Rubin Carter
(Hurricane)
L’Hurricane cantato da Bob Dylan passò 20 anni in cella da innocente
“They can incarcerate my body, but never my mind”
The New York Times (1977) Greta Aresu
5B Mercurio
A.S. 2013/2014
I.T.C. Ginanni
Una vicenda che sconvolse un’intera nazione
Pag. 3
Sistema giudiziario statunitense
Pag. 9 Diritto
Problemi del sistema giudiziario americano
Pag. 12 Diritto
AIDWYC Innocence International e Inglese
Pag. 14
Confronto tra profit e no profit
Co
Pag. 15 Ec. Aziendale
Conclusioni pag. 17
Bibliografia pag. 18
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Una vicenda che sconvolse un’intera nazione
Here comes the story of the hurricane… Il 20 aprile 2014 si è spenta un’anima.
Quest’anima era Rubin Carter, il pugile afroamericano al centro di un’epocale controversia che divise gli Usa: imprigionato ingiustamente per un triplice omicidio, scontò 20 anni di carcere, dai quali è riuscito poi a risollevarsi e a salvare decine di altre persone che come lui erano state ingiustamente incarcerate.
Il 31 Marzo 2014 Jeff Gray scrive su The Globe and Mail (un giornale canadese diffuso su scala nazionale): “Rubin (Hurricane) Carter, una volta aspirante al titolo di campione dei pesi medi di 160 libbre, ora ne pesa la metà e rimane costretto a letto a Toronto. E’ stato messo all’angolo e sta combattendo il match finale della sua vita.
“Rubin (Hurricane) Carter, once a 160-pound middleweight championship contender, now weighs half that and lies bed-ridden in Toronto. He is on the ropes, fighting his life’s final bout. This is the end of the story of the Hurricane (riferimento alla canzone di Bob Dylan).”
“This is the end of the story of the Hurricane.”
Una vita travagliata fin dall’inizio
Rubin Carter nasce il 6 Maggio 1937 a Clifton, in New Jersey. Cresce a Paterson (New Jersey) insieme a sei fratelli, e inizia presto ad avere guai con la giustizia.
A 9 anni Rubin e altri ragazzi della sua età rubano dei vestiti in un negozio, suo padre, saputo l’accaduto, lo porta dalla polizia e lui viene costretto a 2 anni di libertà vigilata.
A 11 anni viene portato in riformatorio dopo aver ferito con un coltello un uomo bianco. Lui dichiara di aver semplicemente reagito per auto-difesa a seguito delle proposte pedofile dell’uomo e del suo tentativo di spingere il ragazzo giù da un dirupo.
Nel 1954 Carter scappa dal riformatorio e si arruola nell’esercito americano a 17 anni.
Superato l’addestramento a Fort Jackson, Carolina del Sud, viene trasferito in Germania nel 1974 e diviene un paracadutista militare nella 101esima Divisione Autotrasportata. E’ in questo periodo che conosce e si interessa alla boxe.
Non è un buon soldato e per ben quattro volte deve presentarsi alla corte marziale a causa di varie insubordinazioni. Viene congedato nel maggio 1956, dopo ventuno mesi, giudicato inadatto al servizio militare.
Al ritorno in New Jersey viene presto arrestato e condannato a 10 mesi per la fuga dal riformatorio. Poco dopo il suo rilascio, nel 1957, Carter fu arrestato per una serie di crimini, tra i quali spicca l’aggressione e la rapina ad una donna di colore di mezza età. Rimarrà poi nella prigione di stato del New Jersey per i successivi quattro anni.
Durante gli anni di detenzione in New Jersey, rispolvera il suo interesse per la boxe. 3
Showman del ring
Il 22 settembre 1961, un giorno dopo il suo rilascio, combatte e vince il suo primo incontro di boxe ufficiale.
“I was in my element now,” scrive nella sua autobiografia, “fighting was the pulse beat of my heart and I loved it.”
Alto 1 metro e 73, Carter è mediamente più basso di un peso medio, ma combatte per tutta la sua carriera in questa categoria. Testa rasata, baffi prorompenti, sguardo aggressivo e fisico possente fanno di lui una presenza intimidatoria sul ring, decenni prima che tale “look” divenga consuetudine nel pugilato. Il suo stile aggressivo e la potenza dei suoi pugni (che gli fruttano molti KO) catturano l’attenzione, facendolo diventare un beniamino del pubblico, e gli procurano il soprannome “Hurricane” (Uragano).
Dopo aver battuto avversari del calibro di Florentino Fernandez, Holley Mims, Gomeo Brennan e George Benton, il mondo della boxe comincia a notarlo.
Nel luglio del 1963 Ring Magazine lo inserisce nella sua “Top 10” riguardante gli sfidanti al titolo dei pesi medi.
Nello stesso anno sposa Mae Thelma Basket.
Il bilancio del 1963 conta quattro vittorie e due sconfitte: la svolta arriva il 20 dicembre, quando sorprende il mondo della boxe mandando al tappeto due volte nel primo round il passato e futuro campione del mondo, Emile Griffith, vincendo per knock out tecnico (KO).
Questa vittoria fa guadagnare a Rubin Carter il terzo posto nel ranking degli sfidanti al titolo per pesi medi, titolo detenuto da Joey Giardello.
Nel 1964 un articolo pubblicato su “The Saturday Evening Post” lo descrive come il militante di colore convinto che i neri abbiano il diritto di opporsi, ricorrendo anche alla violenza, alla polizia. Lui negò di aver espresso tali idee, ma da questo momento in poi la polizia applicò nei suoi confronti degli assidui controlli.
Hurricane vince altri due incontri (fra cui uno contro il futuro campione dei pesi massimi Jimmy Ellis), e così arriva finalmente a misurarsi con il campione Giardello il 14 dicembre del 1964.
Il match si disputa a Philadelphia. Nei quindici round Carter combatte bene, ma i giudici, all’unanimità, dichiarano Giardello vincitore. La stampa protesta vivacemente e da un sondaggio tra i giornalisti a bordo ring risulta che 14 su 17 ritengono Carter vincente.
Hurricane non fa nessun reclamo ufficiale.
Dopo questo incontro, Carter comincia a perdere posizioni nel ranking.
Combatte nove volte nel 1965, ma perde quattro dei cinque incontri disputati contro avversari di livello (Luis Manuel Rodríguez, Harry Scott e Dick Tiger). Tiger, in particolare, manda al tappeto Carter tre volte nel loro incontro.
“It was,” Carter said, “the worst beating that I took in my life - inside or outside the ring.”
“È stata”, disse Carter, “la peggior sconfitta della mia vita - dentro e fuori dal ring”.
Arriva fino qui la felice biografia sportiva di Rubin Carter, poi accade un fatto che sconvolgerà la sua vita, la sua immagine e la sua storia: il 17 giugno 1966. 4
L’accusa di omicidio
Nella notte del 17 giugno 1966, mentre sua moglie e la sua figlia di due anni, Theodora, erano a casa. Carter visita diversi bar in Paterson e si ferma in uno chiamato Night Spot.
A neanche un miglio di distanza sulle 2:30 del mattino circa, due uomini di colore entrano nel “Lafayette Bar and Grill”, ed aprono il fuoco. Due uomini bianchi, tra cui il barista, vengono uccisi sul colpo. Una donna bianca invece muore circa un mese dopo: aveva la gola, lo stomaco, l’intestino, la milza, il polmone sinistro e un braccio perforati dai proiettili. Una quarta persona, Willie Marins, sopravvive all’attacco, perdendo però la vista ad un occhio.
Un noto criminale, Alfred Bello, che si aggirava nei pressi del Lafayette per commettere un crimine quella stessa notte, vede la scena. Bello è una delle prime persone presenti nella scena del crimine e chiama un operatore telefonico per avvertire la polizia.
Una residente al secondo piano del Lafayette, Patricia Graham, vede due uomini di colore salire in una macchina bianca e partire verso ovest, lontano dal bar.
Un’altra persona, Ronald Ruggiero, sentiti gli spari si affaccia alla finestra e vede Bello correre per Lafayette Street e una macchina bianca sfrecciare verso ovest, con due uomini di colore sui sedili anteriori.
Carter quella sera incontra casualmente John Artis, un ragazzo di colore che gli chiede di dargli un passaggio a casa. Durante il tragitto i due uomini vengono fermati dalla polizia perché la macchina di Carter coincide con quella vista dai testimoni.
La polizia li porta al Lafayette circa trenta minuti dopo la sparatoria. Ma nessuno dei testimoni riconosce in Carter o Artis uno dei criminali, nemmeno Marins, ferito dagli stessi aggressori e portato d’urgenza all’ospedale.
La polizia trova nella macchina di Carter una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12 - lo stesso calibro usato dagli assassini. Carter e Artis vengono portati in commissariato, interrogati e sottoposti al test del poligrafo.
La macchina della verità mostra che i soggetti stanno mentendo alle domande e ciò fa supporre un qualche loro coinvolgimento nel crimine. Ma il poligrafo non è comunque giudicato attendibile, e quindi risulta inammissibile come prova. Carter e Artis vengono quindi rilasciati il giorno stesso.
Il 6 agosto 1966 presso Rosario (Argentina), Carter combatte e perde contro Rocky Rivero. Questo sarà il suo ultimo incontro.
Le testimonianze dei ladri
Due mesi dopo, Bello rivela alla polizia che quella sera era in compagnia di un altro uomo, Arthur Dexter Bradley. Essi stavano tentando di derubare una fabbrica nelle vicinanze del Lafayette Grill.
Dopo un ulteriore interrogatorio, entrambi identificano Carter come uno dei due uomini di colore visti fuori dal bar; Bello identifica inoltre Artis come l’altro uomo armato. Basandosi su questa ulteriore prova, Carter e Artis vengono arrestati e incriminati, nonostante non fossero stati riconosciuti dagli altri testimoni.
Per loro c’è la prigione a vita. 5
La prigionia
Carter e Artis, accusati di triplice omicidio, sono condannati a tre ergastoli e i loro appelli vengono respinti unanimemente dalla Corte Suprema del New Jersey.
Tornato in prigione Carter si rifiuta di indossare l’uniforme e continua a dichiararsi innocente.
In questo periodo si dedica allo studio di libri di legge ed analizza a fondo il suo caso.
Perde la vista all’occhio destro a seguito di un intervento alla retina a causa delle condizioni igieniche inadeguate dell’ospedale della prigione.
Durante la sua prigionia, Carter scrive la sua autobiografia “The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472” (Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472), pubblicata nel 1974.
Sostiene la sua innocenza, ed ottiene il sostegno della gente, che spinge per la grazia o per un nuovo processo.
Carter viene visto come il campione dei diritti civili.
Nel 1975 Bob Dylan visita Rubin Carter in prigione. Il cantautore era rimasto impressionato dalla lettura di The 16th Round, l’autobiografia scritta in carcere da Carter.
Poco dopo l’incontro inizia a scrivere i versi e la musica di quella che sarebbe diventata “Hurricane” per sostenere l’innocenza del pugile.