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Indice

Gli agrumi nel giardino storico: rievocazione del mito e simbolo di vita eterna

Pomi d’oro e frutti di vita eterna.

Collezionismo principesco.

Valore paesistico della coltivazione degli agrumi: la primavera eterna

Cronologia e diffusione della coltivazione degli agrumi: la nascita delle prime limonaie

Evoluzione tipologica delle limonaie: struttura, tamponamenti e collocazione

Metodi di coltivazione e strutture di protezione relative.

Conformazione e utilizzo delle limonaie.

Ruolo delle limonaie all’interno dei giardini storici.

Le limonaie toscane e la cultura degli agrumi in casa Medici

Dal Quattrocento a Cosimo I de’ Medici.

Agrumi al tempo di Francesco I.

La coltivazione degli agrumi nel Giardino di Boboli al tempo di Cosimo II.

Cosimo III e la prima catalogazione degli agrumi di Casa Medici.

La collezione dopo i Medici.

Analisi di casi specifici: alcune tra le principali limonaie toscane

Il Giardino di Castello.

Il Giardino dei Semplici.

Il Giardino Strozzi.

Il Giardino Bardini.

Il Giardino di Boboli. 2

Gli agrumi nel giardino storico: rievocazione del mito e simbolo di vita eterna

Per i principi ed i nobili di tutta Europa la realizzazione di sontuosi giardini ove passeggiare e conversare era un’usanza assai diffusa. Fu tuttavia solo a partire dal Cinquecento che questi giardini iniziano ad essere costellati di splendide piante di agrumi. La scelta di questa coltivazione non fu affatto casuale ed assunse un’importanza molto maggiore rispetto a quella meramente ornamentale. Come molti altri elementi dei giardini storici, anche gli agrumi vennero infatti caricati di svariati significati simbolici, secondo un’usanza tipica dell’ambiente colto e raffinato delle corti e dei palazzi europei.

Gli elementi che resero tanto apprezzata la coltivazione degli agrumi presso la nobiltà europea sono da ricercarsi nella particolarità di queste piante. Si tratta di essenze sempre verdi, fortemente decorative, dal fogliame e dai frutti brillanti. Cedri, limoni ed aranci presentano infatti, nello stesso periodo e nella stessa pianta, fiori bianchi e profumatissimi, frutti ancora acerbi di un colore verde intenso, e frutti maturi dalle forti tinte arancioni o dorate. La forma dei frutti e le loro tonalità ben si prestavano all’identificazione di queste piante con i mitici pomi dorati decantati dalla mitologia greca, o con i frutti dell’albero della vita eterna dell’immaginario cattolico. La rapidità del ciclo di riproduzione degli agrumi li rendeva inoltre particolarmente adatti al colto sperimentalismo botanico dei nobili europei i quali amavano collezionare stranezze e rarità, soprattutto se leggermente grottesche.

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fig. 1: Bimbi B., “Spalliera con arance, limoni, lime e lumie”, dipinto, 1715.

1 Tratto da: Tongiorgi L., Meloni S., “Bartolomeo Bimbi. Un Pittore di Piante e Animali alla Corte dei Medici”, Edifir, Firenze, 1998. 3

Pomi d’oro e frutti di vita eterna

La storia della civiltà umana è costellata da miti e leggende di ogni sorta. Queste leggende costituiscono ancora oggi parte della coscienza storica dell’umanità ed hanno un ruolo centrale nell’immaginario collettivo. Nelle civiltà antiche l’importanza dei miti era enorme. In popolazioni quasi totalmente analfabete essi rappresentavano la base culturale comune che dava identità all’intera società. In particolare nella società greca o medioevale, questo valore delle leggende e dei miti era testimoniato anche dall’importanza che in esse assumevano aedi e cantastorie. In molte delle storie che venivano tramandate e che oggi costituiscono l’apparato mitologico di civiltà anche tra loro molto distanti sia cronologicamente che geograficamente, sono presenti piante dalle proprietà soprannaturali. Senza dubbio l’albero è un archetipo, un topos letterario che attraversa tutta la storia dell’umanità, fin dalle sue origini. L’albero è in genere simbolo di vita e di rinascita, è strettamente collegato al tema dell’acqua e a quello del giardino irraggiungibile che custodisce il segreto della vita. Spesso l’albero mitologico è la meta del pellegrinaggio dell’eroe, i suoi frutti rappresentano la ricompensa che solo chi si è dimostrato degno può ottenere. L’Umanesimo ed il Rinascimento prima, il Neostoicismo ed il Barocco poi, identificarono negli agrumi queste mitiche piante dai poteri soprannaturali.

Uno dei miti principali a questo riguardo è quello dei pomi d’oro del giardino delle Esperidi. Secondo la mitologia greca, le Esperidi, figlie della Notte, furono incaricate di custodire nel loro giardino i pomi dorati che Gea donò ad Hera in occasione della sua unione con Zeus.

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fig. 2: Ferrari G.B., “Allegoria del giardino delle Esperidi”, disegno, 1646.

2 Tratto da: Tagliolini A., “Il giardino delle Esperidi, Gli agrumi nella storia, nella letteratura e nell’arte”, Edifir, Firenze, 1996. 4

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In “Il paradiso de’ fiori overo lo archetipo de’ giardini” è scritto:

“Per bellezza di foglia, per leggiadria di pianta, per fragranza d’odori, e per nobiltà di frutti si dovrà accarezzar molto il Cedro, il quale i poeti favoleggiarono, che allora fu dalla terra spontaneamente prodotto, quando il maritaggio di Giunone con Giove si divulgò, e dall’antichità per la loro eccellente bellezza, furono a Venere consacrati”.

Questo breve estratto testimonia come nel Seicento la collocazione di coltivazioni di agrumi nei giardini nobiliari fosse strettamente legata alla creazione di un colto apparato simbolico, nutrito di classicità e significati allegorici.

Secondo il mito classico, il serpente Ladone venne posto a protezione di questo sacro giardino, collocato su di un’isola all’estremità occidentale della Terra. Nel lontano Oriente era invece situato un secondo mitico giardino. Ogni giorno i cavalli del Sole pascolavano nel giardino orientale. Ad ogni alba il carro di Apollo vi si levava per giungere nel giardino delle Esperidi al tramonto. Il viaggio tra un giardino e l’altro simboleggiava il ciclo vitale, a cui tutto veniva sottoposto.

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fig. 3: Boucher F., “Il tramonto del sole”, dipinto, 1752.

Il giardino occidentale era la rappresentazione del punto finale della parabola esistenziale dell’uomo: il tramonto altro non era che la fine della luce e della vita. È dunque solo in questo giardino, nel punto finale dell’esistenza, che può essere custodito il mistero della morte. La conoscenza di cosa ci sia dopo di essa è appannaggio degli eroi che lo raggiungono. Nel giardino delle Esperidi la vita ha dunque termine ma anche origine. Non

3 Pona F., “Il paradiso de’ fiori overo lo archetipo de’ giardini”, presso Angelo Tamo, Verona, 1622.

4 Tratto da: Rossi Pinelli O., “François Boucher”, Giunti, 1977. 5

solo è nel giardino che Zeus ed Hera si congiungono dando origine alla vita, ma è nel giardino che i più valorosi possono ottenere una seconda esistenza, questa volta svincolata dalla morte. Secondo la leggenda sarà Ercole ad ottenere la vita eterna dopo aver superato la sua ultima fatica ed essere riuscito a rubare uno dei pomi d’oro.

Il pomo dorato fu anche il dono che Paride fece a Venere per decretarla più bella tra le dee, per questa ragione gli agrumi divennero il simbolo della bellezza e dell’amore, un tema molto presente nei giardini rinascimentali e barocchi.

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fig. 4: Frans Floris, “Il giudizio di Paride”, dipinto, 1516–1570.

Non a caso molte sistemazioni arboree nei giardini sono caratterizzate dallo schema a “quincunx”. Il numero cinque era il numero di Afrodite e rappresentava la perfezione del mondo, così come il dieci rappresentava la perfezione dell’universo e del divino. Cinque erano le parti del corpo umano: le braccia, le gambe, il busto e la testa segnavano i cinque vertici del pentagono. La stessa simmetria pentagonale è presente nei fiori del cedro, del limone e dell’arancio.

Il legame simbolico tra gli agrumi e Venere è testimoniato anche nell’opera

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“Hypnerotomachia Poliphili”, un celebre incunabolo che narra del viaggio di Polifilo verso il Giardino di Venere per ricongiungersi con l’amata Polia. Nell’opera il Giardino è descritto come un’isola dalla forma perfettamente circolare, divisa in fasce concentriche. La prima fascia è quella dei cipressi. Attraverso una recinzione di mirto si accede quindi ad una fascia a bosco, larga esattamente un terzo del raggio dell’intera isola. A separare questa zona dalla successiva interviene una “clausura de naranceto”. Si tratta cioè di una siepe molto fitta di aranci che rappresentavano nell’immaginario Seicentesco le pene che l’amore comporta così come il mirto ne rappresentava le dolcezze.

5 Tratto da: Fossi G., “The Uffizi. The Official Guide: all of the Works”, Giunti, 2000.

6 Colonna F., nuova edizione a cura di Pozzi G., Ciapponi L., “Hypnerotomachia Poliphili”, Antenore Ed, Padova, 1964. 6

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fig. 5: Colonna F, “Il giardino di Venere”, disegno, 1499.

Nel mondo ebraico e cristiano gli stessi connotati legati alla vita e all’eterna giovinezza sono presenti nell’albero della conoscenza del bene e del male, anche detto albero della vita eterna. Tale prodigiosa pianta cresceva al centro del giardino dell’Eden, ove vennero creati Adamo ed Eva. Tuttavia in questo caso la logica del mito viene ribaltata. Nella mitologia greca gli eroi che si accingono a raggiungere il giardino sono mortali, sfidano il volere divino, dimostrano la loro capacità di dominare il fato attraverso le loro fatiche ed infine ottengono in dono la vita eterna. Nell’ottica cristiana la disubbidienza non è più un valore da premiare ma una colpa da punire. Questo deriva evidentemente dalla mutata caratterizzazione della divinità. Ad un vasto gruppo di corruttibili e volubili divinità se ne sostituisce una unica, perfetta e dotata di immensa benignità e saggezza. Non ci sono più eroi e semidei mortali, essi vengono sostituiti da esseri immortali che perdono questo dono divino disubbidendo e mangiando del frutto dell’albero sacro. In entrambi i casi, sia nel mondo greco che in quello ebraico, il giardino viene connotato in maniera molto simile.

7 Tratto da: Colonna F., nuova edizione a cura di Pozzi G., Ciapponi L., “Hypnerotomachia Poliphili”, Antenore Ed, Padova, 1964. 7

Esso è il luogo delle delizie per eccellenza, un ritiro di perfetta pace ed armonia, il sacro custode del segreto della vita eterna.

Il giardino, con le sue piante di agrumi sempre verdi, le fresche ombre e lo scrosciare sommesso delle acque venne quindi a simboleggiare l’anelito ineliminabile dell’uomo verso l’eternità.

Collezionismo principesco

Per quanto concerne l’aspetto prettamente collezionistico uno degli autori più interessanti cui si rimanda è il già citato Francesco Pona con il suo “Il paradiso de’ fiori overo lo archetipo de’ giardini”.

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Nell’opera il Pona sottolinea come, oltre ad affascinare per la loro bellezza, gli agrumi incuriosissero anche per le forme grottesche che possono assumere in particolari circostanze. Questo ebbe senza dubbio un ruolo rilevante nell’affermazione della coltura degli agrumi presso le corti italiane ed europee. Come già accennato, l’agrume è infatti una specie che ben si presta ad innesti, sperimentazioni e quindi al colto collezionismo botanico delle corti dell’epoca. Non solo i principi amavano attorniarsi di specie rare ed esotiche, essi collezionavano anche frutti particolarmente mostruosi secondo un gusto per lo strano ed il deforme che andava diffondendosi in quegli anni e di cui sono esempi esplicativi i piccoli quadri realizzati dal Bimbi, di cui tratteremo più approfonditamente tra breve.

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fig. 6: Targioni Tozzetti A., “Citrus Aurantium Limo citratum Bizzarria”, disegno, 1825.

8 Pona F., “Il paradiso de’ fiori overo lo archetipo de’ giardini”, presso Angelo Tamo, Verona, 1622.

9 Tratto da: Targioni Tozzetti A., “Raccolta di fiori, frutti ed agrumi”, Firenze, 1825. 8

Valore paesistico della coltivazione degli agrumi: la primavera eterna

Come abbiamo già sottolineato in precedenza il giardino storico venne caricato di importanti significati simbolici, molti dei quali legati al concetto di eternità. Oltre a quanto detto, i cedri, i limoni e gli aranci, per la particolarità del fogliame sempre verde e della fioritura continua, per i significati simbolici ad essi connessi, potevano restituire l’illusione di una Primavera Eterna, simboleggiavano l’Età dell’Oro e facevano rivivere il mito dell’Età Classica.

Soprattutto per i nordici gli agrumi vennero identificati con la mediterraneità, con i caldi climi italici tanto vagheggiati, con l’epoca aurea della civiltà greco-romana. Fu con queste valenze che la coltivazione degli agrumi venne introdotta anche nelle grandi corti europee. Veicolo di questa diffusione furono le suggestive descrizioni che le immense distese di agrumi sempre verdi ispirarono a molti dei più grandi scrittori e poeti vissuti tra Cinquecento ed Ottocento. Vennero decantate con toni fiabeschi non solo le coltivazioni di agrumi presenti nei giardini nobiliari ma anche le grandi distese di agrumi presenti nell’area napoletana e lungo le sponde del Lago di Garda.

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fig. 7: Santi e Duran. “Isola Madre”, incisione, 1820.

In questi luoghi la presenza degli agrumi, spesso coltivati in terrazzamenti digradanti verso uno specchio d’acqua, acquistava un forte valore paesistico. Esso era determinato non

10 Tratta da: Tagliolini A., “Il giardino delle Esperidi, Gli agrumi nella storia, nella letteratura e nell’arte”, Edifir, Firenze, 1996. 9

solo dalle limonaie ma anche da tutta una serie di infrastrutture ad esse connesse: i terrazzamenti, la viabilità, le piantumazioni di filari che servivano da paramassi o frangivento, gli impianti idrici e di irrigazione, i magazzini per il ricovero degli strumenti e del materiale di chiusura e copertura nei mesi estivi. La coltivazione connotava tutta l’area circostante, dava essa un carattere ed una specifica identità, un’immagine vivida nella mente di chi attraversasse quei luoghi.

Senza dubbio una delle descrizioni più evocative della riviera del Lago di Garda e delle limonaie che la caratterizzavano ci viene fornita dal Jacopo Bonfandio. Nella lettera che l’autore invia a Plinio Tomacelli nel 1541, egli scrive:

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“Lungo le rive […] si vede in ogni stagione andar primavera […] E dalle rive rivolgendo la vista verso le piagge e li colli, che in alto si mostrano tutti fruttiferi e lieti e beati, pare che non si possa dire se non che ivi tenga sua stanza la sorella del silenzio e la felicità […] Ma de’ giardini, de’ narranzi, limoni, cedri, de’ boschi d’olivi e lauri e mirti, de’ verdi paschi, delle vallette amene e de’ vestiti colli, de’ rivi, de’ fonti, non aspettate ch’io vi dica altro, perché questa è opra infinita.”

Johann Volkamer dedicherà uno spazio notevole a questo argomento all’interno del trattato del 1708 “Nürnbergische Hesperides”.

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L’opera ebbe un enorme successo e contribuì notevolmente alla diffusione della coltivazione degli agrumi nel centro Europa.

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fig. 8: Volkamer J.C., “Le Esperidi porgono la mela dorata ad Ercole”, disegno, 1708.

11 Tratto da: Tagliolini A., “Storia del giardino italiano”, Casa Usher, Firenze, 1994.

12 Volkamer J.C., “Nürnbergische Hesperides, oder Gründliche Beschreibung der Edlen Citronat, Citronen, und Pomeranzen, Früchte”, presso J.A. Endters figlio ed eredi, Nüremberg, Francoforte sul Meno, 1708.

13 Tratto da: Volkamer J.C., “Nürnbergische Hesperides”, presso J.A. Endters figlio ed eredi, Nüremberg, Francoforte sul Meno, 1708 10

Nell’opera l’autore inserisce numerosissimi disegni di giardini di ville italiane, accompagnati ciascuno dalla rappresentazione di un agrume, dalla sua sezione e di una sua foglia.

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fig. 9: Volkamer J.C., “Illustrazione di un Bergamotto”, disegno, 1708.

Tuttavia viene concesso un ampio spazio anche alle coltivazioni di grandi dimensioni, spesso non legate a giardini nobiliari. Ad esempio nel Volkamer la riviera del Lago di Garda è definita “un paradiso terrestre” per via delle piante di aranci, di cedri e di limoni che vi si coltivano, per le loro foglie perenni che rendono il paesaggio sempre verde, per la presenza dei frutti sulla pianta per tutta la durata dell’anno, per il clima mite e per la crescita spontanea di mirto ed alloro, cosa che per un nordico doveva sembrare straordinaria. Curioso è il fatto che il Volkamer si meravigli che queste due ultime specie arboree venissero usate come legna da ardere o per foderare le casse di agrumi da inviare in Germania. Dobbiamo infatti tenere presente il fatto che all’epoca in Europa centrale queste stesse piante venivano considerate essenze pregiate, coltivate al prezzo di grande fatica e notevole dispendio economico, data la loro difficile sopravvivenza in climi più freddi.

L’oramai raggiunta supremazia delle coltivazioni degli agrumi nei giardini nobiliari è infine attestata da Paolo Bartolomeo Clarici che, in “Istoria e coltura delle piante”, scrive:

14 Tratto da: Volkamer J.C., “Nürnbergische Hesperides, oder Gründliche Beschreibung der Edlen Citronat, Citronen, und Pomeranzen, Früchte”, presso J.A. Endters figlio ed eredi, Nüremberg, F

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Sintesi

Filosofia

Associazione tra concetto di frutto proibito e concetto di vita eterna nel mito e in epoca rinascimentale.

Tecnologia

La Limonaia. Struttura, tamponamenti e collocazione.

Arte

Il collezionismo di agrumi e la cultura del giardino presso i Medici.

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