Estratto del documento

Possibilità di un’estetica della violenza

Di Pellegrino Pietro

Classe V E

Liceo Scientifico Giuseppe Peano

Anno scolastico 2010-2011 2

Premessa

All’incirca un anno fa, dopo aver visto alcuni film del regista statunitense Quentin Tarantino (mi riferisco in particolare a “Le Iene”, “Pulp Fiction”, “Kill Bill volume 1” e “Kill Bill volume 2”), mi sono posto la seguente domanda: la violenza può divenire, in determinati contesti, puro soggetto artistico-estetico, svincolato da qualsiasi tipo di giudizio morale o etico?

Per rispondere a questa domanda, mi sono concentrato in letture di romanzi, articoli e saggi in cui la violenza è trattata come soggetto estetico, per poi elaborare le mie riflessioni e conclusioni.

È doveroso chiarire da parte mia che durante la fase di ricerca e documentazione le mie posizioni in merito all’argomento sono leggermente mutate (non per nulla il titolo di partenza “Possibilità” voleva essere “L’estetica della violenza”, poi cambiato in “Possibilità di un’estetica della violenza”).

Nota

I riassunti delle trame dei film, dei libri e delle biografie riportate nella tesina sono state scritte interamente da me, tranne nel caso delle trame di “Pulp Fiction” (rielaborata a partire da un testo ricercato in rete) e de “Il supplizio del legno di sandalo” (ho riportato la trama presente sul retro di copertina del testo non volendo svelare particolari della trama che potrebbero compromettere la lettura di un libro che ritengo davvero interessante e degno di nota).

Indice

  • Parte 1. Cinematografia & violenza................Pag. 3
  • Parte 2. Arti grafiche & violenza....................Pag. 9
  • Parte 3. Letteratura & violenza......................Pag. 13
  • Conclusione...........................................Pag. 16
  • Bibliografia.........................................Pag. 18

Parte 1. Cinematografia & violenza

“Per me la violenza è un soggetto del tutto estetico. Dire che non ti piace la violenza al cinema è come dire che al cinema non ti piacciono le scene di ballo.” Quentin Tarantino 3

Questo è il punto di partenza. Come è intuibile leggendo la citazione riportata, nei film di Tarantino le scene violente sono più numerose dei balli, più controverse e certamente in grado di provocare reazioni più inattese e spiazzanti nello spettatore.

I film che ho preso in esame, per quanto riguarda Quentin Tarantino, sono i seguenti:

  • Kill Bill Vol 1 (2003)
  • Kill Bill Vol 2 (2004)
  • Le Iene (1992)
  • Pulp Fiction (1994)
  • Una vita al Massimo (1993- sceneggiatura)

Seguono dei brevi cenni biografici riguardanti il regista e l’analisi del film che ha fatto sorgere in me la domanda che ha dato il via a questa mia ricerca.

Quentin Tarantino

Nome: Quentin

Cognome: Tarantino

Data di nascita: 27 marzo 1963, Knoxville

Segni particolari: inizia a lavorare in un videonoleggio e raggiunge la fama scrivendo scenografie. Il successo come regista arriva con “Reservoir Dogs” e l’affermazione definitiva con “Pulp Fiction” (Palma d’oro al Festival di Cannes 1994 e Oscar alla sceneggiatura nel 1995). I marchi di fabbrica del regista, etichettato da molti come “eccessivo”, sono i dialoghi brillanti e al limite del surreale, la cronologia sfasata e un godibilissimo uso della violenza. In accordo con il famoso verso di Eliot “Immature poets imitate, mature steal”, Tarantino inserisce continuamente nei propri lavori riferimenti e citazioni di altri film, che vengono così omaggiati. È considerato il padre del Pulp ed è un grande amante degli spaghetti western italiani, del cinema d’azione giapponese, dei polizieschi e dei piedi femminili. È stato giudice al festival di Venezia nel 2010.

Kill Bill, volumi 1 & 2

Titolo: Kill Bill

Anno: 2003-2004

Trama: Il film narra la vendetta di Beatrix Kiddo (Uma Thurman). Kiddo faceva parte di una temibile squadra di assassini, la DVAS (Deadly Viper Assassination Squad), formata da altri quattro killer professionisti al soldo di Bill. Accortasi di essere incinta, lascia la DVAS, ma nel giorno del suo matrimonio, gli ex compagni irrompono alla cerimonia e uccidono tutti i presenti. Beatrix sopravvive però al colpo di pistola sparato da Bill, e una volta ripresa dal coma, decide di vendicarsi uccidendo uno a uno e con metodi a dir poco brutali, i componenti della gang. Durante la sua vendetta scoprirà anche che la figlia è sopravvissuta.

Altro: Nel progetto originale del regista, il film non avrebbe dovuto essere diviso in due volumi, ma per questioni legate alla casa di distribuzione, venne fatto uscire nelle sale in due parti a pochi mesi di distanza. Il film è ricchissimo di richiami e omaggi ad altre pellicole: agli spaghetti western di Sergio Leone, ai film di Bruce Lee (la tuta indossata da Uma Thurman è molto simile a quella di Lee in “L’ultimo combattimento di Chen”), ai B-movies giapponesi e di arti marziali (in particolare a “Lady Snowblood”). Tra gli attori spiccano alcuni “fedelissimi” di Tarantino (Uma Thurman, Michael Madsen, Samuel L Jackson) affiancati a celebri esperti di arti marziali (David Carradine e Sonny Chiba). Il famoso critico Roger Ebert scrive così riguardo a questi film:

“Il film è narrazione senza storia, i personaggi consistono delle loro azioni”; la vera protagonista del film è la vendetta, le cui motivazioni “sembrano non avere profondità psicologica”: in uno scenario simile passiamo all’analisi dell’uso della violenza in questa pellicola.

Analisi della violenza in Kill Bill

La violenza ed i soggetti violenti, chiaramente centrali nella struttura narrativa e nel ritmo compositivo del film, creano una sorta di tensione epica, una solennità che percorre come un brivido l’intera pellicola; una tensione che sospende il giudizio dello spettatore, così proiettato ad osservare l’azione, come suggerito da Margaret Bruder (docente alla Indiana Uninesity, Film Studies) “fermandosi coraggiosamente alla superficie, alla forma, adorando l’apparenza, credendo nei toni, nelle parole, nell’intero Olimpo dell’apparenza” (citando “La gaia scienza” di Nietzsche, quarta prefazione) senza giudicarne i contenuti ma semplicemente la forma. “Arte e violenza si fondono in un’indimenticabile esperienza estetica”: questa critica di Xavier Morales (tratta da un suo articolo sull’“Harvard Law Record” del 29-09-2003) riguardo il primo capitolo della saga della Sposa, ci permette di capire la costruzione, impastata nel sangue e nell’acciaio, portata a termine da Tarantino.

I movimenti degli attori sono perfettamente misurati, i combattimenti come antiche cerimonie solenni, i dialoghi (in cui spesso i silenzi sono più significativi delle parole) dei veri e propri riti di iniziazione a ciò che sta per accadere. Gli arti mozzati, le gocce di sangue, il rumore delle lame si fondono tra loro in sinfonie scritte su spartiti di seta; la violenza, che si imprime come fuoco sulla pellicola, in un climax che porta alla catarsi (ossia al compimento della vendetta della sposa), diventa forma di arte autonoma, svincolata dai giudizi morali e che va oltre ai comuni canoni di bellezza. Le motivazioni della violenza in questo film non hanno “spessore o risonanza psicologica” (Roger Ebert, da “Movie Yearbook 2006), rendendola ancora più pura, slegata da contesti emotivi e passibile di giudizi estetici. Joel Black, docente delle Georgia University, affermò nel 1991:

«Se l'omicidio può essere una forma d'arte, allora l'omicida è una sorta di artista - o un anti-artista - la cui arte si manifesta quale “performance” e la cui specificità non consiste nel “creare”, ma nel “distruggere”». Secondo questa teoria, può essere considerato come soggetto puramente estetico anche il vero e proprio atto violento; a mio parere, al contrario, affinché violenza ed omicidio possano elevarsi a forme d’arte, bisogna che si realizzino su adeguati supporti, come la tela per la pittura o lo strumento per la musica. A conclusione di questa mia ricerca di una possibilità di un’estetica della violenza, ho individuato nella cinematografia e nelle arti figurative i due supporti su cui la violenza può realizzarsi più facilmente come esperienza estetica. Come si può notare, sono tutte forme d’arte supportate da immagini, immagini fondamentali per mediare la partecipazione emotiva all’evento descritto: dando una forma grafica alla violenza essa può essere vissuta con il distacco emotivo (creato dal supporto fisico che sottintende la finzione della stessa) necessario per vivere l’esperienza estetica ed estrema della violenza (a mio parere la letteratura è meno adatta a creare immagini di violenza estetica, proprio perché il lettore, che non viene guidato da immagini (grafiche) che richiamano chiaramente ad un contesto slegato dalla realtà, è portato a partecipare emotivamente a ciò che legge, provando immancabilmente degli stati d’animo legati alla violenza che non ne permettono un’analisi slegata da concetti morali; ma questa riflessione verrà approfondita nella sezione 3).

Riflettendo in questo modo sono giunto alla mia prima conclusione personale: la violenza diventa arte quando è finzione.

A mio parere, infatti, la violenza vissuta direttamente o per esperienza di terzi, è inscindibile dalla sua componente emotiva e quindi difficilmente apprezzabile come esperienza estetica (questa conclusione è in aperto disaccordo con il pensiero di Sade, che vede nella realizzazione fisica della violenza la sua realizzazione artistica, e non nella sua messa in scena su adeguato supporto come ipotizzato prima).

Passiamo ora, con un salto a ritroso nel tempo, a studiare i primi lavori di Quentin Tarantino. Seguono le trame dei film e l’analisi riguardante l’uso della violenza in questi.

Le Iene

Titolo: Le iene (Reservoir Dogs)

Anno: 1992

Trama: Sei gangster, che non si conoscono nemmeno a vicenda, in seguito ad una rapina fallita in una gioielleria a Los Angeles, tentano di capire come il colpo possa essersi trasformato in una trappola. Due di loro sono rimasti uccisi (Mr. Blue e Mr. Brown) e un terzo (Mr. Orange) è ferito gravemente. I quattro superstiti si ritrovano in un deposito abbandonato dove capiscono che uno di loro è una spia. Il deposito è il teatro principale dell'azione, che è frantumata temporalmente similmente a Pulp Fiction. Proprio nel magazzino si svolge la famosa scena in cui Michael Madsen tortura un poliziotto e infine si arriva, tramite un triello dai forti accenti western, alla conclusione della vicenda: la polizia invade il magazzino e le iene scoprono chi di loro era la spia.

Il film, alla sua uscita, venne bollato come “eccessivamente violento” ma in seguito se ne riconobbe il valore, sia artistico (innovazioni cinematografiche) che dei contenuti, legati ai temi profondi e trattati senza cadere nel banale dell’amicizia e della fiducia.

I personaggi usano dei colori come nomi in codice: Mr White è Harvey Keitel; Mr Orange (la spia) è Tim Roth; Mr Pink è Steve Buscami; Mr Blonde è Michael Madsen; Mr Brown è Tarantino stesso ed infine Mr Blue è Edward Bunker.

Pulp Fiction

Titolo: Pulp Fiction

Anno: 1994

Trama: La vicenda è presentata nel film con una cronologia sfasata: le scene che lo spettatore osserva non rispettano infatti un andamento lineare del tempo e spesso più vicende separate si incontrano tra loro. Quattro storie di gangster s’intersecano in una struttura apparentemente circolare che va avanti e indietro nel tempo: le vicende sono: 1) due delinquenti (Tim Roth & Amanda Plummer), si accingono a fare una rapina in una tavola calda; 2) due sicari (John Travolta & Samuel L Jackson) recuperano una valigetta preziosa, poi devono ripulire la loro auto, insozzata dal sangue di un uomo ucciso per errore, con l'aiuto di Mr. Wolf ), per poi andare a mangiare alla tavola calda della rapina; 3) uno dei due sicari (John Travolta), deve portare a ballare Mia (Uma Thurman), la moglie del suo capo, ma dopo la cena lei va in overdose (e viene miracolosamente salvata da un’iniezione in cuore di adrenalina).

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Sintesi

Arte

Guido Reni (La strage degli innocenti); Pablo Picasso (Guernica); Frank Miller (Sin City)

Letteratura

Il Decadentismo; Octave Mirbeau (Il giardino dei supplizi); Mo Yan (Il supplizio del legno di sandalo)

Latino

Seneca

Inglese

Anthony Burgess; Arancia Meccanica

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