e il mutare delle condizioni di lavoro, nacque la classe operaia, il cosiddetto proletariato urbano.
Questo, privo di protezione ed esposto al rischio permanente della disoccupazione, dal momento che l’abbondante manodopera permetteva agli imprenditori di licenziare quando volessero, era sottoposto a condizioni di lavoro durissime.
Le macchine, che non erano più alimentate da energia umana, ma da fonti esterne, non avevano teoricamente più bisogno di soste e imponevano ritmi di lavoro costanti.
Un operaio dunque compiva meccanicamente lo stesso lavoro per 12/16 ore al giorno, in pessime condizioni igieniche e con un salario appena sufficiente per vivere.
Questi lavoratori erano dei veri e propri "schiavi", imprigionati in afose fabbriche alte otto piani fino a sera, senza un attimo di riposo salvo i tre quarti d'ora del pasto.
Il fatto che il lavoro dell'operaio consistesse semplicemente nella prolungata esecuzione di facili e monotone operazioni e non servisse più essere dotati di forza fisica, allargava la possibilità di impiego anche a donne e bambini, pagati ancora meno degli uomini.
Fino alla metà del sec. XIX i tre quarti circa della manodopera impiegata nelle fabbriche tessili inglesi erano donne e ragazzi fra i dieci e i diciotto anni.
Tutta la vita dell'operaio era assorbita dalla fabbrica, dove il ritmo di lavoro era automaticamente imposto dalla macchina. Egli finiva col diventare uno strumento di produzione, asservito a un meccanismo produttivo sul quale non poteva esercitare alcun controllo.
Inoltre le terribili condizioni di vita portavano all'aumento del degrado e della criminalità nei teatri, malsani e sovraffollati centri industriali, dove l'assenza di servizi pubblici e di misure igieniche era quasi totale: si trattava di veri e propri agglomerati di case, sorte senza ordine, senza un piano preciso, senza il minimo rispetto per l'uomo e per la natura.
Nelle strade buie, fangose e malsane della Londra del XVIII sec., dove si conduceva una vita particolarmente squallida e misera, si diffondevano la delinquenza organizzata, il borseggio, la prostituzione, il gioco d'azzardo e l'alcoolismo, così come testimoniano molti scrittori ed artisti del periodo.
Stanchi delle loro condizioni di vita gli operai si ribellarono, dando vita a varie forme di protesta. I primi episodi di ribellione contro il sistema fabbrica avevano assunto la forma del luddismo, ossia della violenza contro le macchine.
Da queste lotte nacquero le prime Trade Unions, nucleo originario di un movimento sindacale destinato a grandi sviluppi.
Giovanni Verga e il Verismo
Italiano
La rivoluzione industriale nei campi umanistici: il Realismo. Distinguiamo due espressioni di questa nuova corrente letteraria: Naturalismo in Francia e Verismo in Italia.
Il Realismo
Il Realismo si sviluppa nella seconda metà dell’800. I romanzi del Realismo vengono anche chiamati "borghesi" perché i protagonisti non sono più eroi ma persone comuni con i loro drammi quotidiani.
I valori che vogliono rappresentare sono anch'essi "borghesi": l'individualismo, la lotta per emergere, la potenza del denaro.
Gli autori di quell'epoca danno alla letteratura un compito ben preciso: far conoscere il mondo contemporaneo così com'è senza finzioni.
Gli scrittori che sviluppano fino in fondo l'esigenza realistica ed elaborano la nuova forma letteraria chiamata naturalismo sono: Gustave Flaubert ed Emile Zola il quale teorizza le regole del romanzo sperimentale, cioè una narrazione oggettiva, impersonale, che lascia la possibilità ai personaggi di esprimersi da soli.
In Italia la figura più importante è Giosuè Carducci che con le sue poesie esprime gli ideali del Risorgimento e rivendica una continuità con la tradizione letteraria che guarda alla compostezza e alla misura dei classici.
Nella narrativa, invece, gli scrittori veristi si richiamano esplicitamente al Naturalismo francese. Infatti, esprimono una forte esigenza di realismo in modo che l'opera prenda l'aria di un avvenimento reale, "quasi si fosse fatta da sé" (detto da Luigi Capuana).
Carattere distintivo del Verismo italiano rispetto al Naturalismo francese è la presenza di forti caratteri regionali, mancando un'unica lingua nazionale parlata dalle grandi masse contadine, specie nel sud dell’Italia.
La figura di maggior spicco nella narrativa italiana dell'epoca è lo scrittore catanese Giovanni Verga.
La vita
Giovanni Verga nacque da una nobile famiglia nel 1840, a Catania, dove trascorse l’infanzia e parte della giovinezza.
Sulla formazione culturale ebbero influsso sia le rivolte sociali del tempo, sia le idee del primo maestro, il repubblicano e mazziniano, Antonino Abate.
Nel 1858 si iscrisse all’Università di Legge a Catania e proseguì i primi tentativi letterari, dopo “Amore e patria”, romanzo del 1857.
Nel 1861, dopo una sfortunata parentesi militare, abbandonò gli studi e si dedicò alla letteratura.
Nel 1869 si stabilì a Firenze, dove riuscì a trovare il materiale e lo spunto per nuovi romanzi di tipo erotico-sentimentale: Una peccatrice e Storia di una capinera.
Essa ottenne un notevole successo di pubblico e portò al suo autore la notorietà. Egli decise di trasferirsi a Milano, patria della grande editoria nazionale.