Percorso multidisciplinare
Anno scolastico 11/12
Alunna: F Manu
Classe: V°A
Geometri
Luigi Pirandello
Luigi Pirandello, nato a Girgenti (Agrigento) il 28 giugno 1867 da una famiglia di agiata condizione borghese; è stato drammaturgo, poeta e scrittore.
L'infanzia di Pirandello non fu sempre serena ma, caratterizzata anche dalla difficoltà di comunicare con gli adulti e in specie con i suoi genitori, in modo particolare con il padre.
Questo lo stimolò forse a perfezionare le sue capacità espressive e a studiare il modo di comportarsi con gli altri per cercare di corrispondervi al meglio. Il giovane Luigi era molto devoto alla Chiesa Cattolica grazie all'influenza che ebbe su lui una serva di famiglia, che lo avvicinò alle pratiche religiose, ma inculcandogli anche credenze superstiziose fino a convincerlo della paurosa presenza degli spiriti. La chiesa e i riti della confessione religiosa gli permettevano di accostarsi ad un'esperienza di misticismo, che cercherà di raggiungere in tutta la sua esistenza. Dopo l'istruzione elementare impartitagli da maestri privati, andò a studiare in un istituto tecnico e poi al ginnasio. Qui si appassionò subito della letteratura.
Per un breve periodo, nel 1886, aiutò il padre nel commercio dello zolfo, e poté conoscere direttamente il mondo degli operai nelle miniere e quello dei facchini delle banchine del porto mercantile.
Iniziò i suoi studi universitari a Palermo nel 1886, per recarsi in seguito a Roma, dove continuò i suoi studi di filologia romanza che poi, anche a causa di un insanabile conflitto con il rettore dell'ateneo capitolino, dovette completare, su consiglio del suo maestro Ernesto Monaci, a Bonn. Si laureò nel 1891 con una tesi sulla parlata agrigentina “Foni ed evoluzione fonetica del dialetto di Girgenti”, in cui descrisse il dialetto della sua città e quelli dell'intera provincia, che suddivise in diverse aree linguistiche.
I suoi temi di fondo sono già tutti presenti nel suo primo romanzo, L'Esclusa (scritto nel 1893, pubblicato nel 1901) che narra la storia di una donna cacciata di casa dal marito perché ritenuta, ingiustamente, adultera, poi riammessa proprio quando l'adulterio l'ha realmente compiuto.
I temi di fondo
In Pirandello, i temi di fondo sono:
- Il contrasto tra apparenza (o illusione) e realtà (o tra forma e vita), nel senso che l'uomo ha degli ideali che la realtà impedisce di vivere, poiché la realtà si ferma all'apparenza e non permette all'uomo di essere se stesso;
- L'assurdità della condizione dell'uomo, fissata in schemi precostituiti (adultero, innocente, ladro, ecc.): a ciò Pirandello cercherà di opporre il sentimento della casualità o imprevedibilità delle vicende umane; molte sue commedie rappresentano situazioni inverosimili o paradossali, proprio per mettere meglio in luce l'assurdità dei pregiudizi borghesi;
- Le molteplici sfaccettature della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla) espresse col “sentimento del contrario” (che è alla base del suo umorismo e che viene utilizzato per vanificare ogni possibile illusione).
Pirandello ha una concezione relativistica dell'uomo, che ne esclude una conoscenza scientifica. L'uomo è troppo assurdo per essere capito (mentre la natura è più semplice, inconsapevole, felice, anche se resta un paradiso perduto e rimpianto). Il borghese si dibatte fra ciò che sente dentro (sempre mutevole) e il rispetto che deve alle convenzioni sociali (sempre fisse e stereotipate). La “forma” o “apparenza” è l'involucro esteriore che noi ci siamo dati o in cui gli altri ci identificano; la “vita” invece è un flusso di continue sensazioni che spezza ogni forma. Noi crediamo di essere “forme stabili” (personalità definite): in realtà tutto ciò è solo una maschera dietro cui sta la nostra vera vita, fondata sull'inconscio, cioè sull'istinto e sugli impulsi contraddittori. Parafrasando un titolo di un suo romanzo, si potrebbe dire che noi siamo:
- “Uno” (perché pretendiamo di avere una forma);
- “Nessuno” (perché non abbiamo una personalità definita) e
- “Centomila” (perché a seconda di chi ci guarda abbiamo un aspetto diverso).
L'uomo, in definitiva, è soggetto al caso, che lo rende una marionetta, che gli impedisce di darsi una personalità. Ogni personaggio teatrale è immerso in una tragica solitudine che non consente alcuna vera comunicativa: sia perché il dialogo non ha lo scopo di far capire le cose o di risolvere i problemi, ma solo di confermare l'assurdità della vita; sia perché ogni tentativo di comprendersi reciprocamente è fondato sull'astrazione delle parole (sofistica), che non riflettono più valori comuni, ma solo la comune alienazione (i dialoghi sono cervellotici e filosofici).
Il “sentimento del contrario”, tuttavia, potrebbe portare al suicidio o alla follia, se assolutizzato.
Pirandello evita questa soluzione affermando che in un'epoca decadente, dove tutto è relativo, solo un'arte umoristica è possibile, un'arte cioè che sappia cogliere le piccole meschinità delle persone, senza però che tutto questo divenga oggetto di riso.
L'uomo non può far di meglio: ecco perché merita compassione. L'umorista non solo denuncia il vuoto della società borghese, le costruzioni artificiose con cui cerchiamo di ingannare gli altri e noi stessi, ma ha pure pietà dell'uomo che si comporta così, condizionato com'è dal più generale mentire sociale. Pirandello non ha mai cercato le cause dell'alienazione che caratterizza tutti i suoi personaggi, presi dalla piccola borghesia (impiegati, insegnanti, ecc.). Egli ne attribuisce, in modo generico, alla storia e al caso la responsabilità.
Pirandello non è un uomo che di fronte alle contraddizioni sociali prova una sofferenza che va in profondità, ma è senza dubbio un intellettuale che le sa utilizzare come forma di autoaffermazione.
Pirandello ha saputo teorizzare la follia restando lucido sino alla fine, perché aveva capito, vedendo il consenso “folle” del pubblico, che poteva giocare su questo argomento realizzando una notevole fortuna. Due anni prima della morte avvenuta a Roma nel dicembre del 1936 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura.
Tra le sue opere più celebri: Il fu Mattia Pascal (1904), Uno nessuno e centomila (1926) e la sua raccolta di novelle Novelle per un anno (dove allude al progetto, rimasto incompiuto, di scrivere una novella per ogni giorno dell'anno).
Pirandello raggiunse la fama con l'opera teatrale (Sei personaggi in cerca di autore, Enrico IV..) e ricevette grandi accoglienze anche dal pubblico e dai critici stranieri soprattutto in Germania ed in Francia, i suoi drammi furono interpretati dalle maggiori compagnie del tempo.
Pertanto Luigi Pirandello è sicuramente uno dei massimi drammaturghi e scrittori italiani del Novecento. Anche se la sua fortuna critica è sempre stata molto controversa (soprattutto in Italia), è uno dei pochi scrittori italiani contemporanei che abbia saputo conquistarsi una fama internazionale: non tanto per il premio Nobel quanto grazie allo straordinario numero di compagnie che ne mettono in scena i drammi in molti Paesi. Al centro della concezione pirandelliana sta il contrasto tra apparenza e sostanza. La critica delle illusioni va di pari passo con una drastica sfiducia nella possibilità di conoscere la realtà: qualsiasi rappresentazione del mondo si rivela inadeguata all'inattingibile verità della vita, percepita come un flusso continuo, caotico e inarrestabile. In un mondo dominato dal caso e privo di senso, Pirandello conferisce alla letteratura il compito paradossale di mostrare l'inadeguatezza degli strumenti logico-linguistici di interpretazione della realtà.
Le opere di Pirandello guadagnano un successo sempre più crescente: Sei personaggi in cerca d'autore, dopo il suo fallimento a Roma, trionfa a Milano nel 1921. Dopo un primo viaggio, nel 1923, a Parigi ed a New York, il Teatro dell' arte di Roma, di cui Pirandello è il direttore.
L'Esclusa
“L'esclusa” è il primo romanzo pirandelliano. Finito di scrivere nel 1893, venne pubblicato alcuni anni più tardi (nel 1901). L'opera affonda le sue radici in una cittadina siciliana di provincia durante gli ultimi anni dell'800. Qui un orizzonte limitato e pettegolo fruttifica nel terreno soffocato del pregiudizio, la condotta del singolo si basa sul “cosa dirà la gente”, il timore dello scandalo diventa il credo su cui impostare la propria vita e le proprie relazioni.
L'arretratezza e l'ignoranza della gente assecondano la maldicenza, la curiosità e l'ipocrisia. Al pregiudizio si accostano il formalismo e il maschilismo. Pirandello delinea una società in cui il matrimonio è ridotto a rapporti gerarchici precostituiti, dove l'uomo è il padre-padrone e la donna un soprammobile in attesa di sistemazione. Il rapporto di coppia esclude un dialogo aperto ed egualitario, coprendo sotto la vernice del formalismo soffocante gli impulsi e i sentimenti autentici.
La trama
Volendo riassumere il romanzo in una frase, si potrebbe affermare che narra la vicenda di una donna che, scacciata dalla società quando è innocente, vi è rimessa solo quando è colpevole.
Lo stesso Pirandello divise l'opera in due parti.
La prima parte presenta il caso di Marta Ajala, che pur essendo incinta del marito Rocco Pentagora, viene scacciata da questi perché ritenuta colpevole di adulterio. Fondamento di questa pesante accusa è la corrispondenza, più filosofico-letteraria che amorosa, che la giovane ha avuto con un suo ammiratore, l'avvocato Gregorio Alvignani. Nella famiglia d'origine Marta non trova alcuna comprensione per la sua sfortunata condizione: il padre Francesco si mostra deluso e adirato, la madre Agata troppo debole per contrastare il marito. Iniziano così una serie di disgrazie che colpiscono la famiglia Ajala: la morte di Francesco, la nascita di un bambino senza vita, la malattia di Marta, il tracollo economico.
Marta non si abbandona alla commiserazione, ma riprende gli studi e vince il concorso per insegnare all'Istituto Magistrale. L'assegnazione di quella cattedra nella sua città è motivo di malcontento per molti e Marta viene trasferita a Palermo.
La seconda parte della vicenda si risolve la questione nell'anonimato della grande città. Marta tenta con fatica e dignità di ricostruirsi una vita, senza riuscire tuttavia a dimenticare il passato che la tormenta. La sua bellezza le attira le attenzioni, per altro non gradite, di numerosi colleghi, fra i quali lo “stravagante” professor Falcone; il caso le fa incontrare nuovamente Gregorio Alvignani. Cedendo ad un destino ritenuto ineluttabile più che ad un autentico sentimento d'amore, diviene la sua amante.
Intanto Rocco, convintosi dell'innocenza della moglie, la rivuole a casa e la raggiunge a Palermo. Di fronte al letto della madre Fana, ormai morente, ritrova Marta e la prega di tornare da lui. Anche davanti alla confessione della sposa, da poco realmente adultera, Rocco non la rifiuta e la accoglie.
Il fu Mattia Pascal
Il protagonista, Mattia Pascal, si trova costretto a ricostruirsi un'identità perché, in seguito alla sua presunta morte, deve crearsi un personaggio tutto nuovo inventandogli un passato e perciò si trova a vivere in una situazione alquanto strana. Un uomo e due vite.
La prima parte del romanzo è molto narrativa; infatti racconta della sua gioventù trascorsa nell'agiatezza più sfrenata senza curarsi minimamente della sua situazione finanziaria, poiché sua madre aveva preso la decisione di far amministrare tutto il patrimonio lasciatole dal marito, morto in seguito ad un naufragio, ad un certo Malagna, che si era offerto volontariamente di aiutare la vedova Pascal nella gestione del patrimonio, ma che in realtà aveva come unico fine quello di ingannare la famiglia e di speculare sull'eredità. Mattia Pascal narra delle sue prime avventure amorose, dapprima con Oliva, da cui avrà un figlio, ma che non sposerà mai, perché già fidanzata con il Malagna, ed in seguito con Romilda Pescatore, la ragazza che inizialmente Mattia voleva far fidanzare col suo amico Pomino, ma che poi sposerà in seguito ad un fidanzamento e da cui avrà due figli che moriranno pochi mesi dopo. Questo matrimonio non fu altro che la rovina sia economica sia psicologica di Mattia, perché causò una serie di disagi, grazie soprattutto alla suocera, la ved. Pescatore, (che era contraria al matrimonio tra i due) che lo condurranno al punto di fuggire da casa. Dovette abbandonare il posto di bibliotecario fattogli assegnare dal padre di Pomino, che gli aveva dato modo di guadagnarsi da vivere. Infatti Pascal era un classico incompetente neanche tanto istruito e perciò era molto difficoltoso per lui trovare un lavoro, soprattutto per i problemi finanziari in cui si trovava.
Dopo la sua scomparsa, si recò a Montecarlo dove la fortuna l'assistì e gli fece vincere al casinò oltre ottantamila lire, ma nel frattempo vicino ad un canale venne trovato il cadavere di un uomo che gli somigliava perfettamente e che tutti identificarono come Mattia Pascal. Mentre tornava a casa, sul treno, mentre leggeva un giornale, trova scritto il suo nome e questo fatto sconvolge radicalmente la sua esistenza. Infatti dapprima decide di rientrare nella sua città, per smentire la notizia, ma poi si rende conto che non è il caso di tornare a casa per farsi defraudare dai suoi creditori e tornare alla monotona vita di sempre, perciò prende la decisione di cambiare vita. È proprio quest'evento la scintilla che fa nascere, o forse emergere, il suo desiderio di libertà suprema che lo farà vivere per oltre due anni viaggiando senza meta, costretto ad inventarsi una nuova identità e una nuova vita per paura di ridar vita ad una persona ormai creduta morta. Infatti nel costruire il personaggio di Adriano Meis (Mattia Pascal) deve tener conto di tanti particolari in modo da non destare alcun sospetto riguardo la sua vera identità. Dopo aver viaggiato per molte città decide di stabilirsi a Roma dove trova alloggio in casa di un anziano borghese ormai solo accecato dalla fissazione dell'occulto e dal mondo della magia. In casa vive anche un'ex pianista, la signorina Caporale, zitella ossessionata dalla sua bruttezza e dalla mancanza di un uomo. Il Paleari tiene in casa con sé la figlia Adriana che accudisce alla casa e si prende cura sia della caporale che di Adriano Meis, soprattutto nel periodo della convalescenza. Infatti Mattia Pascal era strabico per via della cateratta e fu questo un particolare che gli fece pensare di cancellare definitivamente la sua vecchia personalità facendosi operare e cambiando così il suo aspetto che non gli era mai piaciuto. Col passare dei mesi il protagonista s'innamora di Adriana e giunge fino quasi al punto di decidere di sposarla, ma una serie di problemi alla fine gli fanno cambiare idea in modo del tutto inaspettato. Infatti Adriano non avrebbe mai potuto sposarla perché in realtà era un altro, Mattia Pascal, che era a sua volta sposato con Romilda Pescatore. Tuttavia, in seguito ad un furto operato dal fratello del Paleari, Adriano Meis decide di tornare a Miragno per riprendersi la sua vera identità che aveva perso non a causa della sua presunta morte, ma solamente per sua volontà. Il cambio di identità gli ha creato molti problemi: nel caso in cui avesse avuto bisogno di enti pubblici, lui risultava essere morto. Si è reso conto che solo Romilda e la madre si sono liberate di lui e non il contrario, perché si sente in prigione e non può entrare in relazioni strette di amicizia con nessuno per non svelare la sua vera identità.
Lascia quindi un biglietto d'addio su un ponte firmato Adriano Meis, in modo da far credere di essersi suicidato; il giorno seguente i giornali annunciarono la morte di Adriano Meis.
Prima di giungere al suo paese passa a trovare il fratello Berto, che alla vista rimane esterrefatto. È proprio qui che viene a conoscenza del matrimonio di Romilda con Pomino e perciò decide di rovinare tutto riprendendosi sua moglie. Tornato a Miragno e giunto in casa di Pomino trova addirittura una bambina, figlia dei due coniugi ed è questa la ragione per cui Mattia infine decide di non riprendersi Romilda. Lo sgomento che suscita la ricomparsa di Mattia è notevole tanto da mettere in agitazione Pomino, Romilda e la vedova Pescatore, che non lo sopportava.
Nonostante la lunga litigata con questi, Mattia decide alla fine di riprendersi la sua vera identità, ma di non rovinare il matrimonio dei due e perciò si reca a farsi riconoscere dai concittadini, in particolar modo da don Eligio, e va a vivere insieme alla zia Scolastica.
La frase conclusiva del libro: “Io sono il fu Mattia Pascal” significa che è ritornato ad essere ciò che era.
Uno, nessuno e centomila
Scritto e pubblicato nel 1926 è l'ultimo romanzo di Pirandello. Riprende temi affrontati ne Il fu Mattia Pascal e come questo è ambientato in una piccola provincia.
Vitangelo Moscarda (narratore interno), dalla banale constatazione che il naso che egli crede di avere è diverso da quello che sua moglie gli riconosce, parte per un viaggio dentro e fuori di sé che lo conduce ad una riflessione sull'intera esistenza e alla follia.
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