La psicologia del Nazismo
Lisa Savino 1
La psicologia del Nazismo
Analisi introspettiva di un regime totalitario
Lisa Savino
Capire come, nel cuore della civilissima Europa e da una delle nazioni che ha notevolmente contribuito ad arricchire il patrimonio culturale europeo, sia potuto nascere e svilupparsi un fenomeno politico-sociale così “barbarico”, non è facile.
Ciò che più sconvolge è come la quasi totalità del popolo tedesco abbia riconosciuto il suo leader in un uomo, sicuramente dotato di carisma magnetico per le masse, ma incline alla violenza e con evidenti problemi di squilibrio.
Ma non è solo il Nazismo a lasciare nella storia moderna molti dubbi, è l’assoluta novità dei regimi totalitari nati nel XX secolo che ha sconvolto l’intero panorama mondiale.
I regimi totalitari
Secondo la filosofia tedesca di Hannah Arendt (1906-1975), è l’aspetto di “totalità” di questi regimi che li differenzia da ogni forma politica del passato.
Il controllo coercitivo della società di massa, rigidamente inquadrata e disciplinata, crea un individuo massa totalmente devoto alla nazione, intesa come comunità di appartenenza.
In sostanza, nei regimi totalitari, lo Stato rappresentato da un partito unico, diventa lo strumento di una politica rivoluzionaria che, non riconoscendo alcun genere di articolazione sociale e politica, si caratterizza per una “volontà di potenza” che si propone di trasformare la natura umana e di sradicare ogni forma di ostilità che minaccia il benessere della nazione.
Per questo, nei regimi totalitari il terrore e la violenza, oltre a fini repressivi, avevano il compito di agire come strumento psicologico di coercizione preventiva dell’agire individuale e sociale.
I sistemi totalitari non si limitavano all’obbedienza passiva degli individui, ma pretendevano l’adesione incondizionata e volontaria al progetto ideologico di trasformazione radicale.
Rimane comunque da definire come, effettivamente le masse abbiano aderito senza troppa resistenza sia in Germania, sia in Russia, al Nazismo e allo Stalinismo.
La struttura psicologica delle masse
Sigmund Freud definì con una struttura libidica le masse che vide annuire di fronte a idee che, se guardate con gli occhi di oggi, risultano sconnesse dalla realtà.
L’essere umano, studiato dallo psicanalista tedesco, vede la sua personalità incarnarsi in tre figure: Super-io, Io e ES; rappresentanti rispettivamente l’insieme di regole e di divieti acquisiti durante la crescita, il proprio carattere e le proprie idee che devono però sempre relazionarsi ad una realtà poco favorevole, e l’inconscio, la parte più oscura e misteriosa collegata ancora alle origini primitive dell’umanità.
Lo straordinariamente pericoloso processo, che permette ai singoli individui di trasformarsi nell’individuo massa facilmente controllabile dai totalitarismi, consiste nel cedimento, da parte di ognuno del proprio Super-io al leader. Praticamente, l’insieme di regole e di divieti e la distinzione tra bene e male non sono più processi interni all’uomo, ma vengono proiettati all’esterno: si perde così parte della propria coscienza d’azione.
Freud giustifica questo “cedimento” con una sorta di innamoramento dei singoli verso un’unica figura, un coinvolgimento libidico. 3
La Germania e il Nazismo
Se per la Russia è facile comprendere come la popolazione, per la maggioranza analfabeta e tenuta lontana dai processi di rivoluzione e di innovazioni dell’Ottocento Europeo, sia da fattori geografici sia da una politica rigida, si sia fatta trascinare nello Stalinismo; risulta invece difficile collegare la sviluppatissima Germania al fenomeno del Nazismo.
Se si ricostruisce il Nazismo nella sua oggettività, esso appare solo come un’ideologia nazionalistica e razzista che è riuscita a imporsi a tal punto da sfociare in una terribile catastrofe umana.
Per venire a capo di una soluzione, bisogna tener conto di più aspetti, tra i quali una singolare congiuntura storica per cui la vicenda personale e l’ideologia privata di Hitler hanno assunto il significato di una chiave che ha dato un senso ad una nazione fortemente in crisi.
Primo aspetto da tenere in considerazione studiando la storia del Nazismo è sicuramente la biografia e la personalità di Hitler.
L’infanzia e la personalità di Hitler
Dopo il trionfo delle teorie psicoanalitiche di Sigmund Freud, il primo territorio in cui si è cercato di trovare una spiegazione al fenomeno Hitler è stato proprio quello della psicoanalisi. Prendendo spunto dal libro “Mein Kampf”, psicoanalisti come Erikson, Fromm e A. Miller, si sono concentrati sull’infanzia di Hitler e hanno affermato che il Führer fosse stato pesantemente condizionato dalle questioni familiari.
Il punto di partenza dei suoi disturbi fu identificato nel Complesso di Edipo; partendo dai sentimenti di affetto morboso che provava per la madre, Hitler individuò nel padre un nemico da combattere e da abbattere: ponendo così le basi all’ideologia personale di Hitler.
Ma l’individualità di un uomo può assumere un peso rilevante nella storia, solo quando essa si intreccia con circostanze oggettive che le consentono di assumere un determinato peso specifico.
Per tanto, non è sull’infanzia di Hitler che bisogna soffermarsi. Se egli, nato in una piccola città della frontiera austro-bavarese, ha sofferto, ha sofferto come tanti altri.
Se lo scontro tra padre e figlio c’è stato, esso è da ricondurre alla valenza oppositiva del carattere di Adolf, che coglie nel padre, un modesto funzionario statale, una mediocrità insopportabile e, si oppone con un’accanita resistenza all’aspettativa paterna di vederlo diventare un semplice impiegato.
Hitler intuisce precocemente le sue potenzialità, ma, in un orizzonte familiare e ambientale angusto, non sa come applicarle. È vivace, sveglio, ma, ciononostante, ha una carriera scolastica mediocre e stentata. Forse per opposizionismo nei confronti delle aspettative paterne, egli non raggiunge neppure la licenza.
Il rifiuto della mentalità piccolo-borghese familiare, resa ancora più chiusa dalle origini contadine di entrambi i genitori, è il tratto più rilevante della personalità di Hitler.
Hitler, però, non trova in sé nessuna attitudine specifica che possa essere utilizzata per realizzare le proprie aspirazioni di grandezza. 4
“La storia del nazismo è una delle espressioni dell’incidenza nei fatti umani del caso e della necessità, vale a dire di un gioco di variabili congiunturali che assumono, ad un certo punto, una valenza deterministica e quasi fatale”
http://www.nilalienum.it/Sezioni/Bibliografia/Storia/Hitler.html
Se è importante, il conflitto con il padre lo è perché permette ad Hitler di scoprire la sua forza di carattere, che si esalta nello scontro con la volontà paterna.
Ciò lo spinse a credere che la ragione stessa dell’esistenza sia nella capacità di reagire alle avversità.
È ovvio che tale modello implica una radicale fobia della debolezza.
Nel 1903 Hitler perde il padre, nel 1907 la madre. A 18 anni, egli è un orfano senza titolo di studio e senza mezzi di sussistenza. Decide di recarsi a Vienna, sogna di diventare pittore, ma i suoi acquerelli sono mediocri e, per due volte, viene respinto all’esame di accesso all’Accademia.
Inizia così un periodo oscuro di cinque anni nel corso dei quali vive tra i vagabondi e i barboni, pur mantenendo un atteggiamento differenziato rispetto ad essi.